Fotografia, installazione e materia si incontrano in una riflessione sull’identità, sul corpo e sulla capacità di attraversare il cambiamento. “Il corpo è un fiore?”. È da questa domanda, apparentemente semplice e insieme provocatoria, che prende avvio “PERSISTERE”, il nuovo progetto di Marcello Vigoni, ospitato negli spazi della Black Light Gallery di Padova, e in esposizione fino al 21 novembre 2026. Una mostra personale dal carattere contemporaneo e sperimentale, nella quale fotografia e installazione si intrecciano per interrogare il rapporto tra il corpo umano e quello della natura, tra ciò che permane e ciò che inevitabilmente si trasforma. Con PERSISTERE, Vigoni compie infatti un passaggio significativo nel proprio percorso artistico. Se per lungo tempo la sua ricerca si è concentrata prevalentemente sulla fotografia analogica, affiancata nel tempo da video e installazioni, in questo nuovo lavoro l’immagine fotografica sembra non essere più sufficiente a contenere interamente il suo pensiero.
Con Persistere la materia entra direttamente nell’opera. Tra l’assurdo e il razionale
Nato a Milano nel 1979, dove vive e lavora, Marcello Vigoni ha costruito negli anni un linguaggio riconoscibile, incentrato sulla relazione tra individuo, società e trasformazioni del paesaggio contemporaneo. Alla base della sua ricerca c’è una tensione costante: quella tra razionalità e assurdo, con un esplicito riferimento alla riflessione filosofica di Albert Camus. Nelle sue opere questo contrasto si è spesso tradotto nella giustapposizione di due o più immagini. Non una semplice scelta estetica o compositiva, ma il tentativo di collocare l’osservatore davanti a due differenti interpretazioni della realtà.
Da una parte l’assurdo, l’inquietudine e la fragilità proprie della condizione umana; dall’altra l’ordine, la costruzione razionale, la capacità dell’uomo di modificare e organizzare ciò che lo circonda. Vigoni non cerca necessariamente una sintesi tra questi due mondi. È proprio nello spazio che li separa, nel non detto e nella tensione che rimane irrisolta, che l’opera trova la propria ragione d’essere. Una ricerca già evidente in cicli come “Multiverso” del 2019 ed “Egosistemi” del 2025, nei quali la natura non viene presentata semplicemente come l’opposto dell’artificiale. L’essere umano appartiene alla natura tanto quanto appartengono ad essa i paesaggi che modifica. Città, reti, edifici e infrastrutture diventano così manifestazioni della capacità dell’uomo di intervenire sulla materia. Ma è proprio quando queste costruzioni, nate per migliorare le condizioni della vita, finiscono per modificare e ridefinire la vita stessa che emerge una delle domande centrali del lavoro di Vigoni.
Il corpo incontra il fiore

Con PERSISTERE questa riflessione assume una forma nuova e ancora più fisica. Il percorso mette a confronto corpi umani e corpi vegetali. I primi vengono restituiti attraverso una fotografia essenziale, rigorosa e raffinata. Nei secondi, invece, l’artista compie un gesto ulteriore: interviene materialmente sulla fotografia attraverso il fuoco. La carta viene bruciata proprio in corrispondenza della fioritura. Non si tratta quindi della rappresentazione fotografica di qualcosa che si consuma.
A consumarsi è realmente l’opera. Il fiore fotografato e la materia sulla quale la sua immagine è impressa finiscono quasi per condividere lo stesso destino: nascere, manifestarsi, trasformarsi e, infine, scomparire. Un gesto che introduce nella mostra una dimensione concreta e irreversibile e che diventa metafora della costruzione dell’identità. Così come il fuoco lascia una traccia permanente sulla superficie dell’immagine, le sovrastrutture culturali e sociali sedimentano sull’individuo, contribuendo a definire ciò che siamo e ciò che la società ci chiede di essere.
La centralità del corpo in un mondo sempre più immateriale

La mostra porta così lo spettatore davanti a un tema particolarmente attuale: la centralità del corpo umano in una società sempre più proiettata verso l’astrazione. In un’epoca nella quale spazio, tempo e perfino materia sembrano perdere consistenza davanti a una realtà sempre più immediata, digitale ed evanescente, Vigoni torna al corpo come luogo primario dell’esperienza. Il corpo diventa ciò che ancora ci lega fisicamente all’esistenza. Ma anche il corpo, nella società contemporanea, viene osservato, classificato, analizzato, suddiviso e, infine, trasformato in oggetto. Nel percorso espositivo appaiono quindi corpi scultorei, apparentemente compatti e unitari, che vengono però sistematicamente separati e razionalizzati, quasi che per comprenderli sia necessario dividerli.
Di fronte a loro stanno i fiori

Il loro comportamento sembra seguire una logica opposta. Non tentano di conservare sé stessi, ma proiettano la propria esistenza verso l’esterno. Fioriscono, diffondono colore e profumo e, nel farlo, accettano inevitabilmente di consumarsi. Ed è proprio da questo confronto che nasce la domanda fondamentale della mostra: cosa significa davvero persistere, e a quale prezzo?
“Stato Zero” e la forza della moltitudine

Uno dei momenti emblematici del progetto è l’installazione “Stato Zero”, composta da sei stampe su legno identiche affiancate. Opere uguali all’origine che, proprio attraverso il processo del loro consumarsi, acquisiscono progressivamente una propria individualità. La diversità nasce dunque non dall’isolamento, ma dall’appartenenza alla moltitudine. L’installazione contiene anche un dichiarato richiamo all’opera di Giuseppe Pellizza da Volpedo, riportando ancora una volta l’attenzione sul rapporto tra singolo e collettività. È uno dei paradossi sui quali Vigoni costruisce PERSISTERE: essere parte di un insieme non significa necessariamente perdere la propria identità. Al contrario, può essere proprio attraverso il confronto con gli altri che il singolo acquisisce maggiore consapevolezza di sé.
Persistere non significa restare immobili

Ed è forse questo il significato più profondo del titolo scelto dall’artista. Persistere non equivale a resistere al cambiamento, significa piuttosto accettare di attraversarlo. È il corpo-scultura che viene diviso e proprio attraverso quella divisione comprende la necessità della propria interezza. È il fiore che accetta di consumarsi e trova nel proprio stesso dissolversi il compimento della sua funzione. Uomo e natura, quindi, non vengono presentati come universi contrapposti, ma come due differenti manifestazioni della medesima condizione. Fragili, temporanei, continuamente sottoposti alla trasformazione, è proprio in questa trasformazione che finiscono nuovamente per riconoscersi. Con “PERSISTERE”, Marcello Vigoni invita quindi il pubblico non soltanto a osservare delle opere, ma a confrontarsi con una domanda molto più ampia: quanto di noi cerchiamo di conservare e quanto, invece, dobbiamo essere disposti a perdere per continuare davvero ad esistere?











































































