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Home Editoriale

Matteotti: il martirio cento anni dopo

di Orazio Carrubba
Giugno 9, 2024
in Editoriale
1
Matteotti: il martirio cento anni dopo
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Dieci giugno 1924, ore 16. A Roma splende il sole, ma presto sarà oscurato dal più atroce delitto della barbarie fascista. Da via Pisanelli, nel quartiere Flaminio dove vive al numero 40 con la moglie Velia, i figli Giancarlo, Gianmatteo e Isabella, Giacomo Matteotti, segretario del PSU ( il Partito socialista unitario ) è appena uscito di casa per recarsi a Montecitorio. Sono passati appena dieci giorni dal suo tempestoso atto d’accusa alla Camera contro le violenze e gli abusi compiuti dai fascisti durante le elezioni politiche di aprile. Il discorso, continuamente interrotto dalle urla e dagli insulti dei deputati fascisti, a cui ribatte con ostinazione “i fatti sono veri o li dimostrate falsi”,  dura 4 ore. E quando in quel bailamme il presidente della Camera, lo solleciterà più volte a concludere e ad avere maggior prudenza nelle accuse, risponderà con orgoglio : “Ho chiesto di parlare non prudentemente né imprudentemente, ma parlamentarmente”.

Matteotti aveva già capito

Quando stremato finisce e si risiede, ai compagni che gli si stringono vicino, recita con un filo di voce quello che sarà poi il suo epitaffio: “Ho detto quello che dovevo dire, ora sta a voi preparare la mia orazione funebre”. Da quel momento sa benissimo di essersi conquistato l’odio implacabile di Mussolini e dei suoi scherani, che non arretrano di fronte a nessuna nefandezza, ma anche se è preoccupato non lo dà a vedere.

E per lui quello è un pomeriggio come tanti altri, deve andare a Montecitorio per preparare un intervento e parlare coi colleghi di partito. Fa caldo, come succede sempre a Roma in giugno e il sole illumina lungotevere delle Navi, dove da ore è parcheggiata una grossa Lancia Trikappa con a bordo una “squadraccia” nera. E’ li da tanto tempo e ha incuriosito il portiere di casa Matteotti, che ad ogni buon conto ne annota la targa e fa bene. Perché sarà proprio partendo da qui. che si potrà poi risalire all’identità dei sicari.

La ricostruzione

La macchina, come si scoprirà più tardi, è stata affittata dal direttore del Corriere Italiano Filippo Filippelli, che l’ha messa a disposizione del capo della banda. In tutto sono in cinque e si vantano di essere i componenti della famigerata “Ceka”, la banda fascista addetta ai lavori sporchi: violenze, sequestri, bastonature, intimidazioni di ogni tipo, contro chiunque rivendichi il diritto alla libertà di critica e di parola. Li comanda Amerigo Dumini, un energumeno sfegatato (a cui piace presentarsi così: piacere, Amerigo Dumini, nove omicidi) che ha ricevuto ordini precisi dagli ambienti vicini a Mussolini: Matteotti ha superato ogni limite e deve pagare, bisogna insegnargli con le brutte che con il fascismo non si scherza. Gli altri componenti sono Albino Volpi, che sarà poi l’esecutore materiale dell’omicidio, Amleto Poveromo, Giuseppe Viola e Augusto Malacria.

Come hanno preso Matteotti

Appena Matteotti appare, in due, poi in tre escono dall’auto di scatto, gli saltano addosso lo afferrano e malgrado lui tenti di resistere in tutti i modi lo stordiscono e lo scaraventano dentro la macchina. Poi partono a tutta velocità verso Ponte Milvio. E’ in questa primissima fase, come emergerà durante i vari processi che il parlamentare polesano sarà ferito a morte, perché dopo il primo stordimento Matteotti, che sa cosa lo aspetta, riprende a divincolarsi con tutta la forza che gli rimane.

Stretto in mezzo ai tre aguzzini che cercano di tenerlo fermo mena colpi agitandosi da tutte le parti e con un calcio potente colpisce al basso ventre Viola, un ex ardito milanese. E’ la sua fine.  Urlando dal dolore Viola reagisce – così dirà – colpendolo  con una pugnalata al torace, vicino al cuore. E per l’idealista Giacomo, l’uomo che non indietreggia mai quando c’è da indicare chi calpesta diritti e libertà, non c’è più speranza. Aveva soltanto 39 anni.

Sarà stato un errore?

Forse non doveva proprio finire così, forse gli ordini ricevuti dall’alto,  come si continuerà ad insistere negli anni, parlavano soltanto di una lezione dura di quelle a cui i fascisti erano abituati, da non dimenticare per tutta la vita, ma intanto Matteotti è morto ed i sicari perdono la testa. Continueranno per ore ad errare per le campagne. Non sanno come disfarsi di quel corpo scomodo, sono certi però di averla combinata grossa e solo a tarda sera nel bosco della Quartarella a 25 chilometri da Roma decidono di fermarsi. Tanta è la foga che non sanno e non sapranno mai indicare il posto dove si trovano. Scendono e con il cric della macchina scavano una buca poco profonda in mezzo all’erba e vi depongono il corpo del martire, piegato in due. Poi tornano a Roma e denunciano subito come un incidente di percorso ai loro mandanti, l’omicidio di Matteotti.

