«Zara è una signora che porta magnificamente i suoi quarantacinque anni: è un Monsun 31, disegnato da Olle Enderlein e costruito dal cantiere svedese Hallberg-Rassy in più di novecento esemplari. Lei è il numero 401. È una barca a suo modo classica, a chiglia lunga, una prua profonda, una poppa perfetta, il cavallino elegante.» (p. 199). Con questa barca, acquistata nel 1996, la giornalista Macri Puricelli e il marito Massimo Fontolan hanno solcato per anni in lungo e in largo le acque del Mar Egeo, quel mare omerico “color del vino”, «Insidioso come il vino. Rosso come il tramonto. Un mare che non riconosce alcun dominio. Elemento ingovernabile, instabile, volubile, imprevedibile. Come la vita.» (p. 189). Da queste navigazioni è nato un libro, dal titolo Fuorirotta. Viaggio nell’anima delle isole greche (Verona, Edizioni il Frangente, 2026) che narra e descrive molte delle quasi tremila isole incontrate, visitate e amate dall’autrice e che sono state illustrate dal marito con acquerelli che ne impreziosiscono le pagine.
Abbiamo incontrato Macri Puricelli per farci raccontare la straordinaria esperienza che ha dato vita al volume.
Macri Puricelli, lei e suo marito per molto tempo avete navigato l’Egeo per un mese all’anno, poi avete avuto anche l’opportunità di vivere in Grecia per quattro anni e quindi l’avete conosciuta profondamente, giorno dopo giorno. Un’esperienza indimenticabile, che forse con questo libro avete voluto rivivere in altra forma per poi condividerla con i vostri lettori?

“Ha ragione. Quando sei lontano da qualcuno o da qualche luogo che hai amato e che continui ad amare, per una scrittrice o una giornalista qual ero, la cosa più importante è fissare i ricordi sulla pagina. Non solo per nostalgia, anche qui ha ragione, ma per poter condividere l’amore che nutriamo per la Grecia, in questo caso”.
Il libro sembra costruito per riprodurre il «navigare provvisorio e remoto», per usare un’espressione che lei ha usato nel prologo (p. 11). Con che criterio ha organizzato il materiale?

“Non è stato facile. Il libro nasce da una ventina di quaderni di appunti in cui nello spazio di una decina d’anni avevo fissato incontri, sensazioni e luoghi visti e rivisti più volte sia durante i mesi di navigazione che quando abitavamo in Grecia. E’ incredibile quanto semplici appunti possano restituire. E’ stato come rivivere quei luoghi e quelle sensazioni. Lungi da me ogni possibile paragone, ma ho avuto un grande maestro che mi ha spronato a credere nella potenza degli appunti. Lo scrittore inglese Patrick Leigh Fermor, grande amico di Bruce Chatwin, scrisse Fra i boschi e l’acqua nel 1986: cinquant’anni dopo aver compiuto un avventuroso viaggio a piedi che aveva fatto dall’Olanda a Costantinopoli. E si basò solo sui suoi appunti. Straordinario vero? Con Fuorirotta Non ho voluto seguire una rotta per così dire geografica, anche se inizio a ovest e mi sposto pian piano verso Levante. Ma una rotta emotiva. Sull’onda delle suggestioni che ho provato. E ho voluto inserire i luoghi più remoti e meno frequentati dal turismo. Vuoi perché sono isole poco glamour, come Leros in Dodecanneso, o remote come Psara, nel cuore delle Cicladi, oppure faticose da raggiungere come il villaggio di Chrisomilla a Fourni a poche miglia dalla Turchia”.
Macri Puricelli, ogni capitolo è aperto da un’immagine che ritrae l’isola e altre, nelle pagine successive, illustrano il luogo in dettaglio. Non si tratta di fotografie, ma, come si diceva, di acquerelli opera di Massimo Fontolan, da lei definito «uomo di mare che, a sentir lui, troppo poco va per mare, che ama l’acquerello, il vento e la sua barca.» (p.8). Delle fotografie avrebbero conferito un “effetto cartolina” all’apparato iconografico, immagino.

