Il maranza viene raccontato come il giovane immigrato, perlopiù di seconda generazione, che non si è integrato, buono per la cronaca nera. Già questo dovrebbe farci riflettere: un ragazzo nato e cresciuto qui resta «immigrato», come se, da qualunque parte arrivi la sua famiglia e da quanto tempo, il suo posto fosse comunque ai margini. È proprio questa idea che vorrei smontare. E con lei un’altra: che questi ragazzi siano marginali. Prima parte di due: oggi chi sono, la prossima volta che cosa si prendono.
Due notizie sui maranza. Il “fare brutto”
A metà ottobre ho letto due notizie a pochi giorni di distanza. La prima veniva da Milano: sabato 17 e domenica 18, centinaia di ragazzi incappucciati hanno sfondato vetrine e svaligiato negozi tra piazza Duomo, via Torino e via Dante. Foot Locker, Levi’s, Decathlon.
La seconda veniva dalla Finlandia: a Muhos, per far posto a un data center, Google ha abbattuto circa duecentocinquantamila alberi, prima ancora che fosse conclusa la valutazione d’impatto ambientale. L’autorità finlandese ha fermato i lavori, l’azienda si è scusata e ha promesso di ripiantare.
Parliamo dei maranza

Mi è venuto subito in mente che fossero la stessa cosa. Due modi di fare brutto, come dicono i ragazzi: entrare in un posto e prenderselo, senza chiedere il permesso. Cambia solo la scala. Uno dei due gesti è un reato, l’altro forse no, ma qui le leggi non mi interessano. Mi interessa il gesto, e quello che dice di chi lo compie.
Ne parlerò in due tempi. Oggi dei ragazzi: chi sono, a che cosa sentono di appartenere. La prossima volta di quello che ci si prende, e di chi se lo prende davvero.
Il ragazzo che resta immigrato
Dopo quel weekend milanese la parola è arrivata puntuale: maranza. E con lei un’immagine già pronta, il ragazzo straniero, o figlio di stranieri, che non si è integrato. I numeri raccontano una storia un po’ diversa. I ragazzi portati in questura erano più di duecentosettanta, otto su dieci minorenni, in gran parte arrivati da fuori Milano. Italiani o di seconda generazione. Nessuna organizzazione alle spalle, nessun collettivo.
Di seconda generazione, appunto. Cioè nati qui, cresciuti qui, passati dalle nostre scuole. Eppure, nel racconto pubblico, restano «immigrati». È un’etichetta che contiene un’idea precisa, e pericolosa: che chi viene da fuori, non importa da quanto tempo, resti per sempre al bordo. Che il margine non sia una condizione da cui si esce, ma un’origine che ti porti addosso. Se ci pensiamo bene, è un modo di negare a questi ragazzi la cosa che desiderano di più: appartenere.
Lo dico subito, perché il resto non venga frainteso. Un vetro spaccato è un danno, una pietra lanciata contro un poliziotto è violenza, e la violenza contro le persone non ha giustificazioni. Capire non significa assolvere. Ma condannare un gesto non ci autorizza a smettere di capire.
Come parlano i maranza; parole senza passaporto
Gran parte delle parole che uso in questo articolo non le ho lette sui giornali. Le ho sentite dai miei studenti del liceo artistico, e su qualcuna ho dovuto chiedere spiegazioni. Mentre loro cercavano di capire le mie lezioni, io cercavo di capire loro.
«Fra», «bella», «sbocciare». Il «drip», lo stile fatto di scarpe, tute e marchi portati in un certo modo. «Fare brutto»: presentarsi duri, sfidare, farsi notare. E soprattutto «flexare», dall’inglese to flex, mostrare i muscoli: esibire quello che si ha e quello che si è, perché gli altri lo vedano e lo riconoscano. Il flex non è vanità. È una dichiarazione di esistenza.
Sono parole senza passaporto. Le usano i figli dell’immigrazione e i ragazzi di famiglie italiane da sempre, in città e in provincia. Lo stile si impara per imitazione, dai compagni, dai video, dai rapper, e poi ognuno lo adatta a sé. Ed è qui che la spiegazione dell’origine crolla: se fosse una questione di immigrazione, non vedremmo gli stessi codici nelle nostre aule anche tra chi di straniero non ha niente. Non è un’origine. È il linguaggio di una generazione.

