Le piccole cose, siano oggetti o fatti, sono come le foglie di un grande albero, come gli insetti del bosco: non sono conteggiabili, semplicemente ci sono, ci accadono: sono il tessuto vivente di cui è fatta la tela quotidiana. Meglio di me lo ha detto lo scrittore americano Richard Ford, intervistato dal “Corriere della sera”, a proposito del suo mondo narrativo: ”Le cose succedono quando meno te le aspetti, e la cosa divertente è che non sempre te ne accorgi, ma la vita è l’unica cosa che hai.”
Foglie e casualità

In realtà, Ford si riferisce al tumultuoso accadere della vita planetaria nella quale tutti, ma proprio tutti, siamo colti di sorpresa, come se le cose fossero in agguato e noi impreparati a vederle emergere dal tempo e venire a galleggiare intorno a noi. Con parole semplici, che è il titolo del suo ultimo romanzo, Ford sentenzia: ”La vita accade, siamo circondati dalla casualità.” È una filosofia che si può condividere o meno: però fa pensare.
Come sfuggire alle foglie

Per esempio, qualcuno può dire che viviamo una “stagione di attesa”. Un altro, filosofeggiando, potrebbe avvertirci che un dio ignoto – chiamato anche il Caso, la sorte avversa o propizia, insomma il destino – gioca con l’umanità. Altri chiameranno gli accadimenti “i figli della realtà”. Mentre i fatti – insieme alle idee – escono allo scoperto e quasi ci assediano, abbiamo il dovere di sfuggire alla loro pressione.
Liberarsi dalle foglie

Il romanziere, come possiamo riscontrare facilmente, ha un potere straordinario rispetto alle persone normali: lui/lei trasforma i fatti della vita in metafore, li libera, per così dire, dal peso della materia, li traduce in simboli, li converte in poesia: è lui/lei che domina gli accadimenti sollevandoli in un tempo e in un luogo diversi dal presente. È la forza creativa della nostra immaginazione. Il poeta, per dire, scuote il grande albero della realtà e ne cadono tanti frutti maturi che noi siamo chiamati a raccogliere: è il nostro ruolo di lettori che ci rende, in un certe senso, coautori delle opere letterarie (così la pensava il grande Borges).
E noi che poeti non siamo? Come affrontiamo le foglie?

La risposta del saggio è pronta: “I fatti che ci raggiungono attraverso le cronache ci sorprendono: è il loro primo effetto sulla nostra mente. poi verrà la vita pratica a farcene conoscere la potenzialità (diciamo, l’utilità). Ma è la sorpresa che va sottolineata, è la nostra capacità di farci sorprendere. Questa elasticità mentale, o del cuore, è la spinta della realtà che ci provoca. L’urto, in effetti, è come un risveglio: da quale torpore o sonno possiamo scoprirlo, volendo, quasi da soli.”
Una perdita preziosa

Anche il compleanno della Repubblica, il suo ottantesimo, ha alimentato il tormentone della politica – non solo italiana, peraltro – cioè il problema dell’immigrazione clandestina e non, un fenomeno che troppo spesso finisce in tragedie spaventose con la perdita di tante vite. Queste ecatombi, ci dice la storia, avvengono non solo nel Mediterraneo, ma anche nel cuore dell’Europa. Non muoiono solo i disperati in fuga dalle loro terre e dalla guerra: muoiono anche emigranti muniti di regolare contratto di lavoro.
Il ricordo di Marcinelle

A questo proposito noi italiani abbiamo rievocato in questi giorni la strage di minatori avvenuta l’8 agosto 1956 a Marcinelle, in Belgio. Una tragedia che ha distrutto le vite di 136 italiani su un totale di 262 europei. Un tributo di vite innocenti, pagina nera nella storia delle migrazioni umane, rievocato a settant’anni di distanza, durante le manifestazioni per gli ottant’anni della nascita della Repubblica. Da parte nostra avremmo voluto che fosse citato il romanzo Sull’Oceano di Edmondo de Amicis, carico di storie dell’emigrazione italiana dell’Ottocento: molti di quei migranti erano veneti in fuga dalla miseria, e tanti hanno incontrato la morte sulle rotte della speranza.
Marcinelle segna una data fatidica per il nostro Paese nel ventesimo secolo

Anche allora la spinta è stata la povertà di una nazione, la nostra, uscita undici anni prima dalle macerie della guerra. C’era anche una povertà dello Stato dovuta alla mancanza di materie prime necessarie all’industrializzazione, come il carbone. Una realtà che spingeva i nostri sulle vie di una migrazione organizzata. I belgi avevano bisogno di manodopera, noi di lavoro. Così nacque il patto fra i due Stati: il carbone in cambio di minatori.
La fuga dei laureati

“Siamo stati un popolo di migranti” si dice spesso, che hanno ricostruito il loro destino sotto cieli diversi. È una mezza verità perché dimentichiamo che anche oggi l’Italia continua a fornire emigranti al mondo: sono le migliaia di giovani laureati. Mentre i bisnonni sfuggivano dalla povertà ed erano in gran parte contadini analfabeti, i giovani di oggi fuggono da una società che non li valorizza. Queste emorragie impoveriscono il tessuto sociale di un paese già soggetto al fenomeno della denatalità.
Nel grande mercato del pianeta noi esportiamo professionalità, sapere e cultura senza riceverne un vantaggio

Questa gioventù migrante è un fenomeno complesso che dovrebbe – secondo ragione – galvanizzare la politica, creando le condizioni perché “i cervelli in fuga” possano dare il meglio di sé in patria. È vero quello che fa detto il nostro presidente Mattarella nel giorno del compleanno della Repubblica, e cioè che “siamo il frutto di tante migrazioni, e non ci dispiace affatto”. Ma quando si perdono centomila giovani laureati, possibile classe dirigente e innovatrice, un po’ di tristezza si mescola all’orgoglio patriottico.
Purtroppo, stiamo dilapidando una risorsa preziosa che potrebbe disegnare un futuro migliore.
Radici nel tempo

(poesia)
Ho respirato maggio per tre giorni
al mio paese, come clandestino
il mio vagabondare ha calcato
orme e ricordi, ho gustato
il miele del bosco delle api.
Il castello era un blocco
di silenzio ma il parco sussurrava
“sei tornato”, e i suoi alberi
mi leggevano nel cuore parole
segrete come la nostalgia.
Oggi mi dicono che c’è la festa:
entro il cerchio magico della Fossa
le voci hanno il colore
del dialetto materno e mio.
Questa lingua del nostro vivere
ci unisce in una trama di radici
nascoste nei solchi della Storia
che ci nutre e ci accompagna.
Anonimo 26







































