Esiste un preciso momento dell’estate in cui il caldo modifica la percezione della realtà. L’asfalto sembra liquefarsi, l’orizzonte si deforma e gli oggetti appaiono sospesi nell’aria. È il fenomeno della Fata Morgana, il celebre miraggio provocato dall’inversione termica che inganna l’occhio umano e trasforma ciò che è reale in un’immagine irreale. Da questo fenomeno fisico prende ispirazione “The Unknown”, la Summer Exhibition della Galleria Black Light di Padova, dove il confine tra realtà, sogno e inconscio diventa il filo conduttore delle opere di Elisa Gambalonga, Pierpaolo Maso e Valeria Gaia.
La fotografia, nelle mani dei tre artisti, abbandona il suo tradizionale ruolo documentario per trasformarsi in uno strumento di esplorazione dell’interiorità. Le immagini non raccontano semplicemente ciò che esiste, ma conducono lo spettatore in territori sospesi, dove il tempo rallenta, la materia si dissolve e l’immaginazione prende il sopravvento.
Il miraggio di Fata Morgana vito da Elisa Gambalonga

Tra i lavori più suggestivi spicca Hotel California (2025) di Elisa Gambalonga. Una figura femminile, il volto nascosto da una maschera, giace accanto a un pesce rosso racchiuso in un vaso trasparente all’interno della piscina vuota di un albergo abbandonato. È un’immagine fortemente simbolica che richiama il celebre brano degli Eagles, trasformando l’edificio dismesso in un luogo della mente, dove identità, memoria e paure convivono in un equilibrio fragile. L’artista utilizza quasi esclusivamente l’autoritratto come linguaggio espressivo. Il corpo diventa così uno spazio universale sul quale proiettare emozioni, ferite e desideri. Colpisce inoltre la totale assenza di post-produzione: ogni fotografia nasce già compiuta nello scatto, mentre le cornici, realizzate artigianalmente dal padre dell’artista, diventano parte integrante dell’opera, conferendole una dimensione materica e quasi scultorea.
La visione di Maso


Di tutt’altro registro, ma ugualmente immersa nell’ignoto, è la ricerca di Pierpaolo Maso, formatosi all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Le sue fotografie sembrano fotogrammi di un film sospeso nel tempo. Stazioni di servizio illuminate da luci al neon, automobili d’epoca e figure umane emergono dalla nebbia come apparizioni silenziose. Attraverso lunghe esposizioni e un rigoroso controllo della luce naturale e artificiale, Maso costruisce scenari in cui l’architettura perde consistenza e si trasforma in presenza evanescente. Nulla è lasciato al caso: ogni immagine è il risultato di un’attenta progettazione tecnica capace di spingere il linguaggio fotografico oltre la semplice rappresentazione del reale.
Chiude Fata Morgana Valeria Gaia

Chiude il percorso espositivo Valeria Gaia, artista con formazione storico-artistica maturata tra Padova e Parigi, dove ha approfondito il reportage e il ritratto indipendente. I suoi lunghi soggiorni in Oceania e nel Nord Africa hanno influenzato profondamente una ricerca orientata verso l’essenzialità dell’immagine. Lavorando esclusivamente con la luce naturale, senza alcun intervento di post-produzione, Gaia fotografa dettagli vegetali e minerali che, isolati dal contesto, assumono una dimensione quasi astratta. La luce diventa uno strumento di rivelazione, capace di mettere in evidenza quella traccia invisibile che permane nella natura oltre il passaggio dell’uomo.
Tra artisti alla ricerca di Fata Morgana

Pur partendo da esperienze e linguaggi differenti, i tre artisti condividono una medesima tensione: trasformare la fotografia in un luogo di ricerca, più che di documentazione. Le stanze abbandonate di Gambalonga, le architetture notturne di Maso e i paesaggi essenziali di Valeria Gaia rappresentano tre differenti modi di attraversare la stessa soglia, quella in cui il reale perde la propria stabilità e lascia spazio all’immaginazione.
Nessun inganno ma punti di vista diversi

Come accade nel fenomeno della Fata Morgana, l’inganno della luce non diventa un errore percettivo, ma un’opportunità per osservare il mondo da un punto di vista diverso. È proprio questa la forza della mostra: invitare il visitatore a sospendere le proprie certezze e ad accettare che, talvolta, la conoscenza possa nascere proprio dall’ambiguità, dall’illusione e dall’ignoto.
Con “The Unknown”, la Galleria Black Light propone così un percorso, in esposizione fino al 19 settembre, di forte intensità visiva ed emotiva nel quale la fotografia supera i propri confini tradizionali per diventare esperienza, riflessione e viaggio interiore. Un invito a guardare oltre ciò che appare, lasciandosi guidare, come in un miraggio estivo, verso territori ancora inesplorati della memoria e della coscienza.












































































