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Home Editoriale

C’è solo un modo per fermare questa guerra

di Giuseppe Paccione
Novembre 5, 2023
in Editoriale
1
C’è solo un modo per fermare questa guerra
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Dal giorno in cui il gruppo di Hamas è entrato nel territorio israeliano compiendo ogni tipo di atto illecito nei riguardi di persone innocenti, la prima cosa che Israele ha esclamato è stata l’espressione “siamo in guerra!”, con l’implicazione che una dichiarazione di questa guerra comporterebbe per il governo di Tel Aviv il diritto sine die di reagire in qualsiasi maniera ritenga appropriato, a prescindere dalle conseguenze che questo possa cagionare.

I trattati internazionali e questa guerra

Nel momento in cui inizia un conflitto armato o l’occupazione territoriale s’innesca l’applicazione delle norme del diritto internazionale dei conflitti armati o umanitario, branca del diritto internazionale generale che vincola ogni parte coinvolta, compresi gli attori non statali come Hamas. Il ruolo del diritto internazionale d’umanità consiste nel proteggere individui che non prendono parte direttamente alle ostilità e impone limiti agli strumenti e ai metodi di guerra che sono adoperati dalle parti coinvolte. Le norme del diritto bellico sono comminate da una gamma di strumenti, cioè i trattati internazionali, come le Convenzioni di Ginevra del 1949 e il diritto internazionale cogente.

Bisogna attenersi al diritto di guerra

Giacché ogni attore statale e non deve adempiere al rispetto delle Convenzioni citate, purtroppo diviene arduo decifrare le risposte contrastanti che nei giorni scorsi provenivano da alcuni Paesi del vecchio continente europeo e dagli Stati Uniti. In primis, il linguaggio diplomatico del governo statunitense  che può essere interpretato come se stesse riferendo al governo di Tel Aviv che può fare ciò che ritiene necessario con il supporto delle autorità di Washington, ma che deve attenersi all’applicazione delle disposizioni del diritto bellico; non solo, ma ha ammonito il governo israeliano  a delineare i suoi obiettivi politici e a ponderare ciò che potrebbe accadere dopo l’azione militare. Il governo statunitense ha il timore che lo Stato israeliano venga attirato in un pantano a Gaza che sarà lungo e sanguinoso e causerà un indebolimento dell’influenza degli Stati Uniti nell’area mediorientale.

Dal terrorismo alle responsabilità derivanti dall’Olocausto

Gli Stati Uniti considerano l’occupazione di Gaza come un errore, ma ritengono necessario eliminare gli estremisti che operano all’interno di Hamas, organizzazione di matrice terroristica, pur favorendo l’apertura per riconoscere la Palestina quale entità statale.

Il governo tedesco, invece, ha asserito che la sua responsabilità derivante dall’Olocausto vuole ricordare che il suo compito è quello di difendere l’esistenza di Israele, ponendosi accanto al popolo israeliano. Il problema è che la sua posizione potrebbe chiamarla a rendere conto anche dei crimini ora perpetrati contro la gente palestinese.

Le autorità di Tel Aviv hanno annunciato l’assedio di Gaza. Limitando l’accesso alle esigenze di prima necessità come derrate alimentari, acqua ed energia elettrica. Bombardando alcuni lembi territoriali e causando così la morte di migliaia di palestinesi. La ragione di fondo di Israele è spingere Hamas a rilasciare gli ostaggi.

Questa guerra combattuta contro i civili

Il taglio delle necessità primarie per la sopravvivenza dei civili durante un conflitto armato, il taglio del rifornimento di acqua e di elettricità sino alla distruzione del territorio di Gaza violano le norme e i principi del diritto internazionale dei conflitti armati. Le condotte combinate delle forze di difesa di Israele, in primis l’uccisione dei civili e l’obiettivo delle infrastrutture civili, per non dimenticare anche l’utilizzo di un linguaggio disumanizzante, fanno crescere la prospettiva non solo di crimini di guerra, ma anche contro l’umanità. E si presume persino quello di genocidio.