“Mentre io riempivo i quadernini di appunti, Massimo disegnava e dipingeva. Ogni tanto su carta da disegno, altre volte sul diario di bordo dove annota anche appunti per così dire, tecnici, di navigazione. Mi è sembrato che quegli acquerelli avrebbero accompagnato le mie parole molto meglio di ogni fotografia. Non solo per quanto riguarda la mappa delle isole, ma anche per fissare sulla pagina alcuni monasteri, come quello delle Strofadi nello Ionio, oppure chiese che ci hanno particolarmente impressionato come quella di Psarà, nell’Egeo orientale, o ancora incontri bestiali come con le foche di Alonissos o i cavallini di Skyros, nelle Sporadi”.
Oltre ai meravigliosi e suggestivi paesaggi, nel libro hanno molto spazio diversi personaggi che avete incontrato durante i vostri viaggi. Penso ad Amanda Simpson, un’inglese che il destino porta a Skyros (p. 62); oppure a Claudio Forte, «il napoletano in Egeo», come viene definito (p. 70); oppure, ancora, a Despina Acladioti (p. 132), che ha vissuto per decenni nell’isola sperduta di Ro di fronte a Kastellorizo. Perché viaggiare vuol dire non solo ammirare panorami mozzafiato, ma anche conoscere persone straordinarie com’è successo a voi.

“E’ questo il bello quando si viaggia avendo tempo a disposizione oppure potendo tornare e ritornare nei luoghi. Alcune di queste persone purtroppo non ho avuto la fortuna di conoscerle. Proprio come Despina. L’ultima volta che alzò la bandiera della Grecia fu nel maggio 1982. Non so in quale giorno. Ma di sicuro molto vicino al 13 maggio, giorno in cui morì, a novantadue anni. Despina aveva cominciato a issare la bandiera greca – e lo avrebbe fatto ogni santo giorno per decenni – quando nel 1927 assieme al marito lasciò Kastellorizo dove era nata, e sbarcò nella vicina e deserta Ro. In tutti i suoi anni in quest’isola fuori dal mondo, dove non vive nessuno e che sta a un soffio dalla costa turca, Despina ogni giorno ha issato la bandiera greca. Quando morì era ormai una leggenda e, nonostante non avesse lo status di veterano, fu sepolta sull’isola con tutti gli onori militari. In una bella tomba bianca che guarda il mare. Una splendida storia che mi hanno raccontato a Kastellorizo, la mitica isola del flmi Mediterraneo”.
Macri Puricelli, nel libro lei approfondisce il concetto di «isolitudine» (p. 117), parola codificata anche dal dizionario della Treccani. Che cosa rappresenta per lei?

“Alla voce “isolitudine” il vocabolario Treccani recita così: “condizione esistenziale di appartenenza e di isolamento propria di chi è nato in un’isola”. Durrell nel suo libro dedicato a Rodi scrive che isolitudine è “una rara ma non per questo sconosciuta afflizione dello spirito”. Essendo nata e cresciuta al Lido di Venezia, sono un’isolana, quindi lo capisco. Sono un’isolana, quindi vengo irrimediabilmente attratta da questo strano sentimento di isolitudine che ti fa sentire al tempo stesso bloccata e libera. Isolitudine sta anche per solitudine? In barca, così come la intendiamo noi, ci sta. Siamo sempre soli. Ma non per questo ci sentiamo soli”.
“Cosa fai tutto il tempo in barca? Mi ha chiesto un’amica. Cosa faccio? Di molte azioni lente è riempito il tempo in barca. Un tempo dilatato e senza fretta. E quando sono brava questo tempo ha il respiro del vuoto. Il mio spazio interiore riempito dal nulla. Anzi, svuotato dalle cose inutili. Un vuoto che è come un angolo nascosto dentro di me, uno sgabuzzino che ogni tanto va riordinato o, ancora meglio, svuotato.Che faccio quindi in barca? Cerco di non riempire il vuoto. Guardo. Guardo tanto. Il mare, le onde, la schiuma delle onde. Guardo il mare verso l’orizzonte. Non riesco a smettere di guardarlo”.
La lunga presenza dei Veneziani in Egeo, poi, si ritrova, per esempio, quando arriva a parlare di Astypalea, «la casa dei Querini» e lei racconta che ha trascorso molte sere d’inverno, da studentessa, in un palazzo che ne parlava, anche se ancora non lo sapeva. (p.93).

