L’esito delle elezioni di midterm negli Stati Uniti vede una consistente affermazione di candidati non solo appartenenti a minoranze etniche, ma ad esse organici. Con particolare evidenza della componente religiosa, specialmente con riferimento all’Islam. Non è certo un fenomeno nuovo, in quanto abbiamo già visto l’elezione di sindaci con siffatte caratteristiche nelle grandi città statunitensi ed europee. Eppure si ha la sensazione che, in quest’ultimo caso, si sia verificato un salto qualitativo, un’affermazione a livello strutturale di una tendenza che si presentava come embrionale e potenziale, ma non ancora solidamente fattuale.
La Blue Wave porta nuovi volti negli Stati Uniti

Gli elementi numerici e statistici rendevano già ipotizzabile il consolidamento del fenomeno. I 44 milioni di elettori di origine extraeuropea, prima o poi, dovranno necessariamente irrompere sulla scena politica. Negli Stati Uniti i bianchi anglosassoni e protestanti, per secoli fondamento di quella società, sono diventati minoranza da decenni. L’etnia ispanica è da tempo la più consistente minoranza nel Paese; al protestantesimo dominante si è affiancato un florilegio di religioni, alcune su basi etniche, come l’Islam o lo stesso cattolicesimo, altre affermatesi su basi ideologiche, a compensazione del vuoto generato dalla crisi delle religioni tradizionali.
Il cambiamento

Il dato nuovo che emerge ora è che gli Stati Uniti, e probabilmente l’Europa, sono radicalmente e irreversibilmente cambiati nella loro secolare struttura sociale, etnica e storica. Nei loro equilibri di potere tra classi e gruppi sociali; nella composizione delle élite di comando e, infine, nella stessa natura fondativa e valoriale dei loro popoli. È un fatto di portata eccezionale, sul quale tutti dovrebbero riflettere, soprattutto i soggetti che agiscono sulla scena politica, i quali non potranno più prescindere, d’ora in avanti, dalla comprensione e dalla gestione di questa inedita situazione.
Una prima riflessione porta ad alcune sommarie considerazioni
Le elezioni di midterm potrebbero lasciar trasparire una sorta di modello anglosassone di gestione della multietnicità. Proprio mentre Trump propugnava con forza un modello di rigetto e di rifiuto violento di queste comunità, la loro partecipazione organizzata alla competizione elettorale dimostra una profonda capacità di interazione nella società ospitante, non in termini di integrazione ma di assimilazione. L’originaria identità etnica non viene annullata, ma si affianca alla nuova identità acquisita con la cittadinanza. L’ispanico, l’arabo, l’induista e il musulmano restano se stessi. Ma evolvono in una dimensione multiculturale che li rende, prima di tutto, statunitensi.
Gli Stati Uniti non sono una novità. Prima di loro l’Inghilterra

Non è una novità in termini assoluti. Già nelle politiche coloniali il metodo degli inglesi, etnicamente anglosassoni, è sempre stato questo: rendere le popolazioni colonizzate più realiste del re, più inglesi degli inglesi. Se andate in Kenya, in Zimbabwe o in India ve ne rendete conto. Mantengono ancor oggi tradizioni proprie dell’Inghilterra vittoriana, ormai desuete nella terra d’origine, ma inculcate durante la dominazione coloniale con tecniche molto efficaci. Questo, badiamo bene, senza mescolanze: il meticciato è irrilevante, a differenza di quanto avvenuto nelle colonie francesi, spagnole o italiane. Risultato ottenuto con un’azione.













































































