“Toc toc, è la casa del ricco epulone?” A un certo punto del pomeriggio, mentre ognuno in redazione era impegnato nelle sue cose, passare una pagina, scrivere un articolo, telefonare a una fonte, si udivano provenire dalla stanza in fondo un rumore e una voce. Era lo scrittore Gian Antonio Cibotto. Da solo o in processione con qualche collega, spesso accompagnato dal fido impiegato Dino Pavan, si recava dal suo ufficio a quello di Roberto Rizzo, bussava sullo stipite della porta perennemente aperta e innescava la commedia dell’arte di benvenuto al capocronista.
Roberto e la redazione di Rovigo

Fra battute, richieste di descrizione dettagliata del menù degustato la sera prima a cena, finti salamelecchi e risposte salaci la sceneggiata durava qualche minuto, talvolta più di qualche minuto, poi tutti tornavano a lavorare. Salvo quando dal cassetto spuntavano un salame “de casa” e un sacchetto di pane biscotto. Allora il fotografo Renato Correggioli scattava più veloce di Pietro Mennea ad apparecchiare la tavola e tagliare le prime fette. Questo era il clima che si respirava fino a metà anni Novanta nella redazione di Rovigo del “Gazzettino”. Fino a quando l’ha guidata Roberto Rizzo, che ci ha lasciati pochi giorni va, a 88 anni. I funerali si sono tenuti nella chiesa di Granzette, la frazione di Rovigo dove ha sempre vissuto.
Il Roberto storico

Roberto ha caratterizzato con la sua personalità burbera e ironica la vita giornalistica del quotidiano del Nordest, dell’edizione di Rovigo in particolare, fin dagli anni Sessanta. «Quando sono entrato al Gazzettino nel 1962 il capo era Piero Casellato – ricorda lo storico corrispondente da Taglio di Po Giannino Dian, ancora sulla breccia a 85 anni – Roberto allora era nella sede di Vicenza, dalla quale è tornato a Rovigo qualche tempo dopo. Si creato un legame indissolubile. Fino all’anno scorso ad ogni Natale mi è arrivato un suo biglietto di auguri».
Il clima di Rovigo

Il clima della redazione di Rovigo era spesso goliardico, talvolta picaresco visto i personaggi che ci passavano, ma questo non sminuiva di un virgola la serietà con la quale s’imparava, e poi si svolgeva, il mestiere di giornalista fra quelle quattro mura e consumando le suole delle scarpe per le strade della città. Chi aveva qualche anno più di me, viveva a Rovigo, o frequentava gli ambienti della Democrazia Cristiana, aveva una conoscenza maggiore con Roberto e magari un rapporto di amicizia. Io venivo da una paese della provincia, ero un collaboratore che passava saltuariamente dalla redazione e vi entrava in punta di piedi, come in un chiesa laica dove si officiava il culto della vocazione che poi sarebbe diventata il mio mestiere.
L’ultimo arrivato

Quando sono stato assunto, con un contratto part time, o per le sostituzioni estive, ero poi l’ultimo arrivato. E ho conosciuto Rizzo sotto un’ottica diversa. Il rapporto con lui era gerarchico non confidenziale, verticale e non orizzontale, ma questo non mi ha impedito di legarmi affettivamente a lui persona e quell’ambiente, affascinato soprattutto dalla personalità di Cibotto, dalla “parabola” del ricco epulone delle sue altre mille trovate. Come la dedica fatto sul libro “Veneto segreto”, nel 1987: «A Roberto Rizzo e Renzo Spadon, peccatori impenitenti di gola, nonché a don Bernardino Merlo, loro confessore di manica larga».
La convivialità di Roberto Rizzo era parte fondamentale del suo modo di gestire il giornale

Non era prodigo di parole o di consigli, almeno con me. Ma trasmetteva l’essenza del mestiere. La “testina” prima di tutto, quando dovevi scrivere di un morto, in un’epoca non inflazionata da foto e immagini come la nostra. Il rapporto con le fonti. La capillarità di coprire i paesi della provincia, fondamentale per un giornale locale. L’orgoglio di appartenere al “Gazzettino”. La notizia prima di tutto, meglio se sapevi scriverla bene, altrimenti faceva lo stesso, l’importante è che ci fosse chiara, precisa, verificata e possibilmente un giorno prima della concorrenza, per dare il classico “buco”. Lui, Roberto, le notizie era uno di quelli che sapeva anche scriverle bene, o i personaggi della sua terra raccontarli in modo affascinante, come nel libro “L’altro Polesine”, pubblicano nel 2.000 per Marsilio.
Il Roberto maestro

Quando ho dovuto imparare la video impaginazione, appena adottata la quotidiano, sono stato tre giorni in piedi dietro a lui seduto davanti al layout del computer. Poi mi ha gettato nella mischia e ho dovuto cavarmela da solo o quasi. E me la sono cavata. Perché nella palestra del mestiere guidata da Roberto Rizzo s’imparava facendo, più che parlando, e questo è stato un altro dei suoi insegnamenti.













































































