Martedì 10 novembre, alle ore 18.30, nella libreria “Giralibri” in Calle Legrenzi a Mestre, lo scrittore Marco Ballestracci presenterà il suo nuovo libro “Fare biciclette: storie di inventori e grandi imprese” (add Editore).
Chi è Ballestracci

Ballestracci, 64 anni, vive a Castelfranco Veneto, è nato in Svizzera a Neuchatel da emigrati veneti. È lo scrittore che racconta l’epopea del ciclismo, certo oggi il maggior cantore del ciclismo in Italia. Ha dedicato libri e spettacoli ai campioni delle due ruote, con le sue storie ha vinto anche il Bancarella Sport. Tra i successi “L’ombra del Cannibale” su Eddy Merckx, subito dopo con “Imerio”, la storia di Massignan è arrivato un’altra volta al Bancarella Sport. Tra i suoi ultimi lavori “Il Veneto in bicicletta” (Antiga editore).
Ballestracci e le sue passioni

Racconta che i suoi genitori si sono conosciuti e sposati in Svizzera, il padre lavorava nell’edilizia, la madre in una fabbrica di orologi. Sono rientrati a Castelfranco quando nel Veneto c’è stato il boom economico a fine anni ’60 e Marco doveva andare a scuola. “ Sono cresciuto con la bicicletta e tra le biciclette”. Una laurea in Economia e commercio, responsabile finanziario di una grande ditta, poi gestore di un locale a Castelfranco con due soci: “Ero il barista di notte, alla lunga era impossibile tenere il ritmo, anche perché nel frattempo cantavo e suonavo l’armonica in una blues band. Scrivevo e facevo spettacoli legati ai libri e a un certo punto devi decidere cosa fare da grande”.
Ballestracci e Vito Favaro

Da “Fare biciclette” , per concessione dell’editore, le pagine su Vito Favaro, il ciclista di Sarmede che nel 1958 arrivò incredibilmente secondo al Tour de France, sconfitto più dalla sfortuna che dagli avversari.
Il Canto della bicicletta

Di Marco Ballestracci
Invece Vito Favero, l’uomo che arrivo secondo al Tour de
France del 1958, l’ho conosciuto.
D’altro canto era nato e viveva nella mia contea, a Sarmede,
anche questo un paese, come San Martino di Colle
Umberto – il luogo di nascita di Ottavio Bottecchia –, collocato
al di la del Piave.
I luoghi della provincia di Treviso che sono al di la del
Piave hanno un peculiare tratto ciclistico. La si entra nel
territorio di un altro marchio leggendario, fondato nel
1919 dai fratelli Michelin a Santa Lucia di Piave, che continua
a sfornare ancora oggi biciclette: la Ciclo Piave.
Molte persone che abitano oltre il Ponte della Priula e
oltre il Ponte di Vidor hanno il medesimo ricordo di quelle
bici.
Beh, c’e stato un tempo in cui in tutta questa zona
si vedevano solo persone pedalare su Ciclo Piave. Uomini,
donne, bambini e anche i preti. Era proprio per via dei
preti che l’azienda produceva apposta biciclette da donna
piu grandi: perche i preti portavano le sottane, ma spesso
erano dei gran pezzi d’uomo. Da queste parti non si vedeva nessuna Bianchi, Legnano o Wilier. Solo Ciclo Piave.
E il motivo per cui cosi tanta gente qui, se puo, cerca di
perpetuare questa tradizione, perche la bicicletta e parte
della famiglia.

