Lo Stretto di Hormuz è uno di quei luoghi in cui la geografia diventa destino. Una striscia d’acqua larga appena 39 chilometri nel suo punto più stretto, ma capace di determinare guerre, crisi energetiche, equilibri regionali e ambizioni imperiali. Chi controlla Hormuz non controlla solo un passaggio marittimo: controlla una parte essenziale del mondo.
Quella che sembrava una pace quasi perfetta si è trasformata in pochi giorni in una guerra perfetta
Lo scenario del conflitto Usa-Iran che sembrava composto con una lunga trattativa che aveva coinvolto il fronte mediorientale, l’Europa e l’America di Trump è esploso in maniera violenta e in un modo sempre più indecifrabile. Siamo alle minacce di Trump che annuncia l’attacco massiccio, il superattacco, qualcosa di mai visto. Alle risposte del governo di Teheran che bombarda le basi Usa collocate in paesi del Golfo estranei al conflitto.
L’allargamento della guerra investe il mondo economico per il mancato passaggio per lo Stretto di Hormuz

Ora dopo ora la guerra “nascosta” s’allarga dal Libano alla Cisgiordania, dallo Yemen all’Arabia Saudita. E s’allarga il dramma economico che investe il mondo per il mancato passaggio dello Stretto di Hormuz: niente navi, niente petrolio. Caos nelle Borse mondiali, crisi nei vari Paesi, nuovi conti da rifare, anche in Italia. Senza contare la nuova ondata di dazi decisa da Trump anche nei confronti di Paesi (UE compresa) con i quali erano stati firmati accordi precisi. Per quanto riguarda i prodotti italiani si tratterebbe soprattutto dell’esportazione di vini, prosciutto, formaggi, farmaci e Made in Italy.
La chiusura dello Stretto di Hormuz fa volare il costo della benzina

Intanto, il caro carburanti in Italia si è già fatto sentire e pesantemente: nelle autostrade la benzina e il diesel hanno superato i 2 euro al litro e il prezzo minaccia di salire. Il Governo deve fronteggiare il problema e si riparla della possibilità di dare un taglio alle accise. Ma si può fare? E si ripropone la pressione nei confronti della Comunità Europea perché conceda, davanti all’aggravarsi della situazione, la possibilità di sforare nel bilancio.
Terzo mandato?
Siamo di nuovo al caso e questo mentre era stata annunciata da Trump la pace quasi perfetta. A proposito, Trump ha anche annunciato di volersi ricandidare per un terzo mandato nel 2028, all’età di 82 anni!
Hormuz; un crocevia antico: imperi, commerci e conflitti

La storia dello Stretto di Hormuz è la storia di una porta. Per secoli, questa soglia tra Golfo Persico e Oceano Indiano ha rappresentato il punto di incontro — e spesso di scontro — tra civiltà diverse.
- Gli imperi persiani lo consideravano un baluardo naturale, una difesa contro le potenze che arrivavano dal mare.
- I portoghesi, nel XVI secolo, lo trasformarono in un avamposto coloniale, costruendo fortificazioni e imponendo dazi ai mercanti.
- Gli inglesi, nel XIX secolo, lo inserirono nella loro strategia globale per proteggere le rotte verso l’India.
Ogni potenza che ha attraversato Hormuz ha lasciato un segno, ma nessuna è riuscita a dominarlo completamente. Lo Stretto è sempre rimasto un luogo conteso, un equilibrio instabile tra chi voleva controllarlo e chi voleva attraversarlo.
Il petrolio cambia tutto

Con il XX secolo, la storia di Hormuz entra in una nuova fase. La scoperta del petrolio nel Golfo Persico trasforma lo Stretto in un’arteria vitale dell’economia mondiale: oggi vi transita circa un quinto del petrolio globale. Numeri che spiegano perché ogni tensione nella regione si traduca immediatamente in un aumento dei prezzi del greggio e in allarmi diplomatici.
La guerra Iran‑Iraq negli anni ’80, con la cosiddetta Tanker War, ha mostrato quanto sia fragile la sicurezza dello Stretto. Le petroliere diventano bersagli, le marine militari pattugliano incessantemente le acque, e il mondo scopre che un conflitto locale può avere conseguenze globali.
L’Iran e la geopolitica della pressione

