Anticipo, buona sanità delle uve, gestione dei volumi. Sono le tre parole che descrivono la vendemmia 2026 in Veneto. Già il 7 agosto Regione Veneto e Veneto Agricoltura segnalavano l’avvio della raccolta con 8-10 giorni di anticipo rispetto alla norma, spinto dalle alte temperature e dalla siccità. Un anticipo così marcato da farsi sentire anche sul lavoro agricolo: la Regione vi ha ricondotto parte dell’aumento delle assunzioni registrato ad agosto.
Il caldo ha accellerato la vendemmia
È stato un avvio rapido e disomogeneo. Il caldo ha accelerato la maturazione e la scarsità d’acqua ha messo sotto stress soprattutto i vigneti che non potevano essere irrigati. Allo stesso tempo, l’estate asciutta ha contenuto in molte zone la pressione delle principali malattie, e le uve arrivano in cantina in buone condizioni sanitarie. Non sarà però una vendemmia abbondante: in Veneto le previsioni indicano volumi in linea con il 2025, circa 14,7 milioni di quintali, o di poco inferiori, con le aree irrigue più favorite e cali di resa in quelle più esposte alla siccità. A livello nazionale l’instabilità del clima è stata tale che Assoenologi, Ismea e Unione Italiana Vini hanno deciso di non organizzare la tradizionale conferenza stampa dedicata alle previsioni vendemmiali, rinviando i numeri a raccolta conclusa.
La questione cantine

Il vero nodo, però, è in cantina. Secondo Cantina Italia, il report dell’ICQRF costruito sui registri telematici di cantina, al 31 luglio 2026 negli stabilimenti enologici italiani risultavano presenti 42,6 milioni di ettolitri di vino, e il Veneto guida la classifica nazionale delle giacenze. Per questo la campagna si è aperta sotto un forte governo dei volumi: stoccaggi, riduzioni di resa, riserve vendemmiali e regole produttive hanno interessato Prosecco, Conegliano Valdobbiadene, Pinot Grigio delle Venezie, Bardolino e Valpolicella. Per il Pinot Grigio la resa massima è passata da 180 a 160 quintali di uva per ettaro, con la quota libera fissata a 130 quintali e le quantità eccedenti sottoposte a stoccaggio amministrativo. La domanda, insomma, non è più solo quanto produrrà il vigneto, ma quanto vino il mercato sarà in grado di assorbire.
Franco Passador, presidente e amministratore delegato di Vi.V.O. Cantine, una delle principali cooperative vitivinicole del Nord Est, non usa giri di parole.
Presidente, che vendemmia è stata?

«Una vendemmia di qualità, e va detto con orgoglio. I nostri soci hanno portato in cantina uve sane, frutto di un lavoro enorme in un’estate difficilissima. Il caldo ha anticipato tutto di oltre una settimana, e l’acqua ha fatto la differenza tra chi ha potuto irrigare e chi ha visto le rese calare. Ma la qualità, da sola, non basta più. Portiamo in cantina un’ottima annata mentre in giro per l’Italia le cisterne sono ancora piene della precedente e i prezzi delle uve non coprono i costi. È questo il vero dramma: fare bene il proprio lavoro e non vederselo riconosciuto».
I volumi sono stabili. Eppure si parla di eccesso di vino

«Proprio così, ed è la prova che il problema non nasce in vigna. Non abbiamo prodotto di più: è il mercato che assorbe di meno. Lo squilibrio c’è, negarlo sarebbe inutile. Ma bisogna dire con altrettanta chiarezza chi lo sta pagando: il viticoltore. Il ribasso colpisce prima le uve e lo sfuso, poi la bottiglia. Quest’anno la risposta è stata ridurre la quota libera e mandare il resto in stoccaggio. Ma una resa commercializzabile che porta il produttore sotto i costi di produzione non è una soluzione, è una condanna. Non si governa un mercato facendo fallire chi coltiva. Il riequilibrio va gestito con strumenti seri e con il coinvolgimento di tutta la filiera, non scaricato sull’anello più debole».
Dazi e tensioni internazionali: quanto pesano?

«Pesano in modo diretto e immediato. Rotte instabili, blocchi commerciali, tariffe che cambiano da un mese all’altro: con queste condizioni nessuna impresa può programmare. Il mercato americano resta fondamentale e va difeso con ogni strumento diplomatico e commerciale. Ma chi pensa che basti spostarsi su nuovi mercati non conosce questo mestiere: conquistare consumatori in Asia o in Sudamerica richiede anni e capitali che una singola azienda non ha. Servono risorse pubbliche per la promozione, stabili e pluriennali, non bandi episodici».
Le cantine sono anche a corto di liquidità

«È l’emergenza di cui nessuno parla, e la vendemmia la rende ancora più evidente. Adesso dobbiamo ritirare le uve dei soci e prepararci a liquidarle, mentre gli incassi si allungano, il credito costa caro e i fornitori stringono. Il vino in stoccaggio è capitale immobilizzato. Se il circolante si blocca, a pagarne il prezzo sono centinaia di famiglie agricole. Chiediamo strumenti finanziari dedicati al settore e tempi certi per l’erogazione dei contributi. Non possiamo continuare ad anticipare risorse allo Stato».
Il clima è diventato l’altra grande minaccia per la vendemmia

«Il cambiamento climatico non è più un’emergenza, è la nuova normalità. Quest’anno non si è riusciti nemmeno a fare le previsioni vendemmiali nazionali: è la prova più chiara di quanto sia diventato imprevedibile il nostro lavoro. Eppure gli strumenti di tutela del reddito sono rimasti indietro. Il fondo Agri-Cat, che gli agricoltori finanziano di tasca propria, quest’anno non si è neppure attivato. È inaccettabile. Servono coperture rapide e strutturate, investimenti sull’irrigazione e una riserva di crisi europea finalmente adeguata. Proteggere il reddito agricolo non è assistenza: è difendere la capacità produttiva del Paese».
E l’Europa?

«L’Europa ha sbagliato metodo. I viticoltori lavorano da decenni per ridurre il loro impatto ambientale, e lo hanno fatto senza bisogno di imposizioni. Calare divieti dall’alto senza offrire alternative tecniche per difendere le colture significa consegnare quote di mercato ai concorrenti extra-Ue. La sostenibilità ambientale senza sostenibilità economica non esiste».
Qual è la risposta della cooperazione?

«La cooperazione è la risposta. Aggregare l’offerta, concentrare il prodotto, affrontare i mercati con una forza che il singolo produttore non avrà mai. Lo stesso vale per l’innovazione: digitale e intelligenza artificiale resteranno parole vuote nelle campagne se nessuno le porta concretamente nei vigneti. È il nostro compito, e lo stiamo facendo con l’assistenza tecnica e l’affiancamento quotidiano dei soci».
Che cosa si aspetta dai prossimi mesi?

«Il consumatore è cambiato: beve meno e sceglie meglio. Bianchi e spumanti tengono, altre tipologie soffrono. Abbiamo in cantina un’annata sana e di qualità: ora dobbiamo saperla vendere, puntando sulla riconoscibilità delle nostre denominazioni e producendo ciò che il mercato chiede. Il settore ha la forza per uscirne più solido, a una condizione: che chi deve decidere lo faccia adesso, prima che i numeri definitivi di questa vendemmia ci dicano che è troppo tardi. Il tempo delle analisi è finito».







































































