Continua su http://www.enordest.it la nuova rubrica dal titolo “Itinerari”. Ogni domenica sarò felice di presentarvi voci e storie tra Nordest e Sardegna, terre straordinarie tra cui vivo e lavoro. Vi accompagnerò lungo itinerari culturali, turistici ed imprenditoriali ricchi di fascino e creatività, che conto sapranno informare ed emozionare chi vorrà farci compagnia. Oggi con “Itinerari” vi porto a conoscere più da vicino lo scrittore sardo Ivan Murgana, giornalista e autore dalla spiccata sensibilità narrativa che torna ad incontrare i lettori con il suo ultimo libro “Il terzo addio – La Russia del caporale Farigu”. Un’opera che ci conduce tra le pieghe dolorose della Storia, riportando alla luce la vicenda di un uomo, della sua famiglia e di una pagina drammatica della sua memoria collettiva: la campagna di Russia durante la Seconda Guerra Mondiale (1941-43). Buona lettura!
Murgana e la Russia del caporale Farigu

Ci sono storie che nascono da un addio. Altre che prendono forma proprio quando sembra che ogni separazione sia ormai compiuta. È in questo spazio fragile, sospeso tra memoria, sentimenti e consapevolezza, che si inserisce “Il terzo addio – La Russia del caporale Farigu” (Ed. AmicoLibro, 2026, pagine 164), ultimo libro del giornalista e scrittore sardo Ivan Murgana (Sarroch, 1978). Un titolo evocativo, che suggerisce da subito una riflessione sulle distanze, sulle assenze e sui legami che continuano a vivere dentro di noi, anche quando il tempo sembra averli consegnati al passato. Con quest’opera, Murgana invita il lettore ad entrare in una dimensione narrativa in cui l’addio non è soltanto una fine, ma può diventare un momento di rivelazione, un passaggio capace di lasciare tracce profonde. Un libro che merita di essere scoperto, pagina dopo pagina, lasciandosi guidare dalle parole e dalle emozioni che custodisce.
Chi è Murgana

Nato a Sarroch nel 1978, Murgana è laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Cagliari. Collabora dal 2004 con il quotidiano L’Unione Sarda, dove si occupa prevalentemente di cronaca. Parallelamente all’attività giornalistica, ha sviluppato un percorso letterario caratterizzato dall’attenzione per le storie di vita, la memoria, le tradizioni e le vicende umane della sua terra. Autore di diversi romanzi, tra cui “Il flebotomo di Rocca Limpia”, “Sa Levadora” e “Pani e Gerda”, ha collaborato con la scrittrice Carmen Salis in diversi progetti editoriali. Nei suoi libri emerge una particolare sensibilità verso le persone comuni, le loro esperienze e quei frammenti di storia individuale che contribuiscono a raccontare la memoria collettiva della Sardegna.
Murgana e una delle pagine più nere della storia italiana

Con “Il terzo addio” Murgana si confronta con una pagina dolorosa della storia italiana e sarda, recuperando la vicenda di un giovane militare partito da Capoterra per il fronte russo e mai dimenticato dalla propria famiglia. A soli 22 anni, già marito e padre, Luigi Farigu deve lasciare la propria terra e la famiglia, per rispondere alla chiamata delle armi. Dopo il periodo di addestramento, viene catapultato nei due principali e infausti teatri bellici che hanno visto protagonista l’esercito italiano durante la Seconda Guerra Mondiale: prima la guerra greco-albanese, poi la Campagna di Russia.
Ivan Murgana, come nasce l’idea di raccontare la storia del caporale Luigi Farigu? E’ stata una ricerca storica a condurla a lui, oppure è stata la famiglia a coinvolgerla in questa vicenda?
“Questo romanzo non sarebbe mai nato se non avessi incontrato tre donne della famiglia del caporale Farigu: la voglia di raccontare della figlia Raffaela, della nipote Luigia e della pronipote Greka mi ha convinto a dare vita a questo progetto”.
Il titolo “Il terzo addio” è particolarmente evocativo. Perché ha scelto proprio questa espressione? Quali sono gli addii a cui fa riferimento?

“L’idea del titolo è nata durante una delle tante chiacchierate con Raffaela che, a dispetto dei suoi 90 anni, è riuscita a ricordare particolari, per me significativi, di avvenimenti accaduti oltre ottant’anni fa. Il giorno che suo padre salutò lei e sua madre per l’ultima volta, tornò indietro tre volte, ognuna con una scusa diversa, perché non riusciva ad allontanarsi dagli amori della sua vita”.
Nel libro il protagonista non è soltanto chi combatte al fronte, ma anche chi resta a casa. Quanto spazio ha voluto dare al dolore silenzioso di Albina e all’infanzia di Rafaela, cresciuta con l’assenza del padre?

