Il regista Marco Bechis, nato a Santiago del Cile da madre cilena ma padre friulano, da sempre ha incentrato la sua cinematografia sulla dittatura del generale Videla in Argentina, sugli speculatori in Patagonia e sull’America Latina vista attraverso la ribellione di una comunità indigena. Tutti temi molto forti che partono principalmente da una terribile esperienza personale.
Il sequestro di Bechis

Nel 1977, Bechis allora ventenne venne sequestrato da un gruppo di militari a Buenos Aires e portato in una specie di garage sotterraneo dove venivano rinchiusi i prigionieri durante i terrificanti interrogatori. Rimase prigioniero per qualche mese e successivamente espulso dal Paese e andò a vivere a Milano. Dopo per alcuni periodi si trasferì anche a New York e Parigi. La brutta esperienza vissuta a Buenos Aires lo portò a girare nel 1999 il famoso film “Garage Olimpo”, ambientato nelle famigerate carceri di Buenos Aires.
Bechis e quei ricordi che non si cancellano

A distanza di ventisette anni è tornato su quei luoghi per girare “Ritorno a Buenos Aires”, una storia che vede protagonista un medico del pronto soccorso che vive a Torino nel 2008. Mariano Guerra il nome (nel film un superlativo Adriano Giannini), non è l’alter ego del regista è un personaggio di fantasia (così sottolinea il regista stesso), che nel 1976 viene arrestato assieme ad un gruppo di oppositori del regime di Videla. A distanza di trentadue anni riceverà una comunicazione da parte del tribunale di Buenos Aires per recarsi a testimoniare contro quei fatti e contro gli imputati che furono i carnefici di quei delitti guidati da un misterioso dottor K. Nella mente di Guerra si riaffacceranno tutti i fantasmi che l’hanno perseguitato durante tutti questi anni, ma tra un tormento e l’altro si lascia convincere dalla figlia e partirà per Buenos Aires.

Bechis tra ricordi vividi e flash back

Una volta arrivato ritroverà tutti i compagni che sono stati prigionieri assieme a lui e con loro torneranno alla memoria ricordi che erano rimasti al buio per troppo tempo. Prenderanno alloggio tutti presso delle stanze piuttosto fatiscenti messe a disposizione dal locale Ministero della Giustizia. Nel corso degli anni ha cercato di dimenticare tutto ma all’improvviso si renderà conto di essere uno dei pochi sopravvissuti e questo perché sotto tortura fece il nome di alcune delle persone scomparse i “desaparecidos”. Un peso nella coscienza che torna duramente a galla e che nessun giudizio finale di nessun tribunale potrà mai cancellare dalla sua testa.
Una Buenos Aires da non dimenticare

Il film scorre avanti e indietro con dei flash back che ci fanno vedere un Mariano giovane mentre intravede anche la donna della quale si era segretamente innamorato e che purtroppo sparì e allo stesso tempo quando iniettava nelle braccia di alcuni compagni delle dosi di farmaci molto potenti sotto la guida di uno dei torturatori, lo stesso che lo sodomizzava. Un ritorno che ha trasformato la sua vita in un trauma, dove la “picana” ovvero la scossa elettrica usata come metodo di tortura sui prigionieri bagnati appare come un “filo conduttore” a partire dalla scena inziale del film quando Mariano applica in autoambulanza su un paziente il defribillatore. In fondo essere sopravvissuto non equivale a poter dire di essere definitivamente salvo, la sua testimonianza contro gli imputati carnefici lo renderà meno solo.
Regia: Marco Bechis. Cast: Adriano Giannini, Ana Celentano, Adrian Fondari, Marcelo Chaparro, Olivia Nuss, Veronica Gerez. Produzione: Italia, Brasile. Anno: 2026. Genere: drammatico. Durata: 1h45 minuti.

Tutte le immagini e i video sono della nostra inviata all’83° edizione del Festival del Cinema di Venezia Barbara Pigazzi per https://www.enordest.it e tutte le foto e i video sono protette dal diritto d’autore- https://animicaportraits.com/













































