“Già. Sono stata una ragazza fortunata. Frequentavo il liceo linguistico a Mestre e alla fine del percorso decisi di fare due anni in uno. C’era tanto da studiare! Così ogni tanto non frequentavo e alla mattina me ne stavo a studiare in Marciana mentre il pomeriggio mi trasferivo in Querini. Mai avrei pensato che avrei ritrovato l’antica storia di Giovanni Querini in un’isola dell’Egeo, in un braccio di mare che fa da cerniera fra le Cicladi e il Dodecanneso.
Macri Puricelli, nel libro sono molti i riferimenti letterari: ad esempio Peter Handke (p. 141) e Joseph Conrad (p. 189).

“Cito anche un libro fondamentale per ogni appassionato di Grecia: Mani di Patrick L. Fermor. Non si può visitare il Peloponneso senza averlo letto. Tornando alla sua domanda, devo ammettere che, come credo ogni lettrice o scrittrice, porto con me molti dei libri che leggo. In alcuni casi rimane solo qualche suggestione, in altri un affetto e un afflato profondo. Sul comodino, credo da almeno trent’anni, ho il Canto alla durata di Peter Handke. Nessuno meglio di lui ha saputo cogliere il momento del “qui e ora” che così profondamente ho avvertito navigando la Grecia: “Restando fedele a ciò che mi è caro e che è la cosa piú importante, impedendo in tal maniera che si cancelli con gli anni, sentirò poi forse del tutto inatteso il brivido della durata e ogni volta per gesti di poco conto nel chiudere con cautela la porta, nello sbucciare con cura una mela, nel varcare con attenzione la soglia, nel chinarmi a raccogliere un filo”. E io aggiungo: andando per mare. Ancora: quando non potrò più navigare coltiverò la durata e l’amore per la Grecia rileggendo Fuorirotta!”
E anche la musica ha il suo spazio: naturalmente Theodorakis, ma anche Vinicio Capossela (p. 148).
“Mi è molto piaciuto “Tefteri. Il libro dei conti in sospeso” di Capossela scritto durante un viaggio nella Grecia ferita dal disastro economico e dalla conseguente punizione inflittale dall’Europa. E poiché lui è un musicista, ben presto il racconto si è trasformato in una sorta di nostalgico reportage sul rebetiko, musica che amo e che nasce dalla catastrofe dell’Asia minore, di cui ancora troppo poco si parla, quando nel 1922, dopo la guerra tra Grecia e Turchia, un milione e mezzo di profughi greci ortodossi fu costretto ad abbandonare Smirne e le coste turche per trasferirsi in Grecia. E lo stesso fecero i turchi che abitavano le isole greche, in particolare quelle del Dodecanneso, a est. Il rebetiko è la musica di quei luoghi antichi, di quei dolori e della nostalgia. Quando abitavo ad Atene andavo spesso ad ascoltare rebetiko. Ma la prima volta che l’ho incontrato è stato a Leros, in Dodecanneso”.
Non poteva mancare la fotografia, anche se nel libro, come si diceva, foto non ce ne sono: nel capitolo dedicato a Niryos racconta di Greg Haji Ioannides, di origine ateniese che si divide tra l’isola e Mexico City.
“La cosa più straordinaria della Grecia è che i greci non si perdono mai d’animo. Riescono sempre a trovare una ragione di vita e per ricominciare. Odysseas Elytis scrive: Se disintegri la Grecia, alla fine vedrai che ti rimarranno un ulivo, una vite e una barca. Il che significa: con altrettanto la ricostruisci. Le parole del poeta di Creta racchiudono l’essenza dello spirito greco e della sua millenaria capacità di resilienza attraverso la massima semplicità. A semplicità voglio aggiungere creatività. Quella che Greg ha utilizzato per il suo progetto: ha preso vecchie immagini come mappa ideale per restaurare la propria casa a Emborio, un villaggio che è stato abbandonato dopo uno dei tanti terremoti a Nysiros, un’isola vulcano con un enorme cratere attivo al suo centro. Sono tornata a Nysiros anche l’anno scorso: è stato bello vedere che molti hanno seguito l’esempio di Greg e ora a Emborio, che sta aggrappato proprio su di un crinale del vulcano, tante case sono state recuperate. E c’è perfino una piccola e straordinaria taverna che si affaccia sulla caldera. Emborio Balcony si chiama, è gestita da una giovane coppia, ed è proprio un simbolo di resilienza e resistenza”.
Macri Puricelli, il suo libro è una raccolta di storie e di esperienze, dunque, non solo sue, ma anche di chi ha incontrato sulla sua strada, un libro ricco di suggestioni, riflessioni e sensazioni, che si può leggere anche aprendolo a caso, lasciandosi trasportare in una navigazione immaginaria “provvisoria e remota” come dice essere stata la sua

