C’è una data che porto scolpita, anche se all’epoca non sapevo bene cosa provare. Era il 27 agosto 1995, avevo dodici anni, e allo stadio Euganeo di Padova si giocava una partita che oggi definirei quasi impossibile da vivere con serenità: Padova-Milan, le mie due squadre, quelle per cui tifavo entrambe senza riuscire mai a sceglierne una sola. Il Milan passò subito in vantaggio con George Weah, poi il Padova pareggiò con Amoruso, servito da Galderisi. Sul finale di primo tempo arrivò il gol che decise la partita, un inserimento da centrocampista puro, assist di Weah e conclusione vincente di Baresi, che superò il portiere biancoscudato Bonaiuti e fissò il risultato sull’1-2. Non sapevo, allora, che quello sarebbe stato anche l’ultimo gol in Serie A della sua carriera.
Un difensore diventato simbolo, non solo un capitano
Franco Baresi è morto lo scorso 31 luglio all’età di 66 anni, storico capitano del Milan e della Nazionale italiana, considerato tra i più forti difensori nella storia del calcio. Non è un’esagerazione da coccodrillo, è un dato di fatto che chiunque abbia visto giocare il Milan tra gli anni Ottanta e Novanta può confermare. Baresi non era semplicemente un centrale difensivo dotato di tecnica e lettura del gioco, era il punto fermo attorno a cui Arrigo Sacchi e poi Fabio Capello costruirono la difesa più forte mai vista in Italia, quella capace di applicare la trappola del fuorigioco con una precisione quasi geometrica.
Il suo valore andava oltre lo score personale: era la garanzia silenziosa che teneva insieme un reparto arretrato diventato leggendario, un uomo capace di guidare senza urlare, di comandare con lo sguardo prima ancora che con la voce. E quel gol a Padova, arrivato proprio da un giocatore che di rado si spingeva sotto porta, resta ancora oggi la testimonianza più curiosa di un campione completo, capace di sorprendere anche chi lo conosceva bene.
Baresi ha vinto tutto con il Milan tra gli anni Ottanta e Novanta, in un’epoca in cui la maglia rossonera dominava l’Europa

Ma il dato dei trofei racconta solo metà della storia. L’altra metà riguarda la fedeltà, quella rarissima capacità di restare legato a un solo club per un’intera carriera, di essere riconosciuto come bandiera in un calcio che già allora iniziava a cambiare pelle, a diventare mercato prima che appartenenza.
Baresi, un simbolo mondiale, eppure sempre schivo
C’è un altro capitolo della carriera di Baresi che va raccontato accanto a quello rossonero, ed è quello con la maglia dell’Italia. Capitano della Nazionale, protagonista del Mondiale del 1990 in casa e soprattutto di quello statunitense del 1994, arrivò alla finale contro il Brasile dopo essersi operato al menisco poche settimane prima, un rientro che sembrava impossibile e che invece lo portò in campo, imbottito di dolore, per una partita che l’Italia perse solo ai calci di rigore. Le sue lacrime a Pasadena sono un’immagine che ha coinvolto tutta una nazione in un momento storico in cui il web stava muovendo i primi passi. Ottantuno presenze in azzurro, una fascia al braccio portata con la stessa sobrietà con cui la indossava al Milan, senza mai un gesto sopra le righe, senza mai una parola fuori posto.
Ed è proprio questo il paradosso più bello della sua storia
Baresi è diventato un simbolo riconosciuto in ogni angolo del mondo, un nome che chi ama il calcio conosce a prescindere dalla fede calcistica, eppure è sempre rimasto una persona riservata, quasi timida fuori dal campo, lontana dai riflettori che normalmente accompagnano chi vince tutto quello che c’è da vincere. Un anti divo per definizione, in un’epoca già proiettata verso il calcio spettacolo, che proprio per questa discrezione è riuscito a diventare più grande di tanti campioni più appariscenti di lui.
Baresi, 6 per sempre: migliaia di tifosi per l’ultimo saluto al capitano
Migliaia di tifosi sono arrivati alla basilica di Sant’Ambrogio fin dalle prime ore del mattino per i funerali di Baresi, con Milano che si è fermata a raccogliersi attorno alla sua bara. Il sindaco della città ha proclamato il lutto cittadino per l’intera giornata di martedì, con la bandiera civica esposta a mezz’asta su tutti gli edifici comunali, un gesto che dice molto di quanto Baresi fosse sentito non solo come icona sportiva ma come patrimonio cittadino.
Il numero 6
Fuori dalla basilica, a dominare erano il rosso e il nero, insieme a sciarpe e centinaia di bandiere, con un vessillo enorme dedicato al numero 6, per anni simbolo della Curva Sud. Il messaggio più ripetuto tra la folla era un semplice “sei per sempre”, accompagnato da uno striscione che lo definiva una leggenda immortale, una bandiera che non smetterà mai di sventolare.
Al passaggio del feretro i tifosi hanno intonato il coro “C’è solo un capitano”, tra applausi lunghissimi che hanno accompagnato l’ingresso in chiesa della bara, adornata con rose bianche e rosse. Non è mancato un omaggio insolito e toccante, quello delle note di You’ll Never Walk Alone, canto che di solito appartiene ad altre tifoserie ma che in quel momento è diventato universale, patrimonio di chiunque ami il calcio. A rendere ancora più commovente la cerimonia è stata la presenza di chi con Baresi aveva condiviso spogliatoio e trofei.
Gli amici di sempre e gli allievi
Tra i presenti in basilica c’erano Paolo Maldini, visibilmente commosso durante tutta la funzione, Marco van Basten, il proprietario del club Gerry Cardinale, oltre ai giocatori attuali Pulisic e Gimenez. Il feretro è stato portato fuori dalla chiesa da sei ex compagni di squadra, Filippo Galli, Demetrio Albertini, Alessandro Costacurta, Pietropaolo Virdis, Massimo Ambrosini, Marco Simone e Alberico Evani, in un gesto che ha trasformato il funerale in un ritrovo silenzioso di un’intera generazione rossonera. Applausi anche per Giuseppe Bergomi, storico avversario in nerazzurro, arrivato a rendere omaggio al capitano rossonero, mentre fischi hanno accolto l’ingresso del presidente Paolo Scaroni e del proprietario Cardinale.
Il rispetto degli avversari
La cerimonia ha attirato anche rappresentanze da altri club, segno del rispetto trasversale che Baresi si era guadagnato ben oltre i confini di Milano. Per la Juventus erano presenti il direttore sportivo Riky Massara e Gianluca Pessotto, mentre per la Fiorentina Giancarlo Antognoni ha portato lo stendardo del club. Il presidente del Torino, Urbano Cairo, lo ha ricordato come una persona di valori umani e calcistici fuori dal comune, una bandiera capace di restare signore sia nella vittoria sia nella sconfitta. Non sono mancate presenze legate al mondo delle istituzioni, insieme a semplici appassionati arrivati da ogni parte d’Italia per un ultimo saluto.
Le parole di don Faccendini, tra fede e semplicità