Cartesio diceva «penso, quindi sono». Questa generazione, mi pare, dice «flexo, quindi sono»: esisto se mi vedono. I social lo confermano in pieno: più follower hai, più esisti. C’è una formula dei ragazzi che lo dice ancora meglio: «devo fare brutto per essere». Non si fa brutto per diventare qualcuno, ma per non smettere di esserlo: per restare dentro, visibili, riconosciuti. Ci sono app, scaricatissime dai ragazzi, che mostrano in tempo reale dove si trovano gli amici, persino quanta batteria hanno nel telefono. Se non sei lì, in quel momento, sei fuori. Basta un giorno di silenzio.
Marginali rispetto a cosa?

Qui arriva il secondo pregiudizio, quello che mi interessa di più. Si dice che questi ragazzi siano marginali, figli delle periferie, esclusi dal centro. Ma «marginale» è una parola che si pronuncia dal centro: è chi si considera il centro a stabilire dove passa il bordo. Visti da un’altra parte, le cose cambiano.
Sui social sono loro a decidere che cosa è di moda. La musica che ascoltano viene in buona parte dai loro quartieri ed è da anni in cima alle classifiche italiane: Sfera Ebbasta arriva da Cinisello Balsamo, una parte della trap milanese da San Siro. I loro codici, il drip, il gergo, li copiano i ragazzi dei licei del centro, non il contrario. E le grandi marche guardano a loro per capire che cosa vendere. In periferia possono abitare. Ma il centro culturale, quello della musica, della moda, del linguaggio, è già loro.
La periferia, in fondo, non è dove abitano i maranza. È dove li mettiamo noi

E allora quel weekend si legge in un altro modo. Questi ragazzi non sono rimasti nei loro quartieri: sono venuti in piazza Duomo, nel luogo più simbolico della città. Non ci sono entrati come esclusi che reclamano un posto. Ci sono entrati come chi sente che quel posto gli spetta già. Non «in quanto escluso», ma «in quanto sono». È una pretesa che si può discutere, ma è una pretesa da soggetti, non da vittime. E toglie di mezzo il pietismo con cui spesso li raccontiamo, anche quando vogliamo difenderli.
Luoghi senza racconto
Tutti conoscono Montmartre e gli Champs-Élysées. Pochi sanno dove sia Créteil, anche se i lettori di questa rubrica l’hanno già incontrata: è il comune della periferia parigina da cui, a settembre, sono partite le proteste dei licei francesi. Montmartre non è famosa per le strade o per i lampioni, ma per i pittori, i film, le canzoni: un secolo di racconti posati uno sull’altro.
Da architetto, chiamerei questa cosa genius loci, lo spirito del luogo. Ed è la cosa che le politiche per le periferie hanno quasi sempre trascurato. In Francia, negli ultimi vent’anni, si sono spesi miliardi per rifare strade, edifici e illuminazione delle banlieue. Si è pensato che ammodernando l’hardware il resto sarebbe venuto da sé. Ingenuità: lo spirito di un luogo non si posa con il cemento. Si forma con le storie, e ci mette generazioni.
Il controesempio lo abbiamo in casa

