Per tutelarlo venne organizzato a sua favore uno sciopero più di mezzo secolo fa. Ma non si trattava della categoria dei tessili, meccanici o chimici. Ma di un calciatore. Stiamo parlando di Augusto Scala o meglio “Gusto” come le chiamavano i tifosi atalantini. Tutto accade a Bologna campionato 1973-74, la città felsinea vantava un recente dal tricolore e la conquista della Coppa Italia che proprio in quell’annata avrebbe riconquistato. Una squadra fortissima. Scala, appunto, torna in maglia rossoblù dopo il prestito a Cesena e gli annunciano che si “dovrà guadagnare il posto in squadra”.
Scala e lo sciopero

Dopo un allenamento il fantasista di Bagno di Romagna come di consueto si reca al bar dei tifosi. E qui la doccia fredda: Oddone Nordio grande firma del quotidiano “Il Resto del Carlino” gli dice in modo diretto: “Guarda che ti hanno ceduto all’Avellino”. “Gusto” cade dalle nuvole, quasi non ci crede. Rifiuta il trasferimento in Irpinia e viene quindi messo fuori squadra, deve allenarsi con i ragazzi della Primavera. A quel punto in suo sostegno l’Associazione Italiana Calciatori proclama il primo sciopero della storia del calcio italiano. Uno sciopero che si concretizza in un ritardo di dieci minuti nell’inizio degli incontri. L’anno dopo la svolta. Come racconta lo stesso calciatore che oggi ha 77 anni.
Scala, che cosa è successo?

“Il Bologna non intendeva tornare sulle sue decisioni. Mi chiesero se volevo andare a Bergamo e Beppe Savoldi da buon bergamasco mi incoraggiò. Ero in Spagna in vacanza. Accettai e oggi dico che fu proprio un’ottima scelta”.
Scala al Bologna

Ma torniamo un attimo indietro per meglio comprendere la sua carriera. Scala finisce le scuole medie e va ad imparare un mestiere dal nonno in falegnameria. Ma la voglia di calcio supera ogni barriera: a 15 anni milita nella Sampierana in Prima categoria promossi in Promozione, presidente della squadra il notaio Geremia Macherozzi. Il ragazzo è tecnicamente valido, chi se lo ricorda bene, il difensore trevigiano Alberto Cavasin dice che “era un po’ Baggio e un po’ Beccalossi”. Lui si definisce “un 10 o come si dice oggi un falso nueve”. Lo cercano Milan, Inter, ma la famiglia è felice della destinazione più vicina a casa, Bologna.
Quel Bologna all’epoca aveva messo in riga colossi come Inter, Milan e Juventus…
“Era praticamente la squadra dello scudetto del 1964 dalla quale erano andati via Fogli, Nielsen e Haller. Io giocavo al posto del tedesco. Un infortunio nel momento buono che potevo andare alla Juve, mi complicò la vita. Giocavo nella Nazionale Under 21 e 23. Ero nei trenta selezionati per i campionati del mondo che si sarebbero disputati in Messico nel 1970. Il C.T. Valcareggi mi vedeva bene. Chiaramente non era facile rubare il posto a Mazzola, Rivera, Riva. Però ero contento della stima del ct e che si facesse il nome. Sono contento ugualmente della mia carriera”.
Quei sette anni a Bergamo rappresentano il top per la sua carriera?
A Bergamo sono stato benissimo. Ci tornavo spesso, ora per problemi al cuore mi muovo poco. Mi ero introdotto bene. Ancora oggi quando vengono al mare i tifosi mi vengono a trovare, anche di recente. Merita una menzione a parte quel grande personaggio che è stato il presidente Achille Bortolotti. Conquistammo la serie A con un altro grande allenatore che non va dimenticato, Titta Rota”.
Lei per la capigliatura e l’abbigliamento era visto all’epoca come un giocatore rivoluzionario, un po’ fuori dagli schemi?
“Lo dicevano e lo scrivevano..”
Nella sua carriera ha giocato con più di un campione: ce ne ricordi qualcuno.
“Haller un fenomeno, Fogli tecnicamente fortissimo, Perani e Bulgarelli chi non li conosce? A Cesena Orlandi, Catania, Brignai, Battisodo. Da Bergamo uscirono Fanna, Marocchino, Giovanni Vavassori stopper e all’occorrenza libero. Quindi Gianpietro Marchetti e Prandelli che tecnicamente non era proprio male. Ebbi la fortuna di avere in squadra un non ancora maggiorenne Antonio Cabrini che presto si trasferirà alla Juve. Poi Festa a Cesena me lo ritrovai anche nella Dea un mediano bravo, correva a tutto campo”.
Se ci si “inoltra” su Wikipedia, attraverso una accurata ricerca c’è una sua foto in bianco e nero niente meno che con O Rey, Pelè. Quando è stata scattata?


“Incontrammo il Santos di Pelè in una tournee con il Bologna post campionato in Canada e Usa. Contro il Santos abbiamo e vinto e pareggiato, mentre contro gli inglesi del West Ham due vittorie e pure io siglai un gol. Per me Pelè resta più grande di tutti i tempi. Siamo andati a mangiare con i calciatori brasiliani che suonavano il samba colpendo i bicchieri con forchette e coltelli, quante risate. C’era anche Clodoaldo un altro campione di quella Selecao. O Rey elogiò i rossoblù per la partita disputata”.
Il calcio di oggi le piace?

“Poco. Guardo raramente le partite, mi stufano. Arrivano a metà campo e tornano indietro. Forse sono di un’altra epoca. Oggi non ci sono più i Totti, i Baggio….i Pelè. Ormai giocano tutti in Nazionale. Una volta per arrivare in azzurro ci volevano le “palle”……abbiamo vinto i mondiali perché c’era gente che sapeva giocare……”













































































