“Vi invitiamo a leggere le opere che hanno partecipato alla IV edizione del Concorso nazionale Vi racconto una storia… promosso da associazione Rete Malattie Rare APS – scrive la presidente Riccarda Scaringella nell’introduzione -, vi immergerete nelle esperienze di vita delle persone con Malattia Rara e/o disabilità e aprirete la vostra mente e il vostro animo a sfide a molti sconosciute o che risuoneranno dentro di voi perché vi trasmetteranno emozioni e precise sensazioni vissute personalmente e che riconoscerete, perché vostre.”. Partiamo da Rosario Cascone e il suo Artù
Sulla rivista www.enordest.it pubblicate le opere premiate
La rivista https://www,enordest.it ospiterà, una alla volta, le opere che sono state premiate per la sezione Racconti, Poesie e “Opere con più mi piace sulla pagine facebook dedicata”.
L’obiettivo è valorizzare il valore culturale e sociale dell’iniziativa e chi ne è protagonista e può, con la propria parola, rendere tutti noi partecipi di nuovi punti di vista nell’osservare le vicende della vita, lasciandoci permeare da una profonda empatia.
Ogni opera racconta una trasformazione che è avvenuta nell’autore e che può avvenire in ognuno di noi.
Primo classificato, la motivazione del presidente della giuria

Nella sezione Racconti Primo Classificata è l’opera di Rosario Cascone “Il cuore sotto il letto”.
Nella motivazione di Valter Arnaldo Esposito, presidente della Giuria, si legge: “È un racconto struggente, scritto in maniera leggera e a tratti poetico. In meno di due pagine vengono descritte emozioni e sensazioni che toccano il profondo dell’anima e aiutano il cuore. Involontariamente si pone in evidenza la pet therapy grazie al meraviglioso Artù e grazie alla “penna” della mamma di Luna!”
L’autore: Rosario Cascone

Rosario Cascone, settantenne, vive ad Angri con la famiglia. Dal 1980 al 2020 ha lavorato nella Polizia Municipale di Angri, anche come Comandante. Appassionato di scrittura, oggi in pensione si dedica a poesia e narrativa. Nel marzo 2022 ha pubblicato la sua prima raccolta, “Tentativi di poesia attraverso me”. Nell’aprile 2026 è uscita la seconda, “L’eternità degli istanti”. Ha partecipato a numerosi concorsi letterari a livello nazionale, ottenendo vari premi e riconoscimenti.
Il racconto “Il cuore, sotto il letto” di Rosario Cascone

Tutto durò circa un mese, ma fu sufficiente a far sì che quell’ospedale diventasse il nostro mondo.
Ricordo ancora l’odore pungente del disinfettante che mi restava addosso ogni sera, quando tornavo a casa. “Per me, il mondo si era ridotto a quei corridoi bianchi.” Il mio cuore restava inchiodato a un sorriso spento: quello di mia figlia Luna, nove anni appena, che non riuscivo più a far ridere. Solo un cane, Artù, ci avrebbe insegnato che la speranza può nascondersi perfino sotto un letto. Ricordo il suo sguardo diffidente il giorno in cui entrò in casa: sembrava chiedere permesso anche per respirare. Fino a quel momento, prima che lo adottassimo, aveva conosciuto solo la gabbia di un canile. Ma appena Luna lo vide, non ebbe esitazioni. Si sedette accanto a lui, gli offrì la mano piccola e paziente, e bastarono pochi istanti perché diventassero inseparabili. Da quel giorno erano una cosa sola. Quando Luna rideva, lui scodinzolava. Quando piangeva, lui le poggiava il muso sulle ginocchia.
La malattia separa Luna da Artù

Poi arrivò la malattia. Ricordo la prima visita, i medici che parlavano di «valori alterati», «necessità di approfondimenti». Poi quella parola che ancora oggi non riesco a pronunciare senza un tremito: leucemia. Seguì il ricovero. E in quel reparto vidi la mia bambina spegnersi un po’ ogni giorno. Non parlava, non mangiava, non voleva guardare i cartoni animati. Io restavo accanto a lei, senza più sapere come aiutarla. Di notte mormorava un solo nome: «Artù…» A casa, intanto, Artù rifiutava il cibo, si accucciava davanti alla porta della stanza vuota, vegliava un’assenza. Ogni sera infilava il muso sul cuscino di Luna, cercando la sua presenza.
Artù scappa e raggiunge Luna in ospedale

