Da alcune settimane le proteste studentesche attraversano l’Europa. Sono iniziate dai licei francesi a fine settembre con motivazioni iniziali concrete e perlopiù circoscritte all’ambito scolastico: edifici in cattivo stato, classi troppo numerose, accesso all’università percepito come opaco. Poi la mobilitazione si è allargata a Bruxelles e ha toccato le nostre città, da Torino a Padova. Nella maggioranza dei casi i cortei sono stati pacifici, anche con genitori e insegnanti accanto ai ragazzi. In alcune occasioni, però, il bilancio di giornata ha visto cassonetti in fiamme, vetrine rotte e agenti feriti. La domanda che sorge spontanea di fronte alla violenza è semplice: perché? Partiamo da ciò che la psicologia può spiegare con ragionevole sicurezza. Le folle non sono di per sé irrazionali. L’idea ottocentesca di Le Bon, per cui la massa cancella l’individuo e lo porta a uno stato primitivo, è stata via via ridimensionata. Chi studia i comportamenti collettivi, oggi, li descrive come qualcosa di meno spettacolare: le persone in piazza sanno chi sono e perché sono lì e si comportano secondo le norme del gruppo a cui sentono di appartenere. Se quel gruppo si considera pacifico, di regola resta pacifico.
Se la violenza arriva in piazza
La violenza, quando arriva, segue per lo più delle meccaniche secondarie e reattive: se un grande gruppo scendesse in piazza già con intenzioni violente ci troveremmo di fronte ad un’insurrezione. In generale, piccoli gruppi, spesso esterni o comunque marginali rispetto ad un movimento, usano un corteo come copertura. Ci sono alcuni elementi che favoriscono i comportamenti violenti. Il primo e più noto è la deindividuazione. Il volto coperto o l’idea di non essere comunque identificabili grazie al numero riducono il senso di responsabilità individuale e le inibizioni, non soltanto nei più giovani. Il secondo è l’escalation: quando da una parte e dall’altra si comincia a vedere un avversario compatto e potenzialmente aggressivo, i gesti di pochi vengono letti come intenzioni di tutti e si genera una spirale che si alimenta da sola. Il terzo riguarda l’età. La psicologia dell’età evolutiva ha mostrato negli anni che un sedicenne non è un adulto in miniatura: la capacità di frenare un impulso sotto pressione, soprattutto in presenza dei coetanei, è ancora in costruzione. Questi elementi non valgono come attenuante, ma bisogna tenerne conto per cercare di comprendere e spiegare.
La piazza per una generazione trascurata?
C’è poi una lettura più ampia. Hirschman negli anni ’70 osservava che di fronte a un’istituzione che delude si può uscire oppure far sentire la propria voce. Per uno studente la prima opzione non esiste, quindi resta la voce. Se i canali ordinari (rappresentanze, assemblee, interlocuzioni) appaiono chiusi o inutili, la voce cerca altre strade. Qui conta un dettaglio: a far scattare l’impulso di farsi sentire non è l’utilità effettiva dei canali, che va dimostrata e spesso produce effetti solo nel lungo periodo, ma la percezione che se ne ha. Quindi l’informazione, ormai spesso incontrollabile per via della proliferazione dei canali informali, ha un ruolo fondamentale. La retorica del “non cambia niente” e del “nessuno ci ascolta”, vera o falsa che sia, può trovare molto più spazio che in passato e produrre risultati molto più rapidamente. Una possibile lettura delle proteste di queste settimane è che ci troviamo di fronte a una generazione che si sente trascurata e chiede di essere presa sul serio sulle cose piccole come l’aula, i bagni, la palestra, perché sospetta che sulle cose grandi come il lavoro o la casa ci sia poco da fare.
Comprendere non significa giustificare
La violenza è inaccettabile e, per inciso, danneggia per primi coloro che protestano perché toglie l’attenzione dalle motivazioni e dalle richieste. Ma la risposta delle istituzioni e degli adulti non può fermarsi alla condanna, pur necessaria, né alla tesi per cui i ragazzi sarebbero semplicemente manovrati. Bisogna tenere insieme due cose che sembrano in contrasto: fermezza sul metodo e apertura sul merito. E cominciare ad ascoltare davvero, costantemente, e mostrare cambiamenti concreti prima che la sensazione di abbandono spinga a scendere in piazza.









































