“Il romanzo rievoca il dramma di chi combatteva in quella immensa ghiacciaia in condizioni estreme, ma è soprattutto un romanzo sull’attesa di chi, a migliaia di chilometri di distanza, attendeva l’arrivo di una lettera dal fronte, e viveva una normalità fatta di paure e incertezze. In queste pagine, oltre al dolore di Albina, che cercava di nascondere per proteggere sua figlia, c’è tutta la tristezza di Raffaela, comune a tutti i bambini costretti a pagare un prezzo troppo alto per la loro età”.
Murgana, da giornalista è abituato a ricostruire fatti e testimonianze. Quanto è stato diverso stavolta il suo approccio, trovandosi davanti ad una storia familiare così dolorosa?

“Su questo racconto di famiglia c’era scritto sopra ‘maneggiare con cautela’ , perché – nonostante siano passati così tanti anni – per la famiglia di Luigi questa sarà sempre una ferita aperta. Di sicuro scrivere un romanzo inventando i personaggi è molto più facile, ma non restituisce a pieno la dimensione umana che solo una storia vissuta sulla propria pelle e tramandata da generazioni riesce a darti”.
Il suo è un lavoro che restituisce dignità e voce ad un uomo che rischiava di rimanere soltanto uno uno dei tanti nomi nell’elenco dei soldati dispersi in Russia. Quanto è importante recuperare queste storie dimenticate?

“La storia di Luigi è comune ai tanti giovani che durante la Seconda guerra mondiale vennero strappati ai loro affetti per andare a combattere in campi di battaglia remoti. Raccontare cosa accadde loro non è solo un modo per liberarli dall’oblio, ma serve anche da monito per ricordarci quanto poco abbiamo imparato dagli ultimi conflitti mondiali, visto che ogni giorno corriamo sul filo di lana di un nuovo conflitto planetario”.
La campagna di Russia rappresenta una delle pagine più drammatiche della storia militare italiana. Che cosa emerge dalla vicenda di Farigu sulle condizioni in cui si trovarono a combattere soldati italiani?
“Il dramma vissuto dai soldati italiani raggiunge il suo culmine durante la ritirata, ma in tutto il romanzo quello che traspare è la scelleratezza di quella campagna militare, voluta da Mussolini per dimostrare a Hitler di essere un alleato affidabile e per accaparrarsi una parte delle risorse sovietiche una volta piegato l’esercito di Stalin. Ma gli equipaggiamenti inadeguati dei soldati, la sottovalutazione del nemico e l’inverno russo fecero la differenza”.
La Sardegna ha pagato un prezzo altissimo nella campagna di Russia. Secondo lei la memoria collettiva ha restituito il giusto riconoscimento al sacrificio dei nostri soldati?

“Come avvenne durante la Grande Guerra, la Sardegna ha pagato un prezzo altissimo anche in occasione del secondo conflitto mondiale. Parlare della campagna di Russia è sempre stato doloroso, un nervo scoperto che ricorda una delle più grandi umiliazioni militari del nostro Paese. Ciò nonostante, i nostri soldati diedero prova di grande coraggio, affrontando quella esperienza in condizioni disumane: ed è per questo che di questa pagina di Storia non si dovrebbe mai smettere di parlare”.
Quanto è importante raccontare oggi queste vicende alle nuove generazioni, in un periodo storico in cui la guerra è tornata drammaticamente vicina alla nostra quotidianità?
“Antonio Gramsci diceva che la Storia insegna, ma non ha scolari: quella frase, oggi, risuona quanto mai profetica. Ho iniziato a lavorare al progetto di questo libro tre anni fa. Il conflitto russo-ucraino era già in atto, il massacro del 7 ottobre e il conseguente genocidio a Gaza riempivano i notiziari. Da allora non è cambiato nulla. Si continua ad ammazzare, ed è difficile pensare che tutto questo possa finire”.
La figlia Raffaela ha potuto conoscere, attraverso il suo lavoro, una ricostruzione più ampia della storia del padre. Che emozione è stata incontrarla e contribuire a restituirle una parte della sua storia?

“Mi piace pensare che attraverso questo romanzo Raffaela abbia potuto colmare i vuoti della sua infanzia, potendo stare finalmente accanto al suo papà anche quando era così lontano da casa. Vederla lì tra il pubblico il giorno della prima presentazione del libro è stato molto emozionante. Un dono prezioso che custodirò per tutta la vita”.
Nei suoi precedenti lavori ha spesso intrecciato storie di vita, memoria e identità sarda. Cosa rappresenta per lei questo libro, rispetto al suo percorso letterario?

“Forse perché influenzato dalla mia attività di cronista, ho sempre prediletto le storie ‘vere’. Raccontare la vita di persone realmente esistite, che a un primo giudizio potrebbero sembrare prive di un interesse narrativo, mi affascina. ‘Il terzo addio’ è forse il romanzo della maturità, non solo letteraria, ma umana. Nei tre anni trascorsi tra la raccolta del materiale, lo studio della Storia e la stesura, sono cresciuto come persona, e mi porto dentro un po’ di quel coraggio che Luigi ha dimostrato combattendo sino al sacrificio estremo”.












































































