Prosegue su www.enordest.it la rubrica “Itinerari”. Ogni domenica sarò felice di presentarvi voci e storie tra Nordest e Sardegna, terre straordinarie tra cui vivo e lavoro. Vi accompagnerò lungo itinerari culturali, turistici ed imprenditoriali ricchi di fascino e creatività, che conto sapranno informare ed emozionare chi vorrà farci compagnia. Oggi con “Itinerari” vi porto a conoscere un giovane poeta di Badia Polesine, in provincia di Rovigo. Marco Zungri (classe 1993) mi ha colpita per la delicatezza e la potenza delle sue poesie, ma anche per la sua educazione, il sorriso aperto e ironico, lo sguardo di chi cerca incessantemente la profondità dei sentimenti umani in un mondo troppo spesso frenetico, superficiale, sempre più alla deriva. Andiamo a conoscere più da vicino questo giovane poeta polesano. Buona lettura!
Avete mai conosciuto un vero poeta?

Una persona che ha sentito il richiamo insopprimibile del pensiero, della potenza delle parole, della letteratura e della musica? A me è successo di recente, in un incontro che ricordo con emozione e stupore. Sì, perché oggi è sempre più raro trovare persone che hanno il coraggio di vivere di emozioni. Di volerle raccontare e trasmettere. Ammiro da sempre la forza di chi sa andare in profondità, di chi sente e vede oltre le apparenze senza perdere il sorriso. Di chi rischia di essere travolto dalla propria sensibilità, ma accetta di reggere il carico. Di trasformare esperienze intense, spesso profondamente dolorose, nella più importante e sublime forma di conoscenza: la poesia.
Zungri, il giovane poeta di Badia Polesine

In un tempo in cui la velocità e la superficialità sembrano prevalere sull’ascolto, sulla gentilezza e sull’interiorità, la poesia di Marco Zungri – giovane autore di Badia Polesine – si distingue per la capacità di restituire valore alla dimensione più autentica dell’essere umano: la fragilità. Maestro elementare, educatore, pedagogista, autore e cantante, Zungri ha costruito un percorso artistico nel quale parola e sensibilità si intrecciano, dando vita ad una riflessione che invita il lettore a guardare oltre la superficie delle emozioni. I temi principali della sua poetica sono l’amore, la fragilità, i bambini, i sogni e le speranze.
Marco Zungri è abilitato all’insegnamento del canto e della tecnica vocale da due istituti degli Stati Uniti
Nel 2018 ha ideato ed è stato uno degli organizzatori della conferenza internazionale “Voce Pura”, tenutasi nella città di Verona. Le espressioni artistiche a lui più care sono la poesia, il canto, la musica, l’arte e il cinema. Ha esordito nel 2020 con “Quadernino blu” (Ed. La Gru), con la prefazione dello psichiatra Eugenio Borgna, uno dei padri della psichiatria italiana e noto saggista. A febbraio 2022 è uscita la sua seconda silloge poetica “Quadernino arancio. La fragilità dell’essere” (Ed. Clinamen), con l’introduzione di Cettina Caliò Perroni. Zungri ha anche ideato ed è direttore artistico del Festival “Apro l’anima e gli occhi” di Este (Padova).
“Quadernino blu” – raccolta incentrata sull’amore e sui moti più intimi dell’animo umano – è una vera e propria confessione, una dichiarazione d’amore in versi, un viaggio nei più remoti e fragili meandri dell’anima. Vi si incontra l’amore vissuto, il non vissuto, l’agognato, lo sperato. Si nascondono, nelle falde dell’anima, alcune tra le più indicibili parole d’amore e in questa introspezione si cerca di farle riemergere scegliendo la poesia, considerata dall’autore un modo delicato di vivere la vita.
Il poeta dopo l’esordio

