Quando un prestigioso imprenditore come Domenico Morassutti – alla guida di un brand internazionale come la Morassutti Group, oggi operante non solo nel campo della ferramenta, ma anche di strategie elettriche ed elettroniche – decide di rivalutare un complesso di edilizia storica nel cuore di Padova, c’è solo da essergli grati: lui, appassionato d’auto d’epoca, corridore delle Mille Miglia, celebre anche per le attività artistiche e filantropiche, nutre da sempre per la sua città e per il passato un interesse intelligente e rispettoso. Nasce così l’avventura dello Stallo Soncin, in via dei Soncin, appena fuori dagli antichi portoni del Ghetto padovano.
L’obiettivo di Morassutti

Un’area da ristrutturare, che dovrebbe prevedere la riconversione in unità abitative (ma nel pieno rispetto della maniera storica) e, guardando un po’ più lontano, anche un utilizzo per attività culturali. I lavori sono già partiti, con la cura che merita un progetto tanto ambizioso, sotto la capace guida di due architetti: la figlia di Domenico, Virginia Morassutti per ciò che concerne gli interni del complesso e David Borchia, dell’omonimo studio, per gli aspetti tecnici dell’impresa.
La scommessa di Morassutti e Gheller sullo stallo Soncin

Tuttavia, ciò che rende ancora più interessante la scommessa di Domenico Morassutti è l’aver incaricato uno storico, esperto di vicende padovane come Amedeo Gheller di ricostruire la storia del complesso e le sue funzioni originarie. Il lavoro di Gheller ha già fornito una sintesi dettagliata, allo stesso tempo rigorosa e affascinante per gli scenari che ci fa intravvedere, presentata qualche giorno fa, con grande successo di pubblico, nella sede del cantiere: «Lo stallo Soncin – ha commentato lo studioso – è la testimonianza preziosa di un mondo ormai definitivamente scomparso, che l’iniziativa della proprietà Morassutti sottrarrà al degrado».
Dove si trova lo stallo

Situata a sud-ovest dell’attuale piazza delle Erbe, al numero 33 di via dei Soncin, l’area interessata, in origine, apparteneva al quartiere del Duomo, nella contrada di Sant’Urban. Una facciata in muratura, un’antica finestra di fattura medioevale, l’ampio portale bugnato, oltre al quale è passata la storia.
Lo studio storico di Amedeo Gheller

«Il termine stallo – chiarisce Gheller nel suo lavoro – deriva dal germanico “stall” (sosta, dimora)» Un luogo di sosta, quindi, a cui venivano assegnati compiti specifici: rimessa per i cavalli di chi arrivava in città per affari, depositi per i carri o per le merci. Fino ai primi decenni del Novecento, quando la diffusione delle automobili stravolge i ritmi del vivere cittadino, gli stalli sparsi per la città misurano lo spazio urbano, ne documentano le consuetudini. Di più, come evidenziato da Gheller (ed è forse il punto di forza della ricerca e del saggio, ancora in fieri, che la supporta), è un ottimo esempio di come la microstoria attraversi i grandi eventi, li spieghi ed aiuti ad interpretarli.
Il passare dei tempi sullo stallo Soncin

Anche l’architettura, col passare del tempo, si adegua alle esigenze di questo variegato universo di esseri umani, merci ed animali: un cortile acciottolato con spioventi, lo scolo al centro, la stalla, il portico per le carrozze e il fienile. Sulla pubblica via, ad indicare la sosta, una testa di cavallo o un mazzo di fieno appeso ad un bastone. Di solito, si indica la Piazza dei Noli (l’attuale Piazza Garibaldi) come l’area in cui si trova documentata la maggior concentrazione degli stalli padovani, con tutto il sistema logistico annesso, comprese le locande e gli alberghi per l’accoglienza di viaggiatori e pellegrini.

Cavalli, carri e carrozze, attorno a cui ruota un mondo di vetturali e sellai, viaggiatori e truppe. Eppure, sostiene lo studioso, Piazza dei Noli non era l’unico centro di questa attività; se ne ritrova la presenza anche nelle fodre delle piazze, splendida espressione per indicare le viuzze laterali del centro cittadino. Lo stallo Soncin appartiene a questo gruppo, ma la sua storia indica anche deviazioni di percorso, così come individua la stretta correlazione tra osteria e stallo: una sinergia fondamentale.
L’analisi storica di Gheller sullo stallo Soncin

Da principio c’era una casa, attestata nel marzo 1561, quando Bernardin Piazzola presenta la propria polizza d’estimo; tuttavia, è solo più di un secolo dopo che viene citata esplicitamente la funzione di stallo, nel 1684. Di mano in mano, Gheller ripercorre l’elenco dei proprietari e delle loro vicissitudini, con precisione, ma anche arricchendo la cronaca di vicende private: ad esempio si sofferma sulla figura di Domenico Zangrandi, della vicina Osteria al Soncin, che dopo aver acquistato la proprietà da Roberto Piazzola nel 1813 per impiegarla come stallo, integra le funzioni di sosta e alloggio dei viaggiatori in un vero e proprio sistema di accoglienza.
Ciò nonostante, commenta lo studioso «Il locandiere Domenico Zangrandi di Giovanni chiuse la sua partita con la vita all’una e un quarto della notte del 4 dicembre 1835. Aveva sessantacinque anni, era già vedovo di Colomba Ruzzante e morì nella sua casa ai civici 299-300. Con la sua morte si aprì la successione dei beni tra i fratelli Zangrandi e, dietro le formalità della divisione, emerse presto una realtà meno ordinata: gli eredi si trovarono a fare i conti con una montagna di debiti».
Intanto, per Padova passa la Storia con la S maiuscola

Con i moti risorgimentali e la successiva restaurazione del dominio austriaco, giungono militari che mettono in difficoltà l‘operatività della locanda e dello stallo stesso: un piccolo distaccamento di ulani, soldati dei Dragoni, reparti della cavalleria austriaca destinati a compiti di servizio territoriale. Una congiuntura che coinvolge del resto tutte le principali strutture padovane, aggravandone la condizione economica. Gheller cita anche la proprietà di un avventuroso personaggio, tale Spiridone Gopcevich, armatore di origini serbe che aveva avviato a Trieste una fiorente attività, con navi impegnate nei traffici del Mar Nero, ma – coinvolto in speculazioni disastrose – finì per suicidarsi nel 1861.
La ricerca mette in luce, a partire dallo stallo Soncin, anche un’ulteriore funzione del sistema

«Accanto al ricovero di cavalli e carri, al noleggio delle carrozze, alcuni di questi spazi – si sottolinea nel testo – erano infatti collegati alle attività di trasporto privato di persone e merci, alle licenze per le “messaggerie e pedonerie”, che prevedevano il cambio dei cavalli, e agli omnibus». Nonostante l’indubbia utilità documentata nei secoli, con la diffusione delle automobili, gli stalli padovani vengono via via a perdere la loro identità originaria: alcuni spariscono, altri sono riconvertiti ad usi diversi. I documenti della Camera di Commercio registrano, uno dopo l’altro, gli atti di cessazione delle attività.
Vivere la storia

Bello che con l’iniziativa imprenditoriale di Domenico Morassutti sia possibile riportare l’attenzione su questo aspetto tanto interessante e pervasivo della storia di Padova. Bello che esistano studiosi come Amedeo Gheller, disposti ad individuare le sottili connessioni, le storie nascoste tra queste mura. Morassutti ha intitolato il suo progetto Vivere la storia, ed è una storia d’amore.












































































