E’ stata un’esperienza indimenticabile, totale: voglio dire che il terremoto – il primo vissuto – ha inciso nella mia vita (anima e corpo) e ha sfidato la mia professionalità fin dalle prime ore. Sono arrivato tardi e la mattina dopo, a Udine dove la redazione del Gazzettino era affollata ed i compiti già assegnati a ciascun collega. Il mio incarico (avvertivo istintivamente come una specie di punizione) è stato quello delle …. casse da morto. C’erano tanti morti sotto le macerie, mille si mormorava, ma non c’erano altrettante bare. Mi sono scontrato subito, in modo imprevedibile, con i numeri della strage notturna: “ci sono almeno un migliaio di morti, dobbiamo fare presto” mi diceva un soccorritore esausto, reduce dalla affannosa ricerca di vittime nelle campagne dove erano crollati numerosi casolari.
Ecco: ero arrivato al mio primo servizio, con umiltà mi sono dedicato a una cronaca mai fatta prima

Dal fervore dei soccorritori e dalla la loro affannosa ricerca di centinaia di bare, ho capito che il mio lavoro era un modo giusto di aiutare quel popolo massacrato da una forza mostruosa che qualcuno dei miei colleghi udinesi ha chiamato l’orcolat, un personaggio del folclore regionale. Ero dunque testimone di una battaglia, che la comunità (tante volte visitata come inviato in tempi lieti) adesso vedevo dilaniata, condotta per recuperare i fratelli raccolti nel buio e ora composti sul terreno come naufraghi sulla riva del mare. Li avrebbero accolti 990 bare, primo numero scritto dal cronista sul bloc-notes.
La conta dei morti nel terremoto

Siamo arrivati a Osoppo straziata, la mattina del sabato. E lì, su un piazzale ho visto i corpi di tante vittime: cadaveri coperti per ripararli dal morso del sole, tutti senza nome, esposti a semicerchio per il riconoscimento: li avevano raccolti frugando nelle macerie anche solo con le mani, per tutto il giorno e la notte precedenti; “quel forse mille” stava diventando sempre più concreto, purtroppo: la pietà e la contabilità si fondevano in una unica certezza – il terremoto aveva fatto una strage e noi giornalisti dovevamo raccontare quello che vedevamo con il cuore intossicato dalla tensione e con colore cupo della morte che la primavera rendeva così assurdo.
Erano i primi morti che vedevo, allineati con estrema cura sul selciato, formavano un arco di cerchio chiuso verso la strada (ah, il traffico , ineluttabile in quell’occasione …) da un carabiniere in divisa già estiva che sedeva davanti a un tavolino sul quale una vecchia macchina da scrivere era pronta a battere il nome del riconosciuto.
Tra sacro e profano

C’erano altri disastri da raccontare, prima di tutto le persone, i viventi, poi le cose, che lì erano: anche loro hanno una vita, addirittura una specie di anima – come i luoghi del nostro vissuto -, che a noi arrivano dal passato, impregnati di storia, ossigenati dal nostro amore per la bellezza e la passione civile… Non posso dimenticare, dopo mezzo secolo, quel monsignore che intervistai in curia, il suo dolore per la perdita di un incommensurabile patrimonio artistico. Era affranto: da tutta la regione gli arrivavano, come bollettini di guerra, le notizie sullo stato di conservazione o – ahimè – di distruzione di monumenti straordinari come il Duomo di Gemona o di Venzone “massacrati” dall’orco della notte: opere insigni dell’architettura religiosa, che custodivano tesori d’arte e di devozione popolare millenari… Precisò: i luoghi di culto sono dedicati a Dio, ma il costruttore, cioè l’uomo, vi ha impresso la sua essenza.
Sotto le tende perchè le case le aveva distrutte il terremoto

Durante i giorni più frenetici del grande sisma ho provato ad immaginare me stesso coinvolto in una simile tragedia. Era un modo per condividere per esempio la condizione spaesante di avere perduto la casa. L’umanità sofferente, mi dicevo, va raccontata con passione oltre al rispetto. Perciò sono ricorso a un escamotage: ho chiesto ad un collega, che viveva sotto una tenda della tendopoli allestita per i terremotati in attesa di tornare a casa, di farsi intervistare, garantito l’anonimato…
La perdita della casa, dice l’amico, ma anche solo il suo abbandono protempore produce un’angoscia senza nome che mi ha impedito di dormire la prima notte nonostante la fatica e lo strazio di raccogliere qualche mobile che arredasse la tenda. Non so gli altri, ma io mi sono sentito come paralizzato, avvolto da una specie di sudario doloroso che per alcuni giorni mi ha impedito di familiarizzare con i vicini di cui sentivo le voci.
Donne e terremoto
Ma il realismo femminile, ricorda, ha fatto saltare le gabbie psicologiche: sono state le donne, per prime, a rendere accettabile quella vita sospesa, diventando amiche di tenda, un nuovo vicinato: il loro attaccamento ai figli, agli uomini impegnati nella ricostruzione e agli anziani ha tenuto aperto il futuro. Del resto, la saggezza popolare ci dice che “il friulano non si ferma quando è stanco ma quando ha finito”. Fra le macerie incombenti è nata una forma nuova di solidarietà. Il terremoto è stato anche questo: una comunità fortificata nel bisogno. Quelle tendopoli erano vere e proprie isole di una umanità sradicata dal sisma, ma non disperata. Nelle tendopoli, le donne hanno dato senso al “fogolar” millenario.











































































Piansi e pregai.