Da qualche tempo una signora polesana, amica di questa rubrica, mi ha coinvolto con telefonate, e oggi con una lettera, in un suo tormentone e cioè: gli anziani dovrebbero far sentire le loro voci circa i problemi della nostra società. Scrive, infatti che “esiste un potenziale civico di vissuto costituito dalla maggioranza degli italiani che come me hanno superato la soglia dei secondi anta; un patrimonio di umanità silenziosa ma non spenta, che soffre per le ingiustizie di questo mondo, dalle guerre alle bollette, dalla sanità all’educazione dei nipoti, alle disparità economiche ecc.”. “Per parte mia sono arrivata alla conclusione che è questo il momento, storico, in cui la risposta al grido di dolore di tanta umanità oppressa e sofferente è l’impegno civico prima che ideologico di scendere in piazza”.
La piazza per chi ha costruito il presente

“Voglio dire” continua la signora Pina, ”che la categoria degli anziani a cui appartengo ha contribuito a costruire il presente, pur con errori involontari, che oggi tuttavia si è guastato e richiede un concorso di energie, un riscatto che è anche morale. In altre parole, ritengo che il nostro prezioso dentro possa ascoltare e vedere il fuori del mondo. Oggi la realtà del mondo ci chiama tutti – proprio tutti – e ci chiede una risposta di coscienza”.
La piazza per far sentire le voci

Ecco, la signora Pina voleva dire questo: ci sono molte persone anziane che subiscono le sferzate della storia, ma la loro voce da sola è troppo flebile. Eppure le “teste grigie” conoscono le parole e le azioni per difendersi dai potenti di turno: una risorsa da sfruttare per una nobile causa, il bene comune. Inoltre sanno anche che protestare in pubblico è un modo per testimoniare la loro volontà.
Il richiamo della piazza per gli anziani non può essere un’utopia

Pensare che gli anziani si costituiscano in gruppi omogenei per inondare le piazze oggi dominate da gruppi di giovani e di maturi politicizzati sembra un’utopia, ma le varie signore Pina ci dicono che è possibile, e probabilmente, potrebbe essere più facile e meno rischioso per i vecchi cittadini, perché le forze dell’ordine difficilmente caricherebbero la folla dei nonni e dunque il loro messaggio potrebbe arrivare ai palazzi del potere democratico senza creare disordini e danneggiamenti.
Anche se il popolo “dei grigi” le sue battaglie le ha fatte è giusto portare il loro vissuto nella piazza

A questa visione si oppone l’obiezione della stessa lettrice, che è di buon senso: il “popolo dei grigi” ha fatto le sue battaglie (chi più, chi meno, chi senza alzare un dito) e, insomma, l’anzianità è per definizione un tempo di debolezza, di fragilità: ma i cuori, dice sempre la signora Pina, non sono né grigi né muti. Il desiderio di partecipare anche fisicamente alle manifestazioni in difesa di diritti concreti non è utopistico, e comunque sognare per il futuro delle generazioni cresciute dopo di noi non è un peccato sociale.
La piazza, il posto giusto per dimostrare al mondo che si ha ancora bisogno di loro

A proposito di idee, di progetti e di speranze, in questi giorni, abbiamo notato una strana coincidenza. Due noti scrittori hanno parlato, nello stesso giorno, proprio di un possibile ruolo degli anziani nella nostra società e della necessità di un loro impegno civile: Concita De Gregorio su Repubblica ed Erri De Luca ospite di Gramellini su La7. Difficile pensare al caso, quando è intuitivo che le antenne di scrittori sensibili hanno captato l’emergere di un sentimento nuovo, che sa di speranza: la convinzione che anche gli anziani possono fare politica. Forse si comincia a discuterne e può diventare argomento di conversazione all’ora di cena in famiglia.
Si torna al classico: “Che fare?”

Lasciamo, per l’ultima volta, la parola alla signora Pina: “Noi teste d’argento abbiamo ancora l’ardore di vivere e direi l’ardire di essere parte di una comunità magnifica e, diciamolo meglio, responsabilmente umana. Il mondo ha ancora bisogno di noi: siamo stati utili, oggi potremmo diventare necessari”.
Sottoscrivo e spero.
Sottovoce

Un’amica di Mestre è stata involontariamente spettatrice di una scena che lei stessa, nel raccontarla, ha definito “sconcertante e disgustosa” (e noi, sottovoce, confermiamo). Ecco l’episodio, avvenuto in un negozio di una nota catena di detersivi: la mia amica in attesa del suo turno alla cassa stava conversando tranquillamente con un conoscente e la cassiera. L’argomento del dialogo, che si svolgeva in tono di voce colloquiale, riguardava i noti fatti di cronaca che hanno avuto per protagoniste le violenze di piazza, Milano per tutte.
Colpa di Mattarella?

D’improvviso, la cliente che la precedeva si è intromessa a voce alta e, incredibilmente, ha inveito contro il capo dello stato offendendolo con parole irripetibili: ”È tutta colpa di quel… di Mattarella”. Scaricata la sua invettiva, quella sconosciuta “di mezza età, ingioiellata, truccata e profumata”, è uscita con il suo carrello stracolmo lasciando la scena e tre persone allibite. La mia amica ha trovato il fiato per mormorare: “Ma io la penso diversamente”. Poi ha realizzato che aveva assistito, in diretta, ad un attacco personale al nostro Presidente: un atto di vilipendio vero e proprio verso un uomo disarmato in un mondo violento che va alla deriva in un mare in tempesta.
Perchè?

Che cosa ha spinto quella donna alla scenata gratuita e fuori luogo? Quale deposito di livore e odio aveva accumulato e si nascondeva in lei? Quali fantasiose colpe, il suo delirio ideologico, poteva attribuire al Capo dello Stato? Amara considerazione: quando parliamo di convivenza, ricordiamoci di quelli che, come la sconosciuta, scaricano il loro rancore contro le istituzioni ma anche contro tanta umanità innocente.
Troppa rabbia

Personalmente, questo episodio mi inquieta: penso infatti, a quanto odio una sola persona possa seminare quando esplode in pubblico senza alcun freno e spesso senza un grave motivo. Da parte sua la mia concittadina non dimenticherà “quel volto ben truccato che non riusciva a coprire la smorfia della rabbia”.
Anniversario

(poesia)
Nell’alba buia, il cielo addosso,
ho camminato nell’acqua gelida:
i passi conducevano l’angoscia,
ci schiacciava il peso del silenzio.
La città stava annegando nel caos.
Tutto perduto, anche l’orizzonte,
i pesci entravano smarriti nei palazzi;
nei negozi sommersi, lo squallore.
L’abisso della notte si è aperto,
il tempo era fuggito sulle ali
di gabbiani impazziti.
Io camminavo nell’inondazione
cercando la mia meta nel deserto.
Il cuore, compresso, galoppò:
c’erano candele accese in redazione.
Anonimo 26












































































Bella e acuta analisi, Ivo, che condivido in pieno!
Grazie.