Forse anche Vito Favero ha posseduto una Ciclo Piave
ma, francamente, nei due pomeriggi che trascorremmo
sulla veranda di casa sua a chiacchierare bevendo il prosecco
che produce, non glielo chiesi, ero più interessato a
sentir raccontare della scheletrica magrezza di Anquetil,
delle bestemmie lanciate da Raphael Geminiani al termine
dell’odisseica Briancon-Aix-les-Bains, la tappa decisiva del
Tour del 1958, e dell’aria fainesca di Charly Gaul.
Tuttavia una Ciclo Piave, indipendentemente dal fatto
che l’avesse posseduta, emerse fierissima dal racconto.
Sarmede, come tanti altri posti del Veneto, era un paese
da cui la gente andava via per lavorare. Soprattutto
all’estero. “Ricordo che ero ancora un ragazzo quando
uno che conoscevo bene, aveva cinque o sei anni piu di
me, parti. Se ne andò perche la famiglia della morosa era
già emigrata in Francia, dalle parti di Grenoble, e quindi,
dopo un po’ di tempo, decise di seguirla perche le era tanto
affezionato. Ricordo quando disse: “Dopodoman parto, vao
da me morosa in Francia!”. Capitava che la gente andasse
via dalla sera alla mattina, ma si faceva fatica ad abituarsi
all’idea che, all’improvviso, quelli che avevi sempre visto
in paese non li avresti più incontrati.
Al contrario di quel che pensavano tutti non parti in
treno, niente affatto. Decise di fare il viaggio da Sarmedesino in Francia in bicicletta: con la sua Ciclo Piave nera che, per l’occasione, aveva lucidato alla perfezione, tanto
che le congiunzioni scintillavano. Era una mattina presto di luglio quando parti. Ci siam trovati tutti davanti alla chiesa di Sant’Antonio e lui stava li, seduto in sella, pronto a mettersi a pedalare verso la Francia. Aveva sulle spalle uno zaino piccolo, ma di traverso, lungo lungo, lo ricordo come fosse oggi, c’era un
ombrello. “Meti che piove par strada”. Già allora avevo un
buon occhio per le biciclette – erano la mia passione – e il
mio amico aveva tirato la sua Ciclo Piave alla perfezione,
pareva appena uscita dalla fabbrica”.
Poi i paesani seppero che il luogo dov’era diretto era
Saint-Simeon-de-Bressieux e lo scoprirono perche giunse
una lettera alla famiglia con dentro una fotografia in bianco
e nero che riportava stampato il nome della bottega del
fotografo e in quale paese si trovava.
Dalla data si capiva che per arrivare la in fondo aveva
impiegato quasi un mese. Potevano essere ottocento chilometri,
anche di più e li aveva fatti tutti pedalando.
“La fotografia mostrava il mio amico più felice che mai, la morosa
e, appoggiata alla parete, ancora lucidata alla perfezione,
la bicicletta”.
Poi la storia prese ancor piu una piega da Canto di Natale,
ma chi e arrivato a questo punto sa che dalle biciclette
ci si può aspettare qualsiasi cosa.
“Di tanto in tanto tornava a Sarmede e ci si rivedeva e
si ricordavano le cose della gioventù, ma non potrò mai dimenticare quando al Tour del 1961 – mi ero appena ritirato, ma ero ancora con la squadra a Grenoble – venne
a trovarmi in albergo. Mi dissero: “Vito, giù in entrata
c’e uno del tuo paese”. Era lui, stava davanti all’ingresso
con la sua Ciclo Piave. Gli ho subito detto: “Vien dentro coa
bicicletta, che i tea porta via. Intanto qua ze tutto pien de
biciclette”. Cosi e entrato e ha appoggiato al muro la bici
a fianco alla mia Torpado da corsa. Era ancora splendida
come il giorno in cui era partito per la Francia. C’era un
sacco di gente che andava e veniva nella hall e tutti cercavano
la Legnano di Massignan o di Battistini e anche la
Magni di Carlesi, ma poi invece si fermavano a guardare
la Ciclo Piave nera con le congiunzioni lucidate e ciascuno
di noi due provo una gran soddisfazione a veder le facce
ammirate dei francesi”.

Poi Vito, in quel pomeriggio d’estate del 2012, ripensò
con un velo di nostalgia al giorno in cui l’amico partì e disse
una frase che e la perfetta conclusione per qualsiasi libro
che parli di biciclette: “L’ho guardato finche non e sparito
giù sulla strada che va verso Cappella Maggiore. Son diventati
mano a mano piccini piccini. Lui, la bicicletta, lo
zaino e l’ombrello. E stato forse quella mattina che per la
prima volte ho pensato che con la bicicletta si potevano
fare cose grandiose, che qui in paese neppure potevamo
immaginare”.











































