Dopo l’esordio con “Quadernino blu”, Zungri ha approfondito il proprio percorso con “Quadernino arancio. La fragilità dell’essere”, opera che pone al centro una domanda tanto semplice quanto attuale: è davvero la fragilità un limite da nascondere? Per Zungri la risposta è chiara. La fragilità non rappresenta una debolezza, bensì una forma di apertura verso l’altro. Nelle sue riflessioni l’autore sostiene che proprio la vulnerabilità consente di sviluppare empatia, delicatezza e capacità di comprendere il dolore e la gioia altrui. È una visione che si pone in contrasto con una cultura orientata alla perfezione e all’invulnerabilità, proponendo invece un’umanità più consapevole dei propri limiti e, proprio per questo, più autentica. La sua scrittura si caratterizza per un linguaggio essenziale, misurato e privo di artifici. Le immagini poetiche non cercano effetti spettacolari, ma si muovono con discrezione, lasciando spazio al silenzio e alla riflessione. La critica ha descritto la sua poesia come una scrittura “in punta di piedi”, capace di affrontare temi profondi attraverso la leggerezza e la sobrietà espressiva.
Il poeta; il Quadernino blu e il Quadernino arancio

Nelle pagine di “Quadernino arancio” trova spazio anche lo sguardo dei bambini, simbolo di una purezza che l’autore considera indispensabile per riscoprire speranza, gentilezza e fiducia. È un invito a recuperare quella capacità di meravigliarsi che spesso l’età adulta sacrifica alle logiche dell’efficienza e della competizione. La figura di Marco Zungri appare interessante anche per la pluralità delle sue esperienze. Accanto all’attività poetica, infatti, ha sviluppato una carriera come cantante e docente di tecnica vocale, collaborando in contesti internazionali. Questa formazione musicale sembra riflettersi anche nella sua poesia, dove ritmo, pause e musicalità assumono un ruolo centrale nella costruzione del verso.
La sua poetica

La poetica di Zungri propone dunque una prospettiva controcorrente: riconoscere la fragilità come elemento costitutivo della persona significa riconoscere anche la possibilità di costruire relazioni più profonde e sincere. In un’epoca che celebra spesso la forza come sinonimo di invincibilità, il poeta di Badia Polesine ricorda che il coraggio più grande consiste forse nell’accettare la propria vulnerabilità e trasformarla in occasione di incontro con gli altri. È proprio questa capacità di dare voce alle emozioni più silenziose che rende la sua poesia particolarmente significativa nel panorama della giovane letteratura contemporanea: un invito a rallentare, ad ascoltare e a riscoprire, nella fragilità, una delle forme più alte della nostra umanità. Marco Zungri ha appena finito di scrivere la sua terza silloge poetica, “Quadernino verde”, inno alla speranza, che sarà disponibile da novembre e che avrà l’onore di avere un saggio introduttivo di Duccio Demetrio, uno dei più importanti pedagogisti e filosofi italiani. “Questa notizia – racconta Zungri con un sorriso complice – non è mai stata divulgata”. Fa sempre piacere ricevere un’anteprima assoluta e sono lieta di poterla annunciare all’interno di questa rubrica!
Marco Zungri, viviamo in un’epoca dominata dalla velocità e dall’immediatezza. Quale spazio riesce ancora a ritagliarsi la poesia?

“La poesia ci insegna a rallentare e a riflettere. La poesia non può nascere nella frenesia. Vaghiamo come proiettili impazziti tutto il giorno e quando torniamo a casa la sera non ci riconosciamo più. Dovremmo rallentare, nonostante le pressioni dall’esterno, e chiederci se ciò che stiamo facendo nella nostra vita, assomiglia al nostro vero io”.
Cos’è per lei la Poesia?

“È sempre difficile rispondere a questa domanda. Per me, la poesia appartiene indissolubilmente alla vita. La poesia è un modo delicato di vivere la vita. È la possibilità di dare voce a emozioni e sentimenti con un linguaggio che non potrebbe essere espresso altrimenti”.
Ci vuole coraggio ad essere poeta nel XXI secolo?

“Non parlerei di coraggio, ma di necessità. La poesia è un bisogno che nasce da dentro. Si sente l’urgenza di dare voce al proprio sentire, al proprio essere, e di condividerlo con altre persone. Una poesia piace, quando la risonanza interiore di chi l’ha scritta combacia con la risonanza interiore di chi la legge. È una questione di affinità”.
Lei è profondamente legato al Polesine. In che modo il paesaggio, la memoria e l’identità del territorio continuano a nutrire la sua scrittura?