Per Teheran, Hormuz non è solo un passaggio marittimo: è una leva strategica. La Repubblica Islamica ha spesso minacciato di chiudere lo Stretto o di limitarne il traffico come risposta a sanzioni, pressioni internazionali o crisi regionali. Non è un caso: la sua posizione geografica le permette di esercitare un potere che va oltre le sue capacità economiche o militari.
Ogni volta che l’Iran lancia droni, sequestra navi o impone nuove regole di navigazione, manda un messaggio chiaro: la stabilità del Golfo dipende anche da noi. E questo messaggio risuona a Washington, a Riyadh, ad Abu Dhabi e nelle capitali europee.
Gli Stati Uniti e la sicurezza energetica globale
Gli Stati Uniti, da decenni, considerano Hormuz un interesse strategico. Le loro flotte nel Golfo non servono solo a proteggere alleati come Arabia Saudita ed Emirati Arabi, ma anche a garantire la libertà di navigazione, un principio che Washington difende come pilastro dell’ordine internazionale.
Ogni crisi nello Stretto diventa un test: fino a che punto gli Stati Uniti sono disposti a intervenire? E fino a che punto l’Iran è disposto a sfidare la presenza americana?
Il Kurdistan e la nuova sensibilità irachena
Negli ultimi anni, gli attacchi iraniani contro obiettivi nella Regione del Kurdistan iracheno hanno aggiunto un nuovo livello di tensione. La recente condanna del Primo Ministro iracheno Ali Faleh al‑Zaidi — la prima così esplicita — segna un cambiamento politico importante: Baghdad non accetta più che la sicurezza del Paese venga violata senza conseguenze diplomatiche.
Questo nuovo atteggiamento iracheno si inserisce in un contesto più ampio: la crescente consapevolezza che la stabilità di Hormuz non riguarda solo le grandi potenze, ma anche gli attori regionali che vivono le conseguenze dirette delle tensioni.
Hormuz oggi: un equilibrio che non può rompersi

Lo Stretto di Hormuz è un luogo dove la storia non passa: resta. Resta nelle ambizioni dell’Iran, nelle strategie degli Stati Uniti, nelle paure dei Paesi del Golfo, nelle fragilità dell’Iraq, nelle rotte delle petroliere che ogni giorno attraversano quelle acque.
La sua storia ci insegna una verità semplice: quando un passaggio diventa indispensabile, diventa anche vulnerabile.
E la vulnerabilità di Hormuz è la vulnerabilità del mondo
Lo Stretto di Hormuz è sempre stato un punto di pressione globale. Ma con Donald Trump alla Casa Bianca, questo lembo di mare largo poche decine di chilometri è diventato un detonatore politico, un luogo dove ogni dichiarazione può trasformarsi in crisi internazionale. Come sempre, ti ricordo di verificare le informazioni con fonti affidabili, soprattutto quando si parla di politica estera e sicurezza.
Circa un quinto del petrolio mondiale passa da Hormuz. È un dato che basta da solo a spiegare perché ogni tensione in quell’area si traduca immediatamente in allarme globale. Per l’Iran, lo Stretto è una leva strategica: un modo per ricordare al mondo che la sua posizione geografica gli garantisce un potere che va oltre la sua economia o le sue capacità militari.
Per gli Stati Uniti, invece, Hormuz è un test permanente: la libertà di navigazione è un principio che Washington difende da decenni, e ogni minaccia iraniana viene letta come una sfida diretta.
Trump: la dottrina della pressione massima
Durante la presidenza Trump, la politica americana verso l’Iran ha subito una trasformazione radicale. La sua strategia — definita maximum pressure — ha combinato sanzioni economiche durissime, retorica aggressiva e una presenza militare rafforzata nel Golfo.
Hormuz è diventato il palcoscenico naturale di questa tensione

- Sequestro di petroliere,
- attacchi con droni,
- minacce di chiusura dello Stretto,
- rafforzamento delle flotte americane,
- scambi di accuse tra Washington e Teheran.
Ogni episodio ha mostrato quanto sia fragile l’equilibrio in quella zona e quanto velocemente possa degenerare.
Trump ha spesso usato Hormuz come simbolo della sua linea dura: un messaggio all’Iran, ma anche ai suoi alleati nel Golfo, che gli Stati Uniti non avrebbero tollerato provocazioni.
Per Trump, la politica estera è anche comunicazione. Hormuz è diventato un elemento della sua narrativa: quella del leader che non arretra, che risponde alle minacce con fermezza, che difende gli interessi americani senza esitazioni.
Questa narrativa ha avuto effetti concreti:
- Ha rassicurato Arabia Saudita ed Emirati Arabi, che temono l’espansionismo iraniano.
- Ha preoccupato l’Europa, più incline alla diplomazia che alla pressione militare.
- Ha irrigidito ulteriormente Teheran, che ha visto nella postura americana una minaccia diretta alla propria sovranità.
Hormuz, in questo contesto, è diventato un simbolo: il luogo dove si misura la credibilità della potenza americana e la resilienza dell’Iran

La storia recente ci insegna che lo Stretto di Hormuz è un equilibrio che non può permettersi errori. Una nave sequestrata, un drone abbattuto, un missile lanciato da una milizia alleata dell’Iran: basta poco per far salire la tensione a livelli pericolosi.
Con Trump, questo rischio è stato amplificato dalla sua comunicazione diretta, spesso impulsiva, e dalla sua convinzione che la forza sia il linguaggio più efficace con Teheran.












































































