Inaugurata venerdì 6 novembre “Senza repliche”, una mostra di 32 opere che racconta il lato meno conosciuto dell’artista: la trasformazione della serigrafia da tecnica di riproduzione a linguaggio creativo irripetibile. Può un’immagine nata per essere riprodotta diventare un’opera d’arte unica e irripetibile? È attorno a questo apparente paradosso che si sviluppa Mario Schifano. Senza repliche. La serigrafia nelle opere uniche 1966-1979, la mostra che Maco Arte ospita a Padova dal 6 novembre 2026 al 20 febbraio 2027, con il patrocinio dell’Archivio Mario Schifano di Roma e la curatela di Mattia Munari.

L’esposizione propone un viaggio in uno degli aspetti meno indagati della produzione di Mario Schifano (Homs, 1934 – Roma, 1998), protagonista della stagione artistica italiana del secondo Novecento e figura centrale della cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo, spesso accostata alla Pop Art internazionale. Attraverso trentadue opere realizzate tra il 1966 e il 1979, tutte corredate da certificazione dell’Archivio Mario Schifano, il percorso mette in luce una ricerca che supera la tradizionale distinzione tra pittura e grafica, tra originale e riproduzione, trasformando la serigrafia in uno strumento di sperimentazione artistica.
Schifano e la rivoluzione delle immagini

Per comprendere il significato della mostra occorre partire dal rapporto che Schifano ha sempre intrattenuto con le immagini della contemporaneità. Negli anni Sessanta, mentre la società italiana attraversava profonde trasformazioni economiche, culturali e sociali, l’artista rivolse la propria attenzione ai simboli della pubblicità, ai marchi commerciali, alla televisione, al cinema e ai nuovi linguaggi della comunicazione di massa. Loghi come Coca-Cola ed Esso, immagini urbane, palme, paesaggi e figure in movimento entrarono così nel suo universo creativo, perdendo progressivamente la loro funzione originaria per diventare elementi di una nuova grammatica pittorica.
Schifano non si limitava a rappresentare la realtà: la osservava attraverso i mezzi che la riproducevano e la diffondevano, trasformando immagini già conosciute in nuove occasioni di interpretazione. In questo contesto la serigrafia, tradizionalmente utilizzata per ottenere più copie della stessa immagine attraverso una matrice, assume un significato completamente diverso. L’artista ne sfrutta la brillantezza cromatica, la possibilità di sovrapporre colori e superfici e soprattutto il rapporto diretto con il linguaggio della pubblicità. Ma anziché cercare la ripetizione perfetta, introduce differenze, variazioni e interventi che rendono ogni esemplare autonomo. Il risultato è un’opera che nasce da una matrice comune, ma conserva un’identità propria.
I monotipi: quando ogni riproduzione diventa un originale

Il cuore dell’esposizione è costituito da ventitré grandi tele serigrafiche dei primi anni Settanta, provenienti da tredici differenti edizioni e conosciute nel mercato dell’arte come monotipi. Ogni immagine veniva realizzata in tirature di cinquanta o sessanta esemplari, ma nessuna tela risultava esattamente identica alle altre. A cambiare erano gli inchiostri, le tonalità cromatiche, il numero dei passaggi di stampa e talvolta persino la disposizione degli elementi visivi. Le opere venivano firmate da Schifano sul retro, senza numerazione. Un procedimento che metteva in discussione la stessa idea di edizione artistica: non più una sequenza di copie uguali, ma una successione di interpretazioni differenti di un medesimo soggetto. Già nel 1972 il Catalogo Nazionale Bolaffi della Grafica, pur classificando queste opere tra le edizioni, attribuiva loro caratteristiche dimensionali e valori economici più vicini a quelli dei dipinti che alle tradizionali stampe d’arte.
Tra i lavori presentati figurano Vittoria sul sole per Kasimir Malewic, Compagni compagni, Incidente, Esso, Coca Cola, Smalto su carta, Ombre che camminano e Palme e stelle. Particolarmente interessante è la scelta espositiva di affiancare più esemplari della stessa immagine, consentendo al visitatore di osservare direttamente le differenze. È proprio nel confronto che emerge il carattere innovativo della ricerca: uno stesso soggetto può cambiare radicalmente atmosfera e significato attraverso il colore, la stratificazione e la diversa intensità dei segni. Il processo ricorda quello dell’improvvisazione musicale, in particolare del jazz, nel quale un tema riconoscibile viene continuamente reinterpretato senza perdere la propria identità.
Renato Volpini, lo stampatore che contribuì alla sperimentazione di Schifano

Uno degli aspetti più interessanti della mostra riguarda la ricostruzione storica del rapporto tra Schifano e Renato Volpini, artista e stampatore fondatore della stamperia Multirevol. L’indagine condotta da Mattia Munari, attraverso documenti d’archivio, cataloghi e testimonianze dirette, contribuisce a fare luce su una collaborazione determinante per comprendere la nascita di queste opere. Volpini aveva già sviluppato negli anni Sessanta una particolare concezione della stampa artistica, sperimentando quelli che definiva originali multipli: immagini ottenute dalla stessa matrice, ma caratterizzate da differenze tali da renderle esemplari autonomi.
Le testimonianze raccolte da Paola Perusco, Enrico Cattaneo, Guido Peruz e Gianni Losio collocano l’inizio della collaborazione con Schifano nel laboratorio di Corbetta, intorno al 1966-1967. Secondo questi ricordi, Schifano partecipava direttamente alle fasi di lavorazione, intervenendo sulla scelta dei colori e sulle modalità di stampa. Successivamente, con il consolidarsi del metodo, lo stampatore e i suoi collaboratori acquisirono un maggiore margine operativo, pur seguendo le indicazioni dell’artista. Ne emerge un modello di creazione nel quale l’ideazione artistica e l’esecuzione tecnica dialogano strettamente, rendendo la stamperia non un semplice luogo di riproduzione, ma un vero laboratorio di ricerca. La mostra contribuisce così anche alla riscoperta di una figura, quella dello stampatore d’arte, spesso rimasta in secondo piano rispetto ai grandi nomi della pittura contemporanea.
Dalla televisione alla tela: il mondo attraverso gli schermi

