Tre secoli fa nasceva Giacomo Casanova: avventuriero, seduttore, viaggiatore e, soprattutto, filosofo della libertà. Dietro il mito del libertino si cela uno degli spiriti più curiosi e acuti del Settecento europeo: scrittore, massone, instancabile testimone del secolo dei Lumi. Il suo nome è diventato sinonimo di seduzione, ma la sua vita racconta molto di più: la ricerca della conoscenza, la passione per il pensiero libero, il desiderio di comprendere l’animo umano attraversando corti, salotti e prigioni d’Europa.
Un incontro veneziano

A Venezia, dove tutto comincia, Casanova incontra un giovane poeta, Lorenzo Da Ponte, nato Emanuele Conegliano a Ceneda (oggi Vittorio Veneto) nel 1749. Convertito dal giudaismo al cattolicesimo, Da Ponte è un libertino colto e inquieto, sospeso fra poesia e trasgressione. Nel 1779 viene espulso dalla Serenissima per “condotta immorale” e si rifugia a Vienna, dove diventerà librettista di corte sotto l’imperatore Giuseppe II.
Proprio lì, tra teatri e logge massoniche, incontrerà Wolfgang Amadeus Mozart con il quale firmerà tre capolavori assoluti: Le nozze di Figaro (1786), Don Giovanni (1787) e Così fan tutte (1790). In quattro anni, quei tre lavori racconteranno — con ironia e dramma — l’anima sensuale e razionale dell’Illuminismo europeo.
Casanova e il mito del libertino

Tra Casanova e Da Ponte nacque una sintonia intellettuale profonda. Il primo, già celebre per le sue Memorie, divenne per il secondo una sorta di fratello maggiore. Quando Da Ponte lavorava al libretto del Don Giovanni, si dice che chiese consiglio proprio a lui.
Casanova, del resto, era a Praga nel 1787, alla prima assoluta dell’opera. Nei suoi manoscritti compaiono appunti teatrali che anticipano passaggi del secondo atto, e non pochi studiosi hanno ipotizzato che alcune sfumature del protagonista derivino proprio dalle sue riflessioni. Chi meglio di Casanova, infatti, avrebbe potuto comprendere i labirinti della seduzione e la malinconia che segue il desiderio?
Da Ponte stesso lo definì «uno degli uomini più straordinari che abbia mai incontrato». Così, forse, nacque Don Giovanni: il riflesso distorto del libertino, l’uomo che ama senza amare, che insegue il piacere come illusione di libertà. Nel Settecento, “libertino” non significa dissoluto, ma libero pensatore: colui che rifiuta il dogma e cerca la verità attraverso l’esperienza. Casanova ne è l’incarnazione luminosa; Don Giovanni, invece, la sua ombra tragica.
Villa La Rotonda: il teatro del desiderio

Se Casanova incarna la conoscenza, Da Ponte la parola e Mozart il suono, il quarto protagonista di questa storia è un luogo: Villa Capra “La Rotonda”, il capolavoro palladiano che domina la campagna vicentina. Nel Settecento era un simbolo di eleganza e potere, palcoscenico dell’aristocrazia veneta, teatro in cui ogni salone era una scena e ogni finestra un’inquadratura di luce. Goethe la visitò durante il suo Grand Tour, incantato dall’armonia sensuale delle proporzioni. Due secoli dopo, nel 1979, Joseph Losey sceglierà proprio la Rotonda come residenza del suo Don Giovanni cinematografico, interpretato da Ruggero Raimondi.
Il regista americano colse la potenza simbolica del luogo: la perfezione geometrica della villa, attraversata da ombre e chiarori, diventa metafora della mente del protagonista — un labirinto di desiderio e colpa.
Dal rifugio dell’anima alla prigione del desiderio

Palladio aveva concepito la Rotonda per Paolo Almerico, canonico vicentino che desiderava ritirarsi a meditare e studiare in un luogo di armonia. La villa, perfettamente simmetrica e aperta sui quattro orizzonti, rappresentava l’ideale rinascimentale dell’uomo che si guarda allo specchio del mondo.
Losey, due secoli dopo, ne ribalta il significato: la casa dell’introspezione diventa la prigione del piacere. Là dove Almerico cercava equilibrio, Don Giovanni trova ossessione; dove l’architettura nasce per la contemplazione, si consuma la dannazione. Le riprese del film trasformarono Vicenza in un grande set: il Teatro Olimpico fu scelto per la scena del duello finale, ma fu la Rotonda a rubare la scena — sublime e inquietante, come il personaggio che la abita.
Casanova, un mito che ritorna




Oggi, tre secoli dopo, tutto sembra chiudersi in un cerchio perfetto: Casanova, Da Ponte, Mozart e Don Giovanni tornano idealmente a casa, nella terra di Palladio. E, nella luce dorata che ancora filtra tra le colonne della Rotonda, pare di sentire l’eco di quella musica che racconta il confine fra eros e conoscenza. Forse Casanova vi riconoscerebbe il suo riflesso, e sorriderebbe.
Perché la Rotonda — come l’uomo, come il desiderio — resta un perfetto specchio dell’anima.
Tre uomini, un secolo, un’opera e una villa: un mito che non smette di sedurre.

















































































