L’intervista a Ferdinando Azzariti, dedicata al suo ultimo volume pubblicato – dal titolo “Capitalismo Sociale 5.0” nato dall’omonimo progetto promosso da Federazione del Nord Est-Credito Cooperativo Italiano e Confcooperative Veneto – propone una riflessione sul ruolo dell’impresa cooperativa nella società contemporanea: non soltanto soggetto economico orientato al profitto, ma attore capace di generare valore condiviso, rafforzare le comunità e costruire relazioni durature tra economia, cultura, istituzioni e territorio.
All’autore abbiamo posto una serie di domande per affrontare i temi centrali del capitalismo sociale, con particolare attenzione al mondo delle cooperative, all’economia della partecipazione, alla responsabilità imprenditoriale e alle nuove forme di collaborazione tra imprese e comunità.
Al seguente link è possibile vedere un breve intervento introduttivo dell’autore.
Professor Azzariti, che cosa significa oggi parlare di Capitalismo Sociale 5.0? Qual è la novità rispetto ai modelli economici tradizionali?

“Il Capitalismo Sociale 5.0 invita a superare una visione dell’economia nella quale il successo viene misurato esclusivamente attraverso il profitto e la crescita finanziaria. L’impresa cooperativa rimane un soggetto economico che deve creare ricchezza e garantire la propria sostenibilità, ma assume anche una responsabilità nei confronti delle persone, delle comunità e dei territori. La vera innovazione consiste nel considerare il valore economico e quello sociale come dimensioni complementari di un unico processo di sviluppo”.
Quale ruolo devono assumere le imprese cooperative per contribuire concretamente al benessere della società?

“Le imprese cooperative non possono più considerarsi realtà separate dal contesto nel quale operano. Dipendono dalle competenze delle persone, dalla qualità delle infrastrutture, dalla fiducia dei clienti e dalla vitalità delle comunità. Per questo devono diventare protagoniste di uno sviluppo che coinvolga lavoratori, fornitori, istituzioni, università e cittadini. Non si tratta di sostituire la missione economica con quella sociale, ma di riconoscere che un’impresa cooperativa è capace di produrre valore per il proprio ecosistema, e ciò può costruire anche un vantaggio competitivo più solido e duraturo”.
Le imprese cooperative rappresentano una delle espressioni più significative del capitalismo sociale. Quali insegnamenti può offrire il modello cooperativo al sistema imprenditoriale cosiddetto profit?

“Il mondo cooperativo offre un’esperienza importante perché mette al centro la partecipazione, la mutualità e la condivisione delle responsabilità. La sua peculiarità è dimostrare che l’attività economica può essere organizzata valorizzando le persone e distribuendo opportunità e benefici tra i soggetti coinvolti. Anche le imprese tradizionali possono apprendere da questo modello, sviluppando forme più evolute di coinvolgimento dei lavoratori, ascolto degli stakeholder e condivisione degli obiettivi. La cooperazione, in questa prospettiva, non è soltanto una forma giuridica, ma un metodo – antico se vuole, ma molto contemporaneo – per costruire relazioni economiche più responsabili”.
In che modo il capitalismo sociale può aiutare le cooperative ad affrontare le sfide della competitività, dell’innovazione e della trasformazione digitale?

“Le cooperative devono affrontare le stesse sfide delle altre imprese: digitalizzazione, intelligenza artificiale, cambiamenti demografici, internazionalizzazione e necessità di aumentare la produttività. Il capitalismo sociale può offrire una chiave di lettura utile: l’innovazione tecnologica deve essere accompagnata dall’investimento nelle competenze, dalla partecipazione delle persone e dalla capacità di collaborare. Una cooperativa competitiva non rinuncia ai propri valori, ma li traduce in un modello organizzativo moderno, capace di migliorare i processi, creare nuovi servizi e rafforzare il rapporto con soci, lavoratori e comunità”.
Il capitalismo sociale può rappresentare una risposta alla crisi di fiducia tra cittadini, imprese e istituzioni?

“La fiducia è una risorsa fondamentale per qualsiasi sistema economico, ma non può essere richiesta senza essere costruita. Nasce dalla coerenza tra ciò che un’organizzazione dichiara e ciò che realizza, dalla trasparenza delle decisioni e dalla capacità di mantenere gli impegni. Imprese, cooperative e istituzioni possono contribuire a ricostruirla attraverso progetti condivisi, risultati verificabili e relazioni continuative. Il capitalismo sociale propone di considerare la fiducia non come un elemento astratto o una semplice questione reputazionale, ma come un patrimonio collettivo che facilita la collaborazione e genera nuove opportunità di sviluppo”.
Come si può conciliare la necessità di produrre utili con l’obiettivo di generare valore sociale?