Il percorso espositivo si apre con due opere uniche su carta dedicate al tema dell’albero della vita, risalenti agli anni Sessanta. Fogli sovrapposti, colori fluorescenti, interventi a matita e passaggi serigrafici costruiscono composizioni nelle quali la tecnica di stampa rappresenta soltanto una parte del processo creativo. Seguono le grandi tele dei primi anni Settanta e altre opere che testimoniano il continuo interesse di Schifano per la trasformazione delle immagini. Tra queste assume particolare rilievo un ritratto di Giorgio de Chirico, realizzato partendo da una fotografia scattata dall’artista direttamente allo schermo televisivo. L’immagine attraversa così diversi livelli di mediazione: dalla televisione alla fotografia, dalla fotografia alla serigrafia, fino a trasformarsi in un’opera d’arte autonoma.
È un procedimento che anticipa alcune riflessioni oggi particolarmente attuali sul rapporto tra realtà, immagini e strumenti tecnologici. In un’epoca dominata dalla circolazione digitale delle fotografie e dalla riproduzione continua dei contenuti visivi, la ricerca di Schifano appare sorprendentemente contemporanea. L’artista aveva infatti compreso quanto il mondo moderno fosse destinato a essere conosciuto sempre più attraverso le immagini prodotte dai mezzi di comunicazione. Il percorso si conclude con alcune gelatine, nelle quali Schifano interviene pittoricamente su superfici di acetato precedentemente serigrafate, continuando a sperimentare la sovrapposizione tra fotografia, stampa e pittura. Al centro della sala trova spazio anche la rara scultura in lamina di ferro Per costruzione di oasi del 1979, realizzata in un’edizione dichiarata di cento esemplari numerati: un confronto interessante con le tele serigrafiche, proprio per la differente concezione della riproducibilità.
Schifano e il confronto con Andy Warhol e Alighiero Boetti



La ricerca proposta dalla mostra apre anche un interessante confronto con due protagonisti dell’arte contemporanea internazionale: Andy Warhol e Alighiero Boetti. Con Warhol, Schifano condivide l’interesse per la comunicazione di massa, per i marchi commerciali e per la possibilità di trasformare immagini quotidiane in soggetti artistici. Ma il rapporto con la serigrafia segue percorsi differenti. Come osserva Mattia Munari nel testo critico che accompagna l’esposizione: “Se Warhol usa la serigrafia per dipingere, Schifano usa la pittura per arrivare alla serigrafia”. La distinzione mette in evidenza come, per Schifano, la tecnica serigrafica diventi un’estensione della ricerca pittorica, un territorio nel quale continuare a sperimentare il colore e la variazione.
Altrettanto significativo è il parallelo con Alighiero Boetti, soprattutto per il ruolo attribuito alla collaborazione nell’esecuzione materiale dell’opera. Come nei celebri ricami di Boetti, realizzati da altre mani sulla base di un’idea dell’artista, anche nelle serigrafie di Schifano il processo creativo può coinvolgere competenze e interventi differenti senza annullare l’identità dell’autore. È una concezione che mette in discussione l’immagine tradizionale dell’artista come unico esecutore materiale della propria opera, riconoscendo alla progettazione e alla scelta artistica un ruolo determinante.
Una mostra che contribuisce alla ricerca storico-artistica

Senza repliche non si limita a presentare una selezione di lavori di Schifano, ma propone anche una riflessione sul loro riconoscimento storico e sulla loro classificazione nel mercato dell’arte. Il confronto tra i certificati dell’Archivio Mario Schifano, il catalogo Bolaffi, il catalogo ragionato e le testimonianze di chi partecipò alla realizzazione delle opere ha permesso di ricostruire una vicenda rimasta a lungo poco approfondita. La ricerca proseguirà con la pubblicazione di un catalogo, prevista per gennaio 2027, che comprenderà un testo introduttivo di Marco Meneguzzo, curatore del catalogo ragionato dell’opera di Schifano, un contributo di Nicola Galvan e un dossier di Mattia Munari dedicato alla storia dei monotipi e alla stamperia Multirevol.
Il volume presenterà anche un repertorio delle opere note, comprese quelle non esposte, contribuendo a una conoscenza più sistematica di questa particolare produzione. A oltre cinquant’anni dalla loro realizzazione, le serigrafie di Schifano tornano così a interrogare il significato stesso dell’originalità artistica. In un mondo nel quale le immagini sono sempre più facilmente duplicabili, queste opere ricordano che l’unicità non dipende necessariamente dalla tecnica utilizzata, ma dalla capacità dell’artista di trasformarla in un linguaggio personale. Una stessa immagine può essere riprodotta infinite volte, ma diventare, attraverso lo sguardo e l’intervento creativo, qualcosa che non si ripeterà mai più. È questo il significato più profondo di Senza repliche: la celebrazione di un artista che, persino attraverso una tecnica nata per moltiplicare, ha continuato a cercare l’irripetibile.












































