Liberarsi di Hamas senza infrangere il diritto internazionale umanitario

 Il governo israeliano considera importante sottolineare che il nord della Striscia di Gaza debba essere del tutto liberato dall’attore non statale Hamas. Per poi procedere verso il sud. Altro aspetto concerne lo spostamento dei civili palestinesi sfollati su cui non si hanno delle indicazioni da parte di Israele. Questa espulsione di cittadini palestinesi costituisce una punizione collettiva di massa che è assolutamente inibita dal diritto internazionale dei conflitti armati. Che può comportare un concreto rischio di danno irreparabile per la vita e l’integrità personale per la popolazione palestinese.

 L’avvertimento delle forze israeliane di evacuare i lembi territoriali di Gaza non esonera il governo di Tel Aviv dai suoi obblighi e responsabilità sanciti dal diritto internazionale umanitario. Che vieta ogni atto o minaccia di violenza il cui fine è quello di incutere il terrore fra la gente palestinese. Le norme ci sono e Israele, volente o nolente, deve adempiere al rispetto di esse, senza “se” e senza “ma”. Ciò vale anche per gli attori non statali come Hamas e altri gruppi. Vi deve essere il rispetto delle leggi di guerra e, in particolare, l’assistenza d’umanità che va fornita ai civili in ogni momento.

Questa guerra e gli obiettivi civili

Circa le strutture come gli ospedali civili, esse godono di una speciale protezione. Cioè  sono considerate oggetto di protezione dagli attacchi, come viene enunciato dal Regolamento dell’Aia del 1899 e del 1907. Definendole come beni da risparmiare da assedi e bombardamenti. Vanno anche ricordate in proposito le IV Convenzioni di Ginevra del 1949, il I Protocollo e il II Protocollo addizionali che contengono un’articolata disciplina di protezione per gli ospedali civili. Gli ospedali perdono il loro status civile solo quando le strutture sanitarie vengono impiegate per fini militari. E in questo caso possono essere prese di mira soltanto quando militarmente necessario. Tuttavia tale azione deve sempre restare nel quadro del rispetto dei principi di umanità, proporzionalità e distinzione. Il principio di umanità impone l’obbligo di non infliggere sofferenze, lesioni o distruzioni non necessarie per fini di tipo militare leciti.

La mia opinione

Credo che sia necessario in questo momento difficile che si proceda alla sospensione temporanea dei combattimenti. Per permettere l’apertura di un corridoio umanitario e l’avvio di un serio tavolo negoziale per il rilascio degli ostaggi.

Se sin dall’inizio le Parti in conflitto avessero seguito alla lettera le norme del diritto internazionale, oggi molte persone dell’una e dell’altra parte sarebbero ancora in vita. Ma l’odio e la rabbia hanno oscurato l’unico strumento internazionale di garanzia e sicurezza di entrambi i popoli. Purtroppo, ancora oggi, riecheggiano le parole di San Giovanni Paolo II quando, durante la prima Guerra del Golfo, disse: “la guerra è un’avventura senza ritorno”.   

Tags: Convenzioni di Ginevra del 1949diritto internazionaleGazahamasI ProtocolloII ProtocolloisraeleIV Convenzioni di GinevraPalestinaParti in conflittoRegolamento dell’AiaSan Giovanni Paolo IIStati UnitiStato israelianostriscia di Gazatel avivwashington
Giuseppe Paccione

Giuseppe Paccione

Esperto in diritto internazionale e dell'UE, analista di politica internazionale, collaboratore della testata giuridica diritto.it. Ha pubblicato una serie di monografie come "l'asilo diplomatico e caso Assange", "Un Mare di Abusi: la vicenda dei due marò nel diritto internazionale"; "La lotta all'Isis e al terrorismo con l'uso legittimo della forza"; "Soccorso in mare nell'ottica del diritto internazionale (prossima uscita). È coautore di alcune pubblicazioni.

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I più commentati 1

  1. Elisabetta Pasquettin says:
    3 anni fa

    Molto interessante e approfondito.

    Rispondi

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