Negli Anni Settanta se tu dicevi Marcinelle, nessuno aveva indicazioni precise o ne parlava in Italia. Eppure quello che successe l’8 agosto 1956 in Belgio, vicino Charleroi, soprannominato dai francesi “Paese Nero”, per via del carbone, era uno dei più gravi lutti subiti dalla neonata Repubblica italiana. Forse era una vergogna nazionale che doveva essere cancellata con i suoi 262 minatori morti in Belgio, di cui 136 italiani (12 lavoratori originari del nord est).
La mia esperienza con Marcinelle

Nel 1972, io allievo volontario vigile ausiliario (AVVA) come si diceva all’epoca per i giovani pompieri che optavano al posto del servizio militare, mi son trovato, appena ventenne, giovane ma già adulto, nella caserma dei vigili del fuoco di Castelfranco Veneto (Tv). Una esperienza importante nella mia vita, che io, ma senza scherzare tanto, chiamo ancora “la mia prima laurea” della vita. Il capo-reparto si chiamava Toni Pioveasan, credo classe 1920, detto “Petote”, era uno dei sopravvissuti del dramma di Bois du Cazier, ovvero miniera del carbone di Marcinelle.
Toni non ne parlava mai

Da lucido, non parlava mai della sua vita in miniera e della fortuna che aveva avuto. Ma quando durante i normali interventi dei vigili del fuoco, si lavorava in mezzo al fumo, o al semplice buio, Toni Piovesan, andava in tilt. Abbandonava il luogo dell’intervento con una scusa bambinesca. Allargava le braccia, metteva le mani sulle tasche e gridava “só restà senza sigarette, scuseme”. La squadra di pronto intervento era formata da lui, maresciallo anziano e tre ventenni, io “el venessian”, per cui poco titolato alla guida, e due ragazzi romagnoli, Tolmino e Gigi, bravissimi alla conduzione dei mezzi d’emergenza, all’uso delle pompe e degli attrezzi di salvataggio. Quando finiva (felicemente) l’intervento, arrivava lui, sudaticcio, ma quasi normalizzato. Alla sera, quando nel distaccamento Vvf di Castelfranco Veneto, allora in via Asolo, si cenava tutti assieme, Toni Piovesan, dopo qualche bicchiere, si lasciava andare alle più segrete confessioni.
Il racconto di Toni

Era stato spedito in Belgio dal governo De Gasperi, per un obbligo di guerra: Bruxelles, prima tratteneva dopo il 1945 i prigionieri di guerra, poi con il cosiddetto “protocollo pane e carbone”, richiedeva come minatori i lavoratori italiani. Quintali del prezioso carbone a prezzo scontato per ogni lavoratore assoldato. Il governo di Roma, doveva garantire subito 50 mila minatori, saliti poi a 300 mila per via degli stipendi in franchi belgi per mantenere onorevolmente le famiglie in Italia. “Vivevamo nelle baracche di legno – confessava Toni Piovesan, visibilmente commosso – avevamo un salario a cottimo. Vivevamo isolati come bestie. Non potevamo avere contatti con i belgi. Ci chiamavano con tanto razzismo “les ritals”, tradotto “terroni”, perché usavamo la “erre” dei contadini poveri e non dei veri francesi (ovvero erre moscia, ndr). Niente docce, cibo in piatti e bicchieri di metallo, che anche i cani rifiutavano quelle zuppe inguardabili.
Toni e la tragedia
La miniera era lunga e stretta, male illuminata con tubazioni in metallo per garantire l’ossigeno con l’aria compressa. Quel 8 agosto 1956, alle ore 8 del mattino, un montacarichi si sbilancia e cozza contro un cavo dell’alta tensione. Le scintille provocano il disastro. Con il buio pesto, i minatori tentano la via d’uscita, anche calpestandosi. Dopo la tragedia i giornali italiani non governativi parlarono finalmente di “deportazione proletaria”.
Il nostro Toni Piovesan detto Petote, tornò nella sua natía provincia trevigiana e venne assunto dal Ministero come vigile del fuoco. Lui di incendi ed esplosioni se ne intendeva.













































































