“C’è un principio che considero non negoziabile: l’AI (Intelligenza artificiale) è utilissima, ma sempre sotto controllo umano. Oggi l’ambito più promettente sono i sistemi che aiutano a costruire una diagnosi differenziale più rapida e accurata, pur sapendo che anche altri usi hanno alle spalle studi altrettanto validi. E’ utile quando i dati sono frammentati e il quadro clinico è complesso: la situazione tipica delle malattie rare e ultra-rare. Lavora molto bene con i dati: li legge, li analizza, li incrocia a una velocità che noi umani non abbiamo, e a volte individua pattern che ai nostri occhi sfuggono. Danno valore non perché sostituiscono il medico, ma perché ampliano gli elementi su cui basare una decisione.”

Intervista con l’ingegnere gestionale Pietro Giovanni Coletta esperto di sanità
E’ questo l’approccio verso l’AI che sta sviluppando Pietro Giovanni Coletta, ingegnere gestionale con specializzazione in sanità, consulente e formatore sull’applicazione dell’intelligenza artificiale generativa alla sanità e alla pubblica amministrazione. Coletta collabora con CREMS (Centro di Ricerca in Economia e Management in Sanità e nel Sociale) e LIUC Business School, portando la propria esperienza in ambito AI a supporto di aziende sanitarie, enti pubblici e associazioni professionali. Lo abbiamo incontrato per un focus promosso in collaborazione con Associazione Rete Malattie Rare (RMR) APS.
Ingegner Coletta, come nasce la sua passione per l’AI?

Sono curioso per natura e da sempre appassionato di fantascienza, quel genere che ci ha fatto immaginare l’intelligenza artificiale ben prima che diventasse realtà. Quando ho avuto la possibilità di interfacciarmi davvero con un chatbot, non ci ho pensato due volte. Volevo capire come funzionava, cosa poteva fare, dove erano i limiti.
C’è però anche una convinzione che mi ha spinto ad appassionarmi al tema: l’intelligenza artificiale sarà – anzi, è già – parte integrante delle nostre vite. È inevitabile, e se è inevitabile meglio essere noi, come utenti, a decidere come usarla, invece di subirla passivamente. La competenza non è un vezzo da appassionati, è la differenza tra guidare uno strumento e farsi guidare da lui.
Lei ha partecipato al webinar “Conoscere l’intelligenza artificiale per saper scegliere” promosso da Rete Malattie Rare APS nell’ambito della All Digital Week 2026, in particolare intervenendo con una relazione intitolata “Ad ogni esigenza, uno strumento”: da quale assunto è partito?
Da un’osservazione che faccio spesso nei miei corsi: la gente pensa che l’intelligenza artificiale generativa sia ChatGPT, punto. Esistono invece migliaia di strumenti diversi, ciascuno pensato per fare bene cose diverse.
L’immagine che uso è quella dell’artigiano esperto: non prende il primo attrezzo che trova, sa qual è quello giusto per quel lavoro. Con l’AI vale lo stesso principio: prima devi sapere qual è il tuo problema, poi scegli lo strumento più adatto. Non un martello buono per tutto, ma una gamma di strumenti diversi da conoscere.
Nell’ambito del Network “Paziente Esperto in…” di Fondazione Tendenze Salute e Sanità, coordinato da Sabrina Grigolo, lei ha invece gestito un workshop online finalizzato a far conoscere l’AI e le sue opportunità nell’ambito della salute, rivolgendosi in particolare ai “Pazienti Esperti in Tecnologie Digitali per la Salute” e ai pazienti interessati a realizzare questo sviluppo nelle diverse organizzazioni. Sono molti i pazienti già esperti in AI e sta nascendo un vero interesse sul tema?

Sì, e non è più semplice curiosità: sta diventando competenza vera. Nel workshop mi confrontavo con pazienti già esperti in tecnologie digitali per la salute, e la cosa interessante è che la domanda non era più “cos’è l’intelligenza artificiale?”, ma “come la uso al meglio per il mio caso specifico”?
È un segnale importante: quando il paziente diventa esperto anche negli strumenti, oltre che nella propria condizione, cambia il rapporto con tutto il sistema: diagnosi, ricerca di centri specializzati, gestione della terapia. È empowerment reale, non uno slogan.
Quali sono le opportunità che lei rileva come maggiormente favorevoli per un miglioramento della sanità pubblica?
Per la sanità pubblica c’è un tema concreto: il vantaggio reale è recuperare tempo. Con una popolazione che invecchia e diventa sempre più cronica, a fronte di risorse ferme o in calo, il tempo è la risorsa più preziosa che abbiamo. Se l’AI gestisce con precisione certi compiti, si libera spazio per ciò di cui le persone hanno davvero più bisogno: attenzione umana.
Come reagiscono medici e operatori sanitari rispetto all’AI? Ci sono pregiudizi e riluttanze? Quali vantaggi nel frattempo si profilano?