“Il Polesine è la mia terra. Durante l’adolescenza questa terra mi ha fatto sentire in gabbia. La monotonia del suo esistere rischia di appiattire anche i propri sensi. Fortunatamente ho sempre girato molto e frequentato molte persone. Negli ultimi anni ho imparato ad amarla molto. I bar del Polesine possono essere una scuola di vita, ascoltare la memoria degli anziani aiuta a ricostruire e a mettere in ordine un presente fatto di incertezza”.
Nella sua opera prima, “Quadernino Blu”, lei canta l’amore in tutte le sue declinazioni e il dolore che lo accompagna quando non c’è reciprocità. L’amore resta il più grande atto di coraggio possibile?
“L’amore è fragilità. È l’elemento più importante della vita. Senza amore nulla si muove. Credo che l’amore sia la fonte primaria di ogni uomo. Troppo spesso lo dimentichiamo negli anfratti polverosi della quotidianità”.
La prefazione di “Quadernino blu” è del noto psichiatra italiano Eugenio Borgna, ci racconti

“Nel 2020 ho pubblicato il mio primo lavoro. Successivamente è nato in me il forte desiderio di far giungere al Professor Borgna i miei scritti. Non avrei mai pensato che la sua risposta potesse, successivamente nella ristampa, diventare la prefazione del mio libro. Ha scritto per me parole di infinita bellezza e luminosità, che ancora oggi ricordo con forte emozione”.
Secondo lei, il poeta ha ancora una responsabilità civile nei confronti della società o il suo compito è soprattutto quello di custodire uno sguardo interiore?
“La poesia ha ancora una fortissima responsabilità civile, in particolare, nella riflessione sull’uomo e i suoi comportamenti. Per me, responsabilità civile e sguardo interiore, in questa visione, combaciano perfettamente”.
Nella sua seconda silloge poetica, “Quadernino arancio”, lei parla della fragilità dell’essere. A dispetto delle apparenze, questa fragilità può essere una forza?
“La fragilità nell’ottica mondana è sinonimo di debolezza, ma così non è. La fragilità nella mia visione, che è anche quella di Eugenio Borgna, si accosta alla sensibilità, alla delicatezza e all’empatia. Grazie alla fragilità possiamo immedesimarci, più facilmente, con le emozioni degli altri e i loro stati d’animo e così entrare in quello stato di empatia che è così necessario nel nostro presente”.
A novembre uscirà la sua terza raccolta di poesie, “Quadernino verde”, il colore della speranza…

“La speranza fa parte dell’esistenza di ogni persona. Non può esserci vita senza speranza. La speranza si contrappone nettamente alla disperazione ed è struttura portante della vita. Speranza è una parola fragile di cui bisogna prendersi cura quotidianamente. ‘Quadernino verde’ chiuderà il ciclo dei ‘Quadernini’. Chiudere con la speranza, oltre che necessario, mi sembra bello”.
La sua ultima silloge avrà l’onore di avere un saggio introduttivo di Duccio Demetrio, uno dei più importanti pedagogisti e filosofi italiani…
“Sì, ne vado particolarmente orgoglioso. Sarò sempre immensamente grato a Duccio Demetrio per questo regalo e lo ringrazio di cuore per citarmi spesso nelle sue conferenze in giro per l’Italia. Un consiglio sincero? Se volete farvi un dono speciale, leggete i suoi libri”.
Lei è anche ideatore e direttore artistico del Festival “Apro l’anima e gli occhi” di Este. Può anticipare qualcosa dell’edizione 2026?
“Apro l’anima e gli occhi” è una rassegna culturale che sono felice di organizzare insieme al Comune di Este, la Libreria Gregoriana, Il Patronato Redentore e la mia ex Preside Paola Morato. La prima edizione ha visto importanti ospiti come Daniel Lumera, Duccio Demetrio, Alberto Penna. Abbiamo ospitato anche il concerto-spettacolo di Francesco Tricarico, cantautore da riscoprire. La prossima edizione sarà altrettanto ricca e non vediamo l’ora di svelare il programma!”.














































































