Capo Verde è un sogno. Uno splendido sogno che si materializza 500 chilometri al largo del Senegal, in pieno Oceano Atlantico: è un arcipelago di dieci piccole isole vulcaniche. Ci vivono poco meno di 530mila persone che parlano la lingua creola, un portoghese arricchito da idiomi dell’Africa occidentale. Nell’estate di qualche anno fa sono volato sulla “ilha do Sal” e poi a Boavista, l’isola più grande e selvaggia dell’arcipelago. Una ventina di giorni fra spiagge mozzafiato e mare color cristallo con panorami sempre sferzati dal vento, ma mai uguali e comunque pieni di sorprese. Ho toccato con mano la capoverdianità e, come tanti, ne sono rimasto contagiato.
Capo Verde e i 50 anni di indipendenza

E’ così che nel luglio scorso ho seguito i festeggiamenti per i 50 anni dell’indipendenza di Capo Verde dal Portogallo: una grane festa popolare con canti, balli ed eventi in tutte le comunità sparse per il mondo. Quello, però, è stato nulla in confronto all’entusiasmo esploso lunedì scorso per la conquista del pass per il mondiale di Usa 2026. E’ arrivato per la prima volta e ben prima di tanti titolati Paesi dalle grandi tradizioni calcistiche e – ahinoi – pure del pass che gli azzurri si giocheranno fra qualche incognita nei playoff di inizio primavera. Un supplizio che ci siamo meritati affondando 3-0 in Norvegia, quando l’ammiraglio Spalletti vagava senza meta sulla tolda del Titanic azzurro. Una barca recuperata e poi rimessa in navigazione dal comandante Gattuso, ma ancora lungi dall’approdare in un porto sicuro.
Capo Verde e l’incessante melodia della morna

Cambiamo natante e proviamo a veleggiare fino alle coste di Capo Verde dove la festa è andata in scena scandita dalle note di Cesária Evora, la “diva scalza”, autentico mito e massima interprete dello stile musicale dell’arcipelago, la morna. Capo Verde prima che vento, mare e spiagge è musica e la morna è la colonna sonora quotidiana su tutte e dieci le isole. Una melodia con arpeggi di chitarra che ricordano il fado portoghese, ma con ritmi africani che la avvicinano al blues.
Ascolti quelle note in ogni luogo pubblico, nelle piazze e per le strade, anche a notte fonda quando ti culla nel sonno. Sono sonorità un po’ portoghesi, ma anche brasileiri proprio come l’anima della Nazionale bianco-rossa-blu dove si fonde e si intreccia lo spirito dei pionieri del Benfica (squadra di riferimento dei capoverdiani) e l’aspirazione di poter bailare una… samba do Brazil. Sembra impossibile, ma sulle spiagge di Sal, l’isola più esposta a Ovest, è facile trovare tracce di relitti naufragati o distutti dalle tempeste dell’altra parte dell’Oceano, in Brasile. Le correnti atlantiche li portano fino alle costa africane.
Il Bubista e il destino degli squali azzurri
Il sogno mondiale dei capoverdiani si è concretizzato seguendo il credo della loro “diva scalza”, la Evora scomparsa nel 2011, che ripeteva di «non credere nei sogni o nel destino, il destino è un masso che cade su di te mentre sogni». Il destino ha esaltato i tiburões azules, “gli squali azzurri”, che nella partita decisiva hanno battuto 3-0 Eswatini, l’ex Swaziland, facendo diventare Capo Verde il Paese meno popoloso nella Storia del calcio a partecipare alla fase finale di un Mondiale al pari dell’Islanda che rappresentò la sorpresa di Russia 2018.
La nazionale di Capo Verde
La Nazionale capoverdiana è allenata dal 55enne Pedro Leitao Brito, nome d’arte Bubista, modesto calciatore (ex Bajados, in Spagna, e poi in Angola), un tecnico fatto in casa, che dopo il deludente esordio proprio contro l’Angola (0-0), ha vinto la prima partita 2-0 contro il Sudafrica in trasferta al Giraffe Stadium, di fronte a 250 spettatori. Poi i suoi ragazzi hanno affrontato una potenza storica del calcio africano come il Camerun. I “leoni indomabili” all’andata hanno fatto a pezzi gli squali azzurri (4-1) con il portiere Onana che ha parato il rigore del 4-2 nel finale.
Poi, però, mentre Capo Verde ha inanellato una serie di vittorie – contro la Libia e poi con le Mauritius sia in casa, a Praia, che a Saint Pierre – il Camerun ha pareggiato 0-0 contro il Sudafrica. Quindi alla sfida diretta si è presentato in testa al girone, ma soltanto per un punto. E Capo Verde, sorprendentemente, ha vinto 1-0 con il gol decisivo di Dailon Rocha Livramento, attaccante dell’Hellas Verona, ora in prestito in Portogallo (più vicino a casa!) al Casa Pia. Grazie a quel successo storico è avvenuto il sorpasso con il vantaggio in classifica mantenuto poi battendo ancora il Sudafrica e appunto lo Eswatini nell’ultima gara.
Il bomber
Ovvio che il bomber Livramento sia diventato una sorta di eroe nazionale (ha segnato anche nell’ultima partita): nato 24 anni fa in Olanda, a Rotterdam, ha un fratello rapper e pure lui si diletta con la musica. La mamma è capoverdiana, ma nata a Roma da genitori di Praia emigrati in Italia per lavorare come addetti alle pulizie. La donna si è poi sposata con un suo connazionale per trasferirsi in Olanda e trovare lavoro.
Il soprannome del figlio Dailon Livramento è “Dailinho” dal suo idolo Ronaldinho passato anche in Italia per vestire la maglia del Milan dal 2008 al 2011 (95 presenze, 26 gol). Per la stragrande maggioranza dei capoverdiani il mito del calcio è invece il portoghese Eusebio, uno dei più grandi attaccanti della storia ( 638 gol in 614 partite ufficiali giocate in 22 anni di carriera) che era nato in Mozambico, da madre angolana e padre originario di Praia, la capitale capoverdiana.
Un “errore” senza fine bello

Insomma l’arcipelago in mezzo all’Oceano è diventato il centro di gravità del folber mondiale o meglio la favola da raccontare ai nipoti per confermare l’imprevidibilità del calcio, “mistero senza fine bello” per dirla con Giuan Brera che riprendeva i versi di un poeta, Guido Gozzano, crepuscolare. Capo Verde è invece un “errore senza fine bello” visto che deve il proprio nome ad un clamoroso abbaglio: si chiama infatti così perché quando fu avvistato dall’equipaggio di una flotta portoghese partita da Lisbona in cerca di nuove terre da colonizzare, fu scambiato per Cap-Vert, il promontorio del Senegal che è il punto più occidentale dell’Africa continentale. La flotta era invece 500 km più a sud e incrociava la prima isola dell’arcipelago più affascinante e pallonaro del mondo. Che ha appena iniziato a navigare in acque più tranquille: buon vento e mare calmo.






































