Quando aveva la possibilità correva assieme ad altri ragazzi per giocare nel campo sterrato dietro alla Chiesa Matrice negli anni ‘60. Non c’era la scuola calcio a Gioiosa Ionica. Tanta era la voglia di calcio e il valore del ragazzo che i dirigenti della società locale falsificarono la data di nascita pur di tesserarlo al Gioiosa nel campionato di Prima categoria 1969/70. Antonio Logozzo che tutti chiamano Toto’ inizia come ala destra. E’ veloce sulla fascia e bene si inserisce in area. L’anno dopo va alla Bovalinese e vince il campionato di Prima Categoria.
Logozzo va in C1
In Promozione, dove resta due anni, l’allenatore ungherese Mihály Vörös, l’ultimo a segnare un gol al Grande Torino prima della tragedia di Superga, lo cambiò di ruolo. Pur lasciandolo sulla fascia destra lo tramutò in difensore. Gli diceva “Mannaggia l’anima tua”. E’ tempo di provini. Il primo a Torino sponda granata allo stadio Filadelfia marcherà Giovanni Quadri ancora oggi suo amico. Per un mancato accordo non si fece il contratto coll’Enna. Si resta comunque in Sicilia e questa volta l’operazione va in porto: l’Acireale in C1 lo acquisterà per cinque milioni delle vecchie lire dell’epoca.
Si risale la penisola, e Totò va all’Avellino in B

Dopo un anno trasferimento ad Ascoli nella massima serie, col vulcanico presidente Costantino Rozzi. Il grande giorno è datato 5 ottobre 1975, al Del Duca la squadra marchigiana batte la Viola per 1 a 0 con gol su rigore siglato da Adelmo Gola. Logozzo si prenderà cura di Walter Speggiorin. Alla fine la squadra bianconera retrocede. Ma per Totò arriva un nuovo trasferimento, questa volta al Nord della Penisola, Verona in serie A. E ci rimarrà per tre anni, l’ultimo culminato nella retrocessione. “Una città che ho amato tanto – dice ancora oggi – nella città scaligera sono nate due delle mie quattro figlie”.
Dalla Samp al Bologna

Ci si sposta a Nordovest, Genoa sponda Sampdoria per due anni. Poi a Cagliari. Quindi a Bologna dove indossò anche la fascia di capitano. Bologna all’epoca una nobile decaduta, addirittura precipitata in serie C. Il suo gol sarà determinante per la promozione della squadra felsinea in B, campionato 1983-84. Gli ultimi anni della carriera segneranno un ritorno al Sud con Catanzaro, Nocerina e Atletico Catania. In pratica aveva iniziato in Sicilia e terminerà sull’isola. A Catanzaro non lo amarono molto da subito, c’era un precedente che alla squadra calabrese non era andato giù: “A Catanzaro soprattutto la stampa non mi amava. Si inventarono una anomalia al cuore che non avevo perché in gioventù avevo rifiutato quella maglia”. Dopo quasi vent’anni di carriera si accomoderà in panchina in squadre di B e C.
Che giocatore era Antonio Logozzo?

“Ero un marcatore arcigno, stavo dietro l’uomo, molto vicino all’attaccante e cercavo l’anticipo”.
All’epoca c’era un’abbondanza di attaccanti forti…
“Paolino Pulici lo marcavi per 90 minuti, poi toccava una palla e la metteva all’incrocio dei pali. Altobelli, Palanca, Muraro, Graziani, Desolati, Savoldi, Pruzzo, Paolo Rossi, Gigi Riva. A parte “Rombo di tuono”, il più forte che ho marcato è stato Bruno Giordano, sicuramente il più completo”.
E degli allenatori che ricordi ha?

“Li ricordo tutti con grande piacere ma in modo particolare dico Pietro “Rino” Santin perché era eccezionale e ottimo allenatore. Toneatto ti metteva a tuo agio un papà per tutti. Ferruccio Valcareggi perché ….era Valcareggi un numero uno. Non perché gli altri non lo fossero, ma lui era speciale, che belle feste a casa sua a Verona”.
E dei suoi compagni di squadra?

“Sono tanti, difficile elencarli. Superchi e Negrisolo due persone squisite che ti aiutavano giorno dopo giorno. Perico era come loro, eravamo nello stesso convitto nella stessa stanza”.
Oggi in giro c’è un Totò Logozzo?

“Mi creda da quindici anni non guardo una partita di calcio, non mi entusiasma. Il nostro calcio era fatto di fame e voglia. Oggi comandano i procuratori, calciatori giovanissimi che guadagnano già un milione di euro. Se avessi giocato oggi mi sarei sistemato per tutta la vita in due anni….vivo con la pensione sia chiaro”.
Lei in campo era uno che menava gli attaccanti?

“Mi facevo rispettare. Bettega e Boninsegna con i gomiti ti distruggevano lo stomaco e io mettevo loro il ginocchio sulla schiena quanto saltavano di testa. Ma un mio avversario non è mai uscito per infortunio”.










































