Negli anni Cinquanta i Sassi di Matera venivano chiamati «vergogna nazionale». Poi sono arrivati un libro, “Cristo si è fermato a Eboli”, i film, un racconto nuovo, e nel 2019 Matera è diventata capitale europea della cultura. Non sono cambiate solo le case. È cambiata la storia che si raccontava di quel posto.
Alle periferie, a dire il vero, un racconto non è mancato del tutto. È mancato un racconto che non fosse di cronaca. Sono state raccontate quasi sempre da fuori e quasi sempre in un solo genere, il crimine: L’odio per le banlieue, Gomorra per Scampia, che molti abitanti hanno contestato. Persino il rap, l’unico racconto nato da dentro, spesso ricalca quel copione, perché è quello che il centro compra.
Il palcoscenico dei maranza
E qui il cerchio si chiude. Se l’unica storia che si racconta di te è quella violenta, e l’unico momento in cui il telegiornale ti nomina è quando spacchi una vetrina, fare brutto diventa il modo per entrare nel racconto. Il centro urbano, in questo senso, vale soprattutto come palcoscenico. In piazza Duomo ci sono le telecamere, i turisti, gli smartphone. E quei ragazzi si sono filmati da soli, per TikTok: si sono raccontati, con l’unico copione che avevano a disposizione. «Devo fare brutto per essere» vuol dire anche: per essere raccontato. E quel palcoscenico, oggi, non è aperto a tutti: lo apre chi seleziona. I talent, i reality, gli algoritmi dei social decidono chi va in scena e chi resta in platea. Quando il palcoscenico ufficiale non ti sceglie, la piazza diventa quello che puoi prenderti da solo.
Un foglio bianco
Lo scorso anno, con una terza del liceo artistico, indirizzo design, ho provato a fare una cosa diversa. Ho dato a ciascuno un foglio bianco, con qualche domanda solo come spunto, perché la paura del foglio bianco è proverbiale, a qualsiasi età, e a scuola la tentazione del compitino è fortissima. La consegna era una sola: dovete fare brutto. Scrivere quello che volevate, come volevate, anche male, anche con i disegni. Potevate anche non rispondere alle domande.
Non erano ragazzi di periferia: molti venivano da famiglie benestanti della città. Eppure usavano gli stessi codici e lo stesso linguaggio dei maranza, e sono stati loro ad ammettere che il maranza autentico è il leader della tribù. Parlandone in classe, poi, è venuta fuori una cosa che non mi aspettavo, e che riguarda tutti. Il prezzo d’ingresso. Per stare in un posto bisogna pagare: il bar, il locale, il negozio. Nessuno ti vuole, se non paghi. Ma lo spazio per cui paghi non è tuo: è lo spazio di altri, che te lo affittano a tempo. Sei ospite finché consumi, poi te ne vai. Qualcuno ha scritto che la sua paura più grande sarebbe «non diventare qualcuno»: restare invisibile, che è il rovescio esatto del flex. Ma la richiesta che tornava più spesso era un’altra: «un posto che non mi giudichi». Sembra una contraddizione, e non lo è. Vogliono essere visti, non misurati. Il flex cerca uno sguardo che riconosce; il centro a pagamento offre uno sguardo che valuta, prezza, seleziona. È lì che l’appartenenza si rompe.
Parola di maranza: fare brutto!
Un posto che non ti giudica e per cui non devi pagare: è la definizione più semplice di appartenenza che conosca. La scuola, quando funziona, è uno degli ultimi luoghi così. È l’incontro tra culture e generazioni, dove ci si sforza di capirsi a vicenda: loro le mie lezioni, io il loro linguaggio. Su un foglio bianco si può fare brutto senza rompere niente, e si può essere qualcuno senza flexare.
Ma resta una domanda, e la lascio aperta fino alla prossima volta. Se lo spazio per cui paghi è di altri, di chi è, davvero, la città? E chi se la sta prendendo?
Andiamo a fare brutto. Ne parliamo nella seconda parte.














































































Io sono dell idea che in italia ci sono troppi clandestini illegali le città sono diventate improponibili sporcizia ovunque degrado violenza spaccio io vorrei che il governo capisse esplicitamente che chi non deve stare in italia sia riportato nel suo paese senza alcuna violenza ma a casa sua me lo auguro