Poi accadde qualcosa che ancora oggi non riusciamo a comprendere. Un giorno lasciai la porta di casa socchiusa. Artù corse via. In quel momento non avrei mai immaginato cosa avrei scoperto il giorno dopo, tornando in ospedale da mia figlia. La prima cosa che notai fu il sorriso di Luna, quello stesso sorriso che non avevo visto da settimane. «Mamma, indovina chi ha dormito con me stanotte?»La guardai sorpresa. Non ebbi nemmeno il tempo di chiederle chi fosse, che da sotto il letto sbucò Artù. Rimasi senza fiato, travolta da un’emozione che mi fece tremare le gambe: un’immensa gioia nel vederli insieme. Ancora oggi non so spiegarmi come abbia fatto, ma so solo che aveva compiuto l’impossibile pur di stare vicino a Luna.
Artù non era più solo un cane
Nei giorni successivi, Luna trovò forza in quei momenti sotto il letto. Artù non era più solo un cane. Era un filo invisibile che legava chi soffre a chi ama, paura a speranza. Ogni sua carezza era un promemoria silenzioso: non eri sola. Non lo sei mai stata. Luna chiese una mela. Poi un cucchiaio di riso. I medici si scambiarono uno sguardo incredulo.
«Non è solo la terapia», disse una dottoressa. «C’è qualcosa di più.» Quel “qualcosa” respirava piano, nascosto sotto il letto. Artù sembrava capire. Non abbaiava mai, si muoveva solo se restavano da soli.
Disegni per la vita
Un giorno trovammo un disegno: una bambina e un cane con un mantello rosso che volavano tra le nuvole. Sotto, la scritta: “I supereroi esistono.” Era di Davide, un bambino del reparto. Aveva colto il segreto. E presto lo conobbero anche gli altri.
Luna non poteva dividere Artù con tutti, così cominciò a disegnarlo in mille pose: Artù che correva, che dormiva, che rideva con gli occhi. Regalava quei fogliettini agli altri bambini, che li tenevano accanto al cuscino come se davvero quel cane fosse lì con loro. Il reparto, piano piano, si riempì di disegni e di piccole speranze appese ai muri.
Semi per sorridere ancora
Fu allora che compresi di non essere sola. Un giorno, una donna mi fermò nel corridoio: «Come hai fatto?» mi chiese con voce rotta. «Come hai fatto a farla sorridere ancora?» Non parlai di farmaci, né di protocolli. Raccontai di Artù, di quella corsa inspiegabile nella notte, di come un muso caldo avesse ridato il respiro a mia figlia. E vidi nei suoi occhi la stessa luce che avevo visto in quelli di Luna.
Da allora cominciai a raccontare. A sedermi accanto alle altre madri. A dire: «Non smettete di credere. I miracoli arrivano in forme che non immaginiamo: a volte hanno quattro zampe, altre volte sono un sorriso che torna.»
E accadde qualcosa di inatteso: il reparto cambiò. Le madri si parlavano, i padri non restavano più in silenzio, i bambini si cercavano tra le stanze, le infermiere sorridevano più spesso.
Era come se un cane nascosto avesse insegnato a tutti che la speranza è contagiosa.
Le analisi di Luna, intanto, miglioravano. Una mattina, mentre i medici comunicavano i primi risultati positivi, Artù balzò sul letto e si sdraiò sul suo petto. I medici si immobilizzarono. Uno di loro portò la mano al telefono, pronto a chiamare la sicurezza, poi si fermò. Guardò Luna, guardò il cane e abbassò la mano. «Noi qui non abbiamo visto niente», disse, sorridendo. «Se qualcuno chiederà del trambusto, diremo che veniva dal cortile.»
Da quel giorno Artù non fu più un clandestino
Le infermiere gli lasciavano ciotole d’acqua, qualcuno perfino un biscotto. Perfino i medici, che vivono tra regole e statistiche, impararono a chinarsi per una carezza.
Venne il giorno delle dimissioni. Camminando nel corridoio, Luna vedeva i bambini affacciarsi alle porte, ciascuno con il suo sorriso più bello. In quegli occhi brillava la speranza di poter, un giorno, fare lo stesso cammino.
Io le camminavo accanto e sentivo che quel miracolo non apparteneva solo a noi. Era diventato di tutti: dei medici che avevano imparato a lasciare spazio alla vita oltre i protocolli, delle infermiere che nascondevano carezze dietro la severità, dei bambini che avevano ritrovato la forza di credere, delle madri che non avevano più paura di parlarsi nei corridoi.
Capii allora che non stavamo lasciando solo un ospedale. Stavamo lasciando un seme.A casa, lungo il vialetto, Artù corse avanti come a dirle che il mondo l’aveva aspettata.
Luna rise. Era la risata di una bambina che aveva vinto la sua battaglia.Il cuore, sotto il letto. L’amore, sopra ogni legge.














































































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