“Non dobbiamo necessariamente scegliere tra redditività e responsabilità sociale. Un’impresa che non produce risultati economici sufficienti rischia di compromettere la propria continuità e, di conseguenza, anche il contributo che può offrire alla società. Allo stesso tempo, una strategia orientata esclusivamente al risultato immediato può indebolire le relazioni, le competenze e la reputazione da cui dipende il successo futuro. La sfida consiste nel costruire modelli di business capaci di integrare risultati economici, qualità del lavoro, sostenibilità ambientale e impatto territoriale, valutando il valore creato in una prospettiva di medio-lungo periodo”.
Quale contributo possono offrire le imprese cooperative allo sviluppo dei territori, soprattutto nelle aree che rischiano di perdere popolazione, servizi e opportunità di lavoro?

“Le cooperative possono svolgere una funzione strategica perché spesso operano in stretta relazione con i bisogni delle comunità. Possono contribuire a mantenere servizi essenziali, creare occupazione, sostenere l’inclusione e valorizzare risorse locali che altrimenti rischierebbero di rimanere inutilizzate. Per ottenere risultati duraturi, tuttavia, non basta affidarsi alla buona volontà dei singoli: servono alleanze tra cooperative, imprese, amministrazioni pubbliche, scuole, università e associazioni. Il territorio diventa così un “ecosistema virtuoso” nel quale le competenze e le risorse di ciascun soggetto possono concorrere alla costruzione di nuove opportunità economiche e sociali”.
Quale rapporto dovrebbe instaurarsi tra imprese, università, istituzioni e mondo della cultura per realizzare concretamente il capitalismo sociale?

“Il capitalismo sociale richiede di superare la frammentazione tra organizzazioni che spesso perseguono obiettivi compatibili, ma agiscono separatamente. Le imprese possono portare capacità realizzativa e conoscenza dei mercati; le università, ricerca e competenze; le istituzioni, visione territoriale e strumenti di coordinamento; il mondo della cultura, capacità di interpretare i cambiamenti e creare occasioni di confronto. La collaborazione diventa efficace quando si traduce in progetti condivisi, responsabilità definite e risultati misurabili. Non bastano incontri occasionali: occorre costruire ecosistemi permanenti di relazione, innovazione e sviluppo”.
Come possiamo misurare il valore sociale generato da un’impresa o da una cooperativa? È sufficiente valutare fatturato, utili e occupazione?

“Fatturato, redditività e occupazione sono indicatori indispensabili, ma non raccontano da soli l’intero contributo di un’organizzazione. È importante osservare anche la qualità del lavoro, la crescita delle competenze, la partecipazione dei soci, la stabilità delle relazioni con i fornitori, l’impatto ambientale e il contributo alla comunità. Ogni organizzazione dovrebbe individuare pochi indicatori pertinenti alla propria missione, raccogliere dati affidabili e rendicontare periodicamente i risultati. Misurare il valore sociale non significa rinunciare alla concretezza economica, ma ampliare la capacità di comprendere quali risultati vengono prodotti, per chi e con quali effetti nel tempo”
Quale messaggio vorrebbe lasciare agli imprenditori, ai dirigenti e ai cooperatori che si interrogano sul futuro del capitalismo sociale?

“Il mio invito è a considerare l’impresa cooperativa non soltanto come un’organizzazione che produce beni e servizi, ma come una comunità di persone inserita in una rete di relazioni. Il futuro richiede capacità di innovare, assumersi responsabilità e collaborare anche con soggetti che appartengono a mondi diversi. Per le cooperative questo significa valorizzare ulteriormente la partecipazione e la mutualità; per le imprese tradizionali, riconoscere che la competitività dipende anche dalla qualità dei rapporti con persone e territori. Il capitalismo sociale può diventare un percorso concreto se viene tradotto in scelte quotidiane, investimenti coerenti e risultati verificabili. La sfida è generare un’economia capace non soltanto di creare ricchezza, ma anche di renderla occasione di sviluppo condiviso”.
Un’ultima domanda professor Azzariti: perché ha deciso di destinare i diritti d’autore alla Fondazione Città della Speranza?

“Perché, per me, da tempo è arrivato il momento di restituire, almeno in parte, ciò che la vita mi ha donato. San Paolo ci ricorda: «Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?» È una domanda semplice, ma racchiude una verità profonda: nulla di ciò che siamo e di ciò che realizziamo nasce soltanto da noi. Dietro ogni traguardo ci sono incontri, opportunità, insegnamenti, affetti e persone che, spesso senza saperlo, hanno contribuito a rendere possibile il nostro cammino.
Credo che il senso più autentico del successo non sia accumulare, ma trasformare ciò che abbiamo ricevuto in qualcosa che possa generare bene anche per gli altri. Per questo ho scelto di destinare i diritti d’autore alla Fondazione Città della Speranza: perché la ricerca, la cura e la speranza di tanti bambini rappresentano un investimento nel futuro, forse il più prezioso che possiamo fare. In fondo, un libro può continuare a parlare anche dopo essere stato letto; può superare i confini delle sue pagine e diventare un gesto concreto, una possibilità, una speranza per qualcuno che non conosciamo.
Mi piace pensare che le parole scritte possano così trasformarsi in qualcosa di più grande di me: un piccolo contributo alla vita, alla ricerca e al futuro di tanti bambini.Perché la vera ricchezza non è ciò che riusciamo a trattenere, ma ciò che, passando attraverso di noi, può continuare a generare valore per gli altri”.











































































