Continua su http://www.enordest.it la nuova rubrica dal titolo “Itinerari”. Ogni domenica sarò felice di presentarvi voci e storie tra Nordest e Sardegna, terre straordinarie tra cui vivo e lavoro. Vi accompagnerò lungo itinerari culturali, turistici ed imprenditoriali ricchi di fascino e creatività, che conto sapranno informare ed emozionare chi vorrà farci compagnia. Oggi con “Itinerari” incontro Barbara Codogno a Padova in un locale che si affaccia su Prato della Valle, cornice perfetta per l’intervista che mi ero prefissata di farle in vista dell’uscita del suo ultimo romanzo: “Perseveranza” (Apogeo Editore). Barbara si avvicina al tavolo con la sua figura filiforme ed elegante. Il collo affusolato e i capelli scuri, raccolti in un raffinato chignon, mi fanno pensare per un attimo alle celebri donne ritratte dal Modigliani. Lo sguardo ha qualcosa di enigmatico. Penso a Monna Lisa e sorrido tra me e me, per tutte queste suggestioni artistiche. Glielo dico. Sorride anche lei. Di arte se ne intende, Barbara Codogno. Oggi con la rubrica “Itinerari” vi accompagnerò a conoscere un po’ più da vicino questa giornalista, scrittrice e curatrice d’arte nata e cresciuta a Padova, che ha dedicato il suo ultimo libro ad un tema inquietante ed umanamente eterno: la perseveranza al male.
Errare humanum est, perseverare autem diabolicum.

Commettere errori è umano, ma ostinarsi nell’errore è diabolico. “Perseveranza”, il nuovo romanzo di Barbara Codogno, si colloca esattamente sul bordo di questo crinale: non nella fragilità dell’errore, ma nella sua ostinazione. Berto, il protagonista del romanzo, è un personaggio detestabile, ripiegato su se stesso. Violento, nichilista, ha passato la vita a scansare la vita. Svogliato insegnante di matematica, marito crudele, padre assente, è convinto che tutto ciò che gli è accaduto sia colpa degli altri e di un’esistenza che lo ha tradito. Una sera, durante un concerto, l’epifania: un violinista resiste alla tosse fino all’ultima nota. In quello sforzo Berto intravede ciò che lui non è mai stato capace di fare: perseverare in un’impresa positiva. Da quel momento il suo pensiero si avvita all’indietro in un monologo febbrile che scava nella memoria e nella colpa, tra violenza domestica, vigliaccheria quotidiana e omissioni irreparabili. Il passato ritorna come un’ossessione, il presente scivola via, la realtà si deforma fino ad allucinarsi. La perseveranza diventa la sua condanna: l’incapacità di interrompere il delirio, di riconoscere la responsabilità, di uscire dal recinto del proprio io. L’ostinazione a non vedere, a non rispondere mai delle proprie azioni.
Libro e quadro

Il titolo del romanzo è anche il titolo dell’opera che ne accompagna la copertina: “Perseverance”, olio su tela del pittore contemporaneo Radu Belcin, artista romeno noto per la sua figurazione inquieta e sospesa. Nel dipinto, due figure sono compresse contro una parete da una forza invisibile, come da un vento contrario. È l’immagine perfetta per Berto: un uomo doppio, incapace di trasformare l’urto in esperienza. Eppure, nel romanzo affiorano dei segnali, seppur minimi, che ci svelano un Berto desideroso di essere visto, amato, riconosciuto. Talvolta capace di slanci affettuosi. Ma ogni gesto arriva fuori tempo massimo, neutralizzato da un vanaglorioso ripiegamento su di sé. La figura del doppio attraversa il romanzo in filigrana. Berto è insieme soggetto e sosia di sé stesso, osservatore e imputato, in una scissione che richiama esplicitamente la lezione del grande scrittore russo Fedor Dostoevskij. Non c’è evoluzione, ma sdoppiamento: il personaggio si guarda mentre ricorda sé stesso che ricordava: una continua mise en abyme (messa nell’abisso), espediente narratologico che è spesso cifra stilistica di Barbara Codogno. I piani temporali nel romanzo si sovrappongono, si incastrano, si avvitano l’uno nell’altro, fino a perdere gerarchia temporale e direzione spaziale. La scrittura di Codogno è asciutta, affilata, circolare. Procede per attrito, come in Thomas Bernhard: una lingua che ritorna, insiste, si inabissa, scava senza offrire vie di fuga.
Prima di parlare del libro e della mente diabolica di Berto, chiedo all’autrice di raccontarmi un po’ di lei.
Chi è Barbara Codogno?

Sono una curatrice d’arte contemporanea, una scrittrice e una giornalista, una donna profondamente attratta dalle zone di confine dell’esistenza. Scrivo di arte, musica, cultura, ma soprattutto di esseri umani. Mi interessa ciò che vibra sotto la superficie delle cose: le crepe, le ossessioni, le fragilità, le contraddizioni. “Perseveranza” nasce proprio da questo sguardo.
Come ti descriveresti in poche righe?
Ho bisogno della bellezza, ma non sopporto la superficialità. Mi interessano le persone vere, anche quando sono scomode, disturbanti, imperfette. Detesto invece la pochezza dell’anima, l’approssimazione intellettuale, la sciatteria spirituale.
Barbara, cosa ami e cosa odi di più nella vita?
Amo l’intelligenza, la profondità, la gentilezza, la gratitudine. Amo i gatti e tutti gli animali. Gli alberi, le montagne e il cielo. Odio la crudeltà, la manipolazione, la volgarità.
Sei affezionata alle tue “ombre”? Al lato più complesso e introspettivo della tua anima?