Dalla mia esperienza diretta con personale amministrativo e personale sanitario, noto un pattern ricorrente: l’interesse cresce man mano che si approfondisce, ma spesso si parte col piede sbagliato.
Chi si avvicina da autodidatta, senza una guida, sceglie lo strumento sbagliato, formula le domande in modo impreciso, non fornisce il contesto necessario e finisce per usare una minima parte delle funzionalità disponibili. Il risultato: risposte deludenti, e la conclusione -sbagliata -che “l’AI non funziona”. Non è un limite dello strumento, è che non è stato usato correttamente.
L’intelligenza artificiale generativa è una competenza, esattamente come tutte le altre: va costruita nel tempo. Chi la conosce davvero arriva anche a riconoscere quando non usarla, perché anche l’abuso è un rischio. Dove c’è alfabetizzazione e implementazione intelligente, il vantaggio è enorme: un supporto digitale che fa risparmiare tempo prezioso, in un momento in cui la sanità pubblica ne ha un bisogno urgente.
Quali sono invece, a suo giudizio, i rischi più seri nell’utilizzo dell’AI, specificatamente, da un lato, per i pazienti e, dall’altro, per medici e operatori sanitari?

Il rischio più diffuso è l’uso sprovveduto: persone catapultate dentro questi strumenti senza formazione, costrette a scegliere alla cieca tra migliaia di opzioni. Da un lato la delusione, dall’altro l’errore grossolano: se non si conosce bene la materia, si rischia di prendere per buono qualcosa che non lo è.
Per i pazienti, il rischio più serio è pensare che l’AI possa sostituirsi al parere di un medico. Per medici e operatori, il rischio è delegare senza mantenere un controllo critico.

Vi sono anche altri rischi?
C’è poi un rischio più strutturale, su cui vale la pena soffermarsi: la condivisione incauta di dati sanitari e personali con questi strumenti. Molti non si rendono conto di cosa stanno effettivamente condividendo quando fanno una domanda dettagliata a un chatbot, esponendosi a rischi che andrebbero conosciuti prima, non scoperti dopo. E poi c’è il tema degli abbonamenti a pagamento: se l’AI generativa può essere un mezzo di democratizzazione dell’informazione, dobbiamo vigilare perché non diventi l’ennesima tecnologia a doppio binario, chi paga ha risposte migliori, chi non può permetterselo resta indietro. In sanità questo tema pesa ancora di più.
Quali sono le prospettive che lei ritiene più entusiasmanti nell’utilizzo dell’AI?
Non parlerei solo di prospettive future -in parte è già presente. Penso ad esempio ai sistemi di supporto alla diagnosi differenziale, come detto prima o anche alla scoperta di nuovi farmaci. Qui l’AI, attraverso le simulazioni, può accelerare i tempi di ricerca e ridurre i costi, indicando in anticipo dove ci sono più probabilità di successo, in altre parole potrebbe portare nuove cure in tempi più rapidi. Un vantaggio enorme per le patologie rare, dove la ricerca tradizionale fatica a raggiungere una massa critica di casi.
In quale modo l’AI può dare una mano ai pazienti?
L’AI può aiutare i pazienti a comprendere meglio la propria condizione, a prepararsi a una visita, a orientarsi nel sistema sanitario, a gestire la quotidianità -terapia, aderenza, promemoria.

Qual è il suo consiglio?
Il valore, in ogni caso, arriva solo se si è disposti a costruire davvero questa competenza. Il mio invito è semplice: siate curiosi come lo sono io, non limitateti a informarvi, ma provate questi strumenti e fatene esperienza diretta. Solo mettendo le mani in pasta si capisce davvero cosa significa AI e come usarla a nostro servizio, non il contrario.












































































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