A meno di un mese di distanza dalla morte di Peppino Di Capri e a poca distanza dalla scomparsa di Gino Paoli, un altro grandissimo della musica italiana è venuto a mancare. Ieri mattina è morto a Pavana, una piccola frazione in provincia di Pistoia, il cantautore Francesco Guccini all’età di ottantasei anni. E’ morto nel suo “rifugio” assistito dalla moglie Raffaella, dalla figlia Teresa e altri familiari, un luogo dove viveva da anni alternando la sua permanenza con l’altra abitazione di Bologna nella famosa via Paolo Fabbri 43, alla quale dedicò un famoso album del 1976. Il funerale si svolgerà, come lui voleva in forma riservatissima, mentre nel mese di settembre ci sarà una cerimonia commemorativa aperta al pubblico che vorrà rendere omaggio e salutarlo.
Chi era Guccini

Era nato a Modena il 14 giugno del 1940, questo “omone” alto oltre un metro e novanta, dotato di una voce potente e particolarmente aggressiva. Si affacciò nel mondo della musica all’inizio degli anni Sessanta, accompagnandosi sempre con la sua amata chitarra dalla quale pareva non volersi mai staccare. Agli esordi, sembrerebbe incredibile si dilettava con delle “canzonette” sullo stile “rock’n’roll”, poi nel 1967 uscì il suo primo long playng intitolato “Folk beat n.1” e da lì non si è più fermato arrivando a pubblicare ben trenta album, suddivisi in diciassette in studio, otto live e cinque raccolte. La sua lunghissima carriera non si è limitata solo alle canzoni, ma diversificò cimentandosi anche nella scrittura, dove nel 2020 si piazzò al quarto posto nella finale del premio Campiello con il libro “Tralummescuro – Ballata per un paese al tramonto (Giunti editore).

Recitò anche nei panni di attore cinematografico, è stato autore di colonne sonore e disegnatore per fumetti, oltra ad aver scritto anche molte canzoni per altri cantanti. Risulta tra i cantautori più premiati nel Club Tenco, con quattro targhe, due premi e il premio speciale “Le parole della musica”.
I suoi testi
Nei testi di Guccini si leggeva spesso l’aspetto poetico “Piccola città, bastardo posto, appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi mi spinse via?” (da Piccola città, 1972, dedicata a Modena). Spesso ricorrono anche i ricordi dell’infanzia passati sull’appennino tosco-emiliano, luoghi del quale è sempre stato profondamente innamorato e anche della gente che vi abitava.
Famosa anche la canzone “Amerigo” che raccontava di un suo prozio molto povero ed emarginato. Nei primi anni Sessanta dopo la maturità magistrale, lavorò anche presso il quotidiano “La Gazzetta di Modena” per circa due anni come cronista, ma abbandonò quel “ruolo” definendolo massacrante per ventimila lire al mese dopo dodici ore di lavoro al giorno.
Modugno spinge Guccini a scrivere la sua prima canzone

Durante quei due anni ebbe l’opportunità di conoscere Domenico Modugno che aveva già vinto due Festival di Sanremo. Fu proprio Modugno a spingerlo a scrivere la sua prima canzone intitolata guarda caso “L’antisociale”. Nel frattempo frequentava anche l’università iscritto alla facoltà di Magistero . Ma non prese mai la laurea (gli fu conferita honoris causa nel 2002 in scienze della formazione). Preferendo dedicarsi anima e corpo alla musica.
Auschwitz

Non mancò di esibirsi nelle balere emiliane con diversi gruppi, quali gli Hurricanes, gli Snakers e poi i Gatti. E non è un caso che le prime canzoni erano molto vivine allo stile di Peppino Di Capri. Col passare degli anni si avvicinò ad un genere musicale più vicino al “beat” che lo portò ad ascoltare molto Bob Dylan e arrivò a comporre uno dei suoi capolavori ovvero “Auschwitz”. Che aveva come titolo originale “La canzone del bambino nel vento”.
Il tentativo di Sanremo
Nel 1967 debuttò come autore al festival di Sanremo con la canzone “Una storia d’amore” interpretata da Caterina Caselli e Gigliola Cinquetti. Però con suo grande rammarico il brano non venne ammesso alla gara.
Guccini e i Nomadi