Sì. Credo che le ombre facciano parte dell’identità di ciascuno. Occultarle sarebbe cadere nella trappola del misconoscimento della violenza. Del resto, sono spesso il luogo da cui nasce la mia scrittura.
Barbara, ti affascinano gli abissi dell’animo umano?
Moltissimo. Mi interessa capire fino a che punto un essere umano possa deformarsi, ferire, autodistruggersi o perdere il contatto con gli altri. La letteratura serve anche a questo: attraversare quei territori verso i quali normalmente non rivolgiamo lo sguardo.
Perché hai scelto di parlare di questa “perseveranza” al male, viaggio senza redenzione negli abissi della mente umana?
Perché spesso la narrativa cerca una redenzione a tutti i costi. Io invece volevo raccontare un uomo che persevera nel proprio male senza avere il desiderio di cambiare. Mi interessava osservare la continuità della distruzione, quella forma di ostinazione oscura che alcune persone hanno nel ferire gli altri, e sé stesse. Di rovinare tutto perché capaci di esistere solo nel male, nella distruzione.
Come è nato il personaggio di Berto?

Berto è nato lentamente. Non da una persona reale precisa, ma da molte persone incontrate nella vita. Da certi uomini incapaci di amare davvero, da un ego smisurato, da un senso continuo di superiorità e vittimismo insieme. È nato dall’osservazione di certe dinamiche contemporanee molto diffuse.
Barbara, cosa ti interessava esplorare davvero, attraverso questo sgradevole protagonista?
Mi interessava esplorare il vuoto. Il modo in cui alcune persone riescono a vivere senza andare da nessuna parte, usando gli altri come specchi o strumenti. Volevo raccontare quanto possa essere tossica la vanagloria: Berto è un uomo dozzinale, banale, un signor nessuno eppure è convinto che sarebbe stato destinato a una vita piena di successi grandiosi, che non ha realizzato solo per colpa degli altri.
Berto odia tutto e tutti tranne sé stesso. Lo si può definire un “narcisista patologico”?

Sì, credo di sì. Anche se non volevo fare una diagnosi clinica romanzata. Mi interessava soprattutto il funzionamento emotivo del personaggio: il bisogno costante di controllo, l’incapacità di mettersi in discussione, la fame di conferme, il disprezzo verso gli altri.
Il quadro narcisistico in psicopatologia è indicato tra i disturbi gravi della personalità. Hai approfondito tematiche psicoanalitiche per costruire il personaggio di Berto?
Non mi sono rifatta a letture cliniche specifiche, anche se vengo da una formazione filosofica che indaga appunto la violenza. Ho lasciato che Berto nascesse da solo. Ogni giorno leggiamo, viviamo, respiriamo violenza. Berto è un uomo del suo tempo. Il suo linguaggio è il verbo del conflitto, dell’inganno, della sopraffazione.
Barbara, c’è qualcosa di “umano” o “fragile” che salveresti in questo personaggio?
Non spetta a me salvare nessuno, tanto meno un personaggio letterario.
C’è possibilità di salvezza per il protagonista?
Nel libro, sinceramente, no. E volevo che fosse così. Non tutte le storie devono necessariamente salvare qualcuno. A volte la letteratura serve anche a mostrare un fallimento umano fino in fondo, forse perché la direzione della salvezza arrivi piuttosto al lettore.
Com’è stato passare tanto tempo nella mente di un personaggio così odioso?
Faticoso. A tratti persino disturbante. Quando scrivi in profondità un personaggio del genere, inevitabilmente entri nella sua logica mentale. È stato un lavoro emotivamente intenso.
Barbara, volevi raccontare un individuo o un modello maschile più ampio?

Entrambe le cose. Berto è un individuo preciso, ma rappresenta anche una forma di maschilità contemporanea molto presente: emotivamente immatura, ossessionata dal proprio ego, conflittuale, prevaricante, incapace di far evolvere la propria fragilità, così come di gestire rapporti paritari. Incapace di ammettere la sconfitta.
Nel libro c’è una critica agli uomini?
C’è una critica a certi modelli tossici di potere, emotivo e relazionale. Sarebbe troppo semplice trasformarlo in un discorso “contro gli uomini”. Mi interessano le dinamiche umane, non le semplificazioni ideologiche.
Perché molte persone restano affascinate da uomini terribili? Il Male è così seducente?
Non credo, il male non è mai seducente. Piuttosto il male rende difficile uscire dal suo linguaggio, dalla sua logica. La moglie di Berto ne è un esempio, il male ti inchioda alla sua pragmatica perché si presenta come statuto. E ti porta via l’autostima, la capacità critica, lavora dentro di te e ti annulla.
Barbara, il tuo libro vuole mettere in guardia o semplicemente osservare?
Osservare, prima di tutto. Non amo la letteratura moralistica. Però penso che certe letture possano aiutare a riconoscere dinamiche pericolose. O a riconoscersi.
Hai mai finito per odiare Berto? Chi scrive un romanzo può davvero odiare il suo protagonista, dopo averlo creato con fatica e passione?
Più che odiarlo, a volte l’ho trovato insopportabile. Però uno scrittore non può permettersi di giudicare il proprio personaggio, altrimenti smette di raccontarlo davvero. Deve dargli voce anche quando lo trova moralmente ripugnante.
C’è una parte di lui che appartiene anche a te?
Credo che ogni personaggio contenga inevitabilmente qualcosa di chi scrive. Non nel senso biografico, ma umano. Anche le nostre ombre, le nostre rabbie, i nostri egoismi finiscono nei personaggi. La differenza è che nella scrittura vengono portati all’estremo. Comunque io non sono Berto.
Cosa speri provi il lettore alla fine del libro?
Un disagio lucido.














































