In via Pisanelli, intanto, Velia Titta, la moglie, vive ore di angoscia

Giacomo è sparito, non ha più dato segni di vita dal pomeriggio, nessuno lo ha visto e pensa subito al peggio. Chiama Turati e Modigliani, i due esponenti socialisti amici del marito, ma anche loro non sanno niente. Insieme decidono di aspettare fino al mattino del giorno 11, poi denunciano la scomparsa del parlamentare al questore di Roma. E da quel momento una tempesta mediatica si scatena contro il fascismo, sulla cui responsabilità nessuno ha dubbi.Le strutture del futuro regime traballano sotto l’indignazione dell’opinione pubblica e le accuse che piovono da tutte le parti, anche dall’estero.

Di Matteotti però non c’è traccia, né vivo, né morto e questo complica le cose, almeno fino al 16 agosto. Quel giorno un guardiacaccia sta perlustrando il bosco della Quartarella in Comune di Riano, quando il cane al suo fianco si blocca, drizza la coda e punta il naso. Dopo parte deciso verso un rigonfiamento sul terreno e comincia a raspare furiosamente. I poveri resti del martire socialista vengono scoperti così e sarà per i fascisti il momento più duro da quando sono approdati al governo.

Matteotti podo protetto?

Forse, se le opposizioni fossero state più decise, sarebbe stato il momento giusto per tarpare le ali al fascismo e scongiurare i disastri che arrecherà al nostro Paese. La storia però non si fa con i se o con i ma, soltanto con i fatti. E quelli raccontano che dopo aver taciuto fino a quel momento, il 3 gennaio 1925, di fronte all’assemblea di Montecitorio, Benito Mussolini si assume “la responsabilità politica, morale e storica del clima col quale l’assassinio di Matteotti si era verificato”. Da quel momento l’Italia di tingerà decisamente di nero, seguiranno le leggi ”fascistissime” e la secessione per protesta delle minoranze sull’Aventino.

E’ cominciato il ventennio, che cambierà tutto, ma non riuscirà a far dimenticare il martirio di Giacomo “tempesta”, come lo chiamavano i compagni di partito per la passione che metteva in ogni sua azione. E ancora cent’anni dopo il suo esempio conta più di mille forbite parole, è la stella polare che dovrebbe indicare la strada a chiunque si avvicini alla politica, che dovrebbe essere puro servizio e se necessario sacrificio.

Da vecchio cronista ho un ricordo al quale sono sempre stato legato

Nel giugno del 1984, sessant’anni dopo la sua morte,  stavo preparando una trasmissione televisiva che ne ripercorresse l’itinerario di vita. Per farlo, d’accordo con il figlio Gian Matteo e l’allora presidente dell’Ordine dei giornalisti Michelangelo Bellinetti, avevo deciso di recarmi a Fratta Polesine, alla riscoperta delle origini del martire socialista. Fratta è un borgo di 2500 abitanti a 12 chilometri da Rovigo, attraversato dallo Scortico, un modesto canale. Qui Matteotti era nato da un’agiata famiglia di commercianti e possidenti terrieri originari della Val di Peio, in Trentino. Dopo le elementari a Lendinara, il liceo classico al “Celio” di Rovigo e la laurea in legge a Bologna aveva iniziato proprio in Polesine la sua carriera politica, all’interno del partito socialista, fino ad essere eletto per la prima volta in Parlamento nel 1919.

Una casa museo per ricordare Matteotti

La vecchia casa di famiglia che quel giorno il figlio ci aveva  spalancato era chiusa da tempo. C’era aria d’abbandono e tanta polvere  dappertutto, ma i muri erano solidi come si usava una volta e gli infissi di legno massiccio. Al piano terra, subito alla destra del grande salone, l’onorevole Gian Matteo, spalancata una porta s’era improvvisamente irrigidito  ed emozionato aveva indicato una scrivania: “Era qui che studiava, questa era la sua camera”. E senza accorgersene aveva smorzato il tono di voce, come succede in chiesa.

Da allora quella casa è diventata un museo, è stata risanata ed è visitabile. Chi parla tanto di libertà, ma non sa quanto può costare difenderla contro ogni tipo di dittatura, è bene che ci vada. Giacomo Matteotti, martire dell’idea, se lo merita. Come si è meritato il santino con la sua immagine che i vecchi socialisti tenevano con orgoglio nel portafoglio, rischiando olio di ricino e bastonature. E’  passato un secolo, ma quella fotografia non sarebbe male riprodurla e distribuirla nelle scuole ai nostri ragazzi, che di esempi come il suo hanno sempre più bisogno.  Così, tanto per non dimenticare…

Orazio Carrubba

Orazio Carrubba

Giornalista, direttore della scuola di giornalismo "Buzzati"

Articolo sucessivo
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I più commentati 1

  1. Annalisa Bruni says:
    2 anni fa

    E nel centenario dell’assassinio per mano fascista, le Poste italiane emettono un francobollo dedicato a Italo Foschi che si era congratulato con i suoi assassini. Questa è l’Italia, oggi.

    Rispondi

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