“Sono d’accordo: l’idea era proprio quella di poterlo aprire a caso e immergersi in un’isola o in un villaggio. Inevitabile che parli di tante e diverse esperienze. Ma tutte sono legate da un forte collante: l’amore per la Grecia. Parlo anche di elementi essenziali di questo paese, come il sole, il mare e soprattutto il vento. Guardi, qualche giorno fa ho deciso di modificare lo sfondo del mio computer e ho programmato, con cambi ogni mezz’ora, immagini della Grecia. Fotografie che ho scattato durante i miei anni di vita greca e di vagabondaggi marini. Mi sembrava una bella cosa, giusto per respirare aria ellenica in un anno in cui sono rimasta bloccata a casa. E invece… che sofferenza, che nostalgia, che afflato per una terra alla quale non appartengo per genealogia ma certamente per anima. Un giorno mi appare il villaggio quasi del tutto abbandonato di Vathi, nel Mani, il giorno dopo i magici leoni di Delos. Poi Atene vista dal Licabetto, il tempo di Sunio al tramonto, Delfi solitaria in un giorno di post pandemia. A ogni scatto mi fermo incantata.
Guardo le immagini e, forse non ci crederà, penso soprattutto al vento
Non solo quello necessario alle vele di Zara. A ogni vento che ho avuto la fortuna di respirare. La mia amata casa greca si affacciava sul Saronico e guardava a nord-ovest: una bellezza d’estate, un tormento d’inverno. In Grecia c’è sempre vento. Le giornate di bonaccia sono rare e amatissime. In greco vento si dice in due modi: aera e anemos. Il primo è più diffuso, ma io amo il secondo. Forse perché da quella parola deriva la nostra “anima”. Vento come soffio di vita. Respiro. Gli Anemoi sono dei minori che obbediscono al supremo dio Eolo. Qualche volta sono rappresentati come raffiche di vento, altre come uomini alati. Altre ancora come cavalli tenuti nelle stalle da Eolo e pronti a uscire quando è necessario, come è successo a quelli che galopparono nel cielo per aiutare la navigazione di Ulisse. Ho divagato, mi scusi. Altro che vento! Il vero protagonista di Fuorirotta è il nostos. Non proprio nostalgia. Piuttosto anelito a un viaggiare che non abbia come fine la mera scoperta di luoghi inesplorati, bensì un movimento circolare: da casa si parte e lì, come Ulisse, si ritorna. Ma radicalmente trasformati dalle esperienze e dal tempo”.
Chi è Macri Puricelli

Macri Puricelli. Giornalista professionista, per quasi quarant’anni ha lavorato come cronista fra quotidiani («L’Unità», «La Nuova Venezia», «Il Corriere del Veneto») e web (Popolis.it, Repubblica.it e altro). Fra i suoi ultimi libri: Di bestiale bellezza. Itinerari fra animali, sassi e acque di un Veneto ritrovato (Biblioteca dell’Immagine, 2012); Diario Greco (All Around, 2020); Di carne e di pietra. Passeggiate veneziane fra gatti, cani, dinosauri, rinoceronti, foche (All Around, 2021); Betta, la mia casa è un albergo (All Around, 2023); Grand Hotel. Piccolo elogio dell’alberghitudine (Cleup, 2023).
Macri Puricelli, Fuorirotta. Viaggio nell’anima delle isole greche, Verona,
Edizioni il Frangente, 2026.












































































