Con Luciano Callegaro, mestrino tra i più conosciuti, gioielliere e artigiano di talento, ci siamo conosciuti alla fine degli Anni ’70. Era col fratello maggiore Loris, io li vedevo come il commercio e l’artigiano. Presentavo una serie di manifestazioni nella città e loro erano tra gli sponsor. Siamo andati in giro per l’Italia, a volte anche all’estero, volevano capire come svolgere quel ruolo, che senso avesse dare un aiuto alle iniziative che riguardavano una città particolare, strana per molto aspetti, creativa per altre, generosa e ingrata al tempo stesso. Ma sempre pronta a rispondere. È entrato così in profondità nel ruolo da diventare una delle anime della Communitas Menstrenses cresciuta al punto da essere il vero grande premio della città: con lui ricordo la premiazione dei 44 sindaci della provincia, di 44 ristoranti della provincia, di persone sempre diverse ma simboli della città.
L’amicizia con Luciano

La Communitas era il suo fiore all’occhiello, era il suo modo di fare qualcosa, di incontrare la società. Una volta siamo andati alla presentazione del Summer Festival di Mirano, ero la voce che legava gli interventi, Luciano si mise a parlare con un rappresentante della Costa Crociere che aveva in quel momento in porto a Venezia la nuova nave da crociera varata dalla Fincantieri. Finì che a bordo della nave fu organizzato un pranzo per 90 persone proprio per la presentazione della manifestazione estiva che richiamava e richiama il meglio del pop e del rock internazionale. Un’altra volta ci siamo inventati una specie di pozzo di San Patrizio al quale avevano contribuito moltissimi commercianti della città: chi andava in un negozio di scarpe in Piazza Ferretto ne usciva con una scatola vuota che gli dava diritto a pescare nel pozzo aperto presso la Gioielleria Callegaro. Uscirono trecento scatole riempite con trecento regali.
Chi era Luciano

Luciano aveva conservato una freschezza giovanile, sapeva sorridere e far sorridere, esplodere di ingenuità e sorprendersi senza vergogna di mostrare le emozioni. Il mestiere lo aveva imparato dal padre che lavorava in fabbrica a Porto Marghera e aveva una straordinaria passione per gli orologi. Il padre era un tecnico di valore, sconvolto dalla prima ondata di cassa integrazione arrivata con la crisi della chimica. Pensava che non sarebbe mai stato toccato per la sua capacità, invece ne fu travolto e reso più fragile. Luciano, che faceva il militare alla caserma Matter sul Terraglio, mise su una specie di laboratorio per il padre, sveglie e orologi, strumenti di precisione. Il vecchio operaio si trasformò nel più felice degli artigiani. Fu una rinascita e l’avvio dell’impresa Callegaro in via Garibaldi. Luciano aveva ereditato l’arte dell’orologio, lui gli orologi li capiva, ci parlava. Aggiunse l’eleganza nella scelta dei gioielli, la capacità di cogliere le occasioni del mercato: come quando c’era la fila in strada davanti al suo negozio per la vendita degli Swatch nel momento d’oro dell’orologio giovane o come quando cavalcò il boom della Pandora.
Un lottatore

Era un uomo rispettoso degli atri e delle istituzioni e coll’ambizione sempre di aiutare chi ne avesse bisogno. Questo spiega anche il suo impegno come tesoriere del Lyons di Marghera. Sino alla malattia sopraggiunta nel periodo difficile del Covid quando tutto sembrava più grande, più assurdo, più inaccettabile. Gli dissero che aveva un tumore al pancreas, incominciò a lottare, il male ha impiegato sei anni per sconfiggere Luciano. In quel periodo la Bauli ci chiese di distribuire per Pasqua 17.500 colombe Bauli e Motta a tutti quelli che avessero bisogno di un gesto d’amore. La prima colomba fu consegnata a Luciano , si mise a piangere, mostrò la sua fragilità a favore di chi aveva più bisogno di lui in quel momento. E pianse la volta che fu chiamato in Duomo a Mestre, dopo una messa in memoria, a leggere i nomi dei caduti sul lavoro Veniva con me alla Vogalonga, alla Regata Storica, a Pellestrina, a SantìErasmo e ogni volta era una scoperta come se vedesse per la prima volta un mondo che conosceva a memoria.
Ha combattuto sei anni, poi non ce l’ha più fatta

Venerdì per il funerale la folla nel sagrato della chiesa di Carpenedo era il segno di quanto Mestre gli ha voluto bene. L’ho accompagnato in pronto soccorso l’ultima notte, l’ho sentito pregare e salutare. Da vincitore che aveva saputo dare un senso alla vita, alla famiglia, agli amici, alla sua città. Addio al mio amico Luciano.











































