A officiare i funerali è stato monsignor Carlo Faccendini, abate di Sant’Ambrogio, che nell’omelia ha scelto di soffermarsi sul soprannome con cui Baresi veniva chiamato affettuosamente da compagni e tifosi, “Piscinin”. Il religioso ha ricordato la predilezione di Gesù per i piccoli, sottolineando come nei piccoli si vedano le qualità del Regno, e come Baresi abbia insegnato che è possibile diventare grandi restando piccoli. Un passaggio che ha commosso la basilica, perché racchiudeva in poche parole quello che tanti avevano sempre percepito di lui: la grandezza sportiva accompagnata da una discrezione quasi antica.
Faccendini si è poi rivolto direttamente alla famiglia, ricordando che un momento come quello, vissuto pienamente, non cancella il dolore, che nei giorni successivi si farà sentire in modo ancora più forte, ma che quel dolore può comunque trovare pace. Ha richiamato inoltre il legame profondo che Baresi aveva sempre coltivato con la fede cattolica, mai nascosto, descritto come una fonte di stabilità nella sua vita lontano dai campi.
Cosa ci lascia Franco Baresi
Restano i trofei, certo, restano le immagini di un difensore capace di leggere il gioco un passo prima degli altri. Ma quello che i funerali di martedì hanno raccontato è qualcos’altro, più difficile da misurare. Resta l’idea che si possa essere leggende senza smettere di essere persone semplici, che si possa vincere tutto restando fedeli a una sola maglia, in un calcio che oggi fatica a concepire percorsi così lineari. Resta soprattutto il modo in cui una città intera, tifosi rossoneri ma non solo, ha scelto di fermarsi per lui.
Ed è qui che il mio ricordo personale torna a chiudere il cerchio
Quel pomeriggio all’Euganeo, tra i colori biancoscudati e quelli rossoneri che per me si mescolavano senza soluzione di continuità, avevo davanti agli occhi l’ultima traccia lasciata in campo da un calcio che stava per cambiare pelle. Non sapevo, allora, che stavo assistendo a un pezzo di storia che si chiudeva. Lo capisco solo adesso, guardando la folla di Sant’Ambrogio, che quel piccolo gesto di Baresi, visto da ragazzino allo stadio Euganeo, era già, senza saperlo, un saluto.















































































Articolo sontuoso Mario! Ti fa onore in qualità di giornalista e, grazie al ricordo di quel goal vittoria a Padova, impreziosisce ancor di più l’attaccamento e l’amore che tutti i veri amanti del calcio nutrono per il nostro unico ed immortale Capitano Franco Baresi!
Un forte abbraccio!
Massimo Baldoni ❤️🖤