Dopo quella parziale delusione iniziò la sua personale “escalation” nel mondo della musica folk con l’album già citato “Folk beat n.1”. Dove i testi delle sue canzoni accompagnati da pochissimi arrangiamenti davano sfogo più alla sua voce che alla musica. Testi, tra l’altro, molto cupi spesso volti a temi come il suicidio, la morte, i drammi sociali e quant’altro. Però in quel periodo le sue canzoni nonostante tutto venivano portate al successo da gruppi famosi come L’Equipe 84 e soprattutto i Nomadi, affidate alla straordinaria voce di Augusto Daolio, che nel 1968 canterà “Dio è morto”.
Forse ancora il brano più famoso di Guccini assieme alla celeberrima “La locomotiva”. Tra l’altro “Dio è morto” fu addirittura elogiata da Papa Paolo VI. Che la fece trasmettere da Radio Vaticano, nonostante la censura della Rai che la ritenne blasfema.
L’apprezzamento di Gaber

Il nome di Guccini stava diventando importante, iniziò a eseguire anche dei concerti dal vivo e fu anche ingaggiato come pubblicitario al punto che collaborò per lo slogan della famosa Amarena Fabbri presentato nel Carosello. Dopo un periodo dedicato alla “peregrinazione” con passaggi negli Stati Uniti e nelle isole greche, si presentò al pubblico con la sua famosa barba che non tagliò più. E che fu l’immagine riprodotta nella copertina dell’album “Via Paolo Fabbri 43”. Arrivato al successo, Giorgio Gaber ebbe a dire di lui una frase molto famosa: “Bolognesi ricordatevi: Sting è molto bravo, però tenetevi stretto il vostro Guccini. Uno che è riuscito a scrivere tredici strofe su una locomotiva, può veramente scrivere quello che vuole”. Detto questo la carriera di Guccini prese il largo diventando un punto di riferimento fondamentale per più generazioni di cantautori. In particolare Claudio Lolli, che venne lanciato dallo stesso Guccini.
L’amore per la sua terra e l’impegno politico
Nei suoi sempre più frequenti concerti ha sempre dato vita ad uno stile molto a contatto col pubblico, quasi al limite del cabaret . Forse per questo piaceva molto a Gaber. Non sono mai mancati nei suoi testi i riferimenti a grandi personaggi del mondo della letteratura come Giacomo Leopardi . E i più recenti Jorge Borges e Roland Barthes. Si potrebbe scrivere ancora molto sulla figura di questo grande artista che all’inizio degli anni Ottanta dedicò l’album “Metropolis” ad una serie di città quali Bisanzio, la sua amata Bologna e Venezia. Descrivendo tutta una serie di incastri e di disagi. Ha collaborato anche con Lucio Dalla, Paolo Conte, Enzo Jannacci, Adriano Celentano, Roberto Vecchioni, Ligabue. Nel 2004 scrisse il brano “Piazza Alimonda” dedicato a Carlo Giuliani, il ragazzo morto durante gli scontri del G8 di Genova.
Il suo ultimo 45 giri
Tra le curiosità fa spicco sicuramente quella del voto che ottenne nel 2006 durante l’elezione del Presidente della Repubblica che poi divenne Giorgio Napolitano. L’ultimo 45 giri una versione di “Bella ciao” cantata a due voci. Prima da lui e poi in coppia con Tosca, in lingua italiana e in farsi (lingua persiana). Cantava “E un Dio che è morto, nei campi di sterminio, dio è morto, coi miti della razza, dio è morto, con gli odi di partito, dio è morto. Che se dio muore è per tre giorni e poi risorge. In ciò che noi crediamo, dio è risorto, in ciò che noi vogliamo, dio è risorto, nel mondo che faremo, dio è risorto”. Buon viaggio Francesco Guccini e…speriamo che queste tue parole molto attuali vengano ascoltate!
I disegni sono di Luciano Marini detto ElMe













































































