Dopo le rutilanti immagini che ci hanno riportato alla Parigi di fine secolo con la mostra “Henri de Toulouse-Lautrec. Parigi 1881-1901”, Palazzo Roverella propone ora un mondo completamente diverso, quello offerto dallo sguardo del più grande pittore danese vissuto a cavallo tra XIX e XX secolo. Vilhelm Hammershøi (Copenhagen, 1864-1916), rappresentante del Simbolismo, è ritenuto uno dei geni dell’arte europea della sua epoca, da alcuni anni oggetto di una riscoperta da parte della critica internazionale. Importanti mostre gli sono state dedicate a Parigi al Musée Jacquemart-André, a Tokyo al National Museum of Western Art, a New York alla Scandinavia Hiuse, a Londra alla Rpyal Sacademy, a Monaco di Baviera alla KunstHalle der Hypo-Kulturstiftung, a Toronto alla Art Gallery of Ontario, a Barcellona al Centre de Cultura Contemporània, a Cracovia al Muzeum Narodwe, e altri.
La scoperta di Hammershøi

È sorprendente che la riscoperta al di fuori della Danimarca di Hammershøi, che in vita aveva riscosso un successo europeo, sia piuttosto recente. Da personaggio quasi dimenticato, negli ultimi anni è diventato uno dei più richiesti dai musei e dai mercati d’arte di tutto il mondo.
Rovigo contribuisce ora, per l’Italia, a completare la conoscenza di questo maestro: sarà infatti possibile ammirare fino al 29 giugno, una retrospettiva delle sue opere, un nucleo fondamentale selezionate da Paolo Bolpagni, curatore della mostra e del catalogo pubblicato da Dario Cimorelli editore.
L’esposizione mette a confronto la sua opera con le creazioni degli artisti a lui contemporanei, tra il nord Europa e l’Italia

Una pittura che racconta il silenzio e l’introspezione, dove gli ambienti domestici così come le vedute cittadine descrivono i paesaggi dell’anima. Più di 100 opere accompagnano il visitatore alla scoperta di una pittura raramente indagata quanto misteriosa ed affascinante. Ma in Hammershøi c’è qualcosa di più, le sue donne, ritratte quasi sempre di spalle, in ambienti ordinati e tranquilli, lasciano presagire tanto la serenità quanto drammi segreti o piuttosto l’attesa di nuovi accadimenti.
«La mostra non si propone soltanto di offrire al pubblico italiano l’occasione di conoscere più da vicino le opere di un pittore straordinario, riconoscibile per l’intimismo minimalista dei suoi interni e per l’atmosfera inquieta che si sprigiona da un apparente rigorismo», afferma il curatore. Vengono anche proposti «filoni di ricerca rimasti finora inesplorati come il rapporto di Hammershøi con l’Italia e anche il confronto con artisti europei coevi che, con diverse sfumature, praticarono una poetica basata sui temi del silenzio, della solitudine, delle ‘città morte’, dei ‘paesaggi dell’anima’». Artisti francesi, come Charles-Marie Dulac, Henri-Eugéne le Sidaner, tra gli altri; belgi come ad esempio Georges Le Brun; olandesi come Jozef Israël; losvizzero Eugéne Grassety, la svedese Tyra Kleen; danesi come Peter Vilhelm Ilsted, e altri.
Con Hammershøi anche pittori italiani

Nutrita la presenza di pittori italiani: Umberto Prencipe, Giuseppe Ar, Oscar Ghilia, Vittore Grubicy de Dragon, Mario De Maria, per citarne solo alcuni.
Hammershøi dipinse una sola opera a oggetto di soggetto italiano, anche se viaggiò per l’Italia diverse volte collezionando cartoline con vedute di città, visitando Roma, Padova, Firenze e ammirando i cosiddetti Primitivi e gli artisti del nostro Quattrocento: Giotto, Beato Angelico, Masolino, Masaccio, Luca Signorelli.
Nelle sale della mostra il visitatore si immerge in interni e paesaggi per lo più privi di figure umane, dai colori scelti tra le tonalità della terra: ocra, marrone, beige, bianco («Sono assolutamente convinto che un dipinto ha il miglior risultato, in termini cromatici, se ci sono meno colori», sosteneva l’artista). La luce illumina le stanze arredate con elegante sobrietà, ma spesso le finestre non entrano nell’inquadratura, si possono immaginare dal chiarore che proviene da un lato del dipinto, da un corridoio, da un’apertura oltre una porta spalancata. Un armadio, una sedia, una libreria, un mobile con un busto di gesso posato sopra: ecco il “piccolo mondo” di Hammershøi. Malinconia e senso di sospensione rendono queste opere davvero uniche.
Hammershøi e i ritratti di spalle

I pochi ritratti, figurano il soggetto visto di spalle. A questo proposito ebbe a dire: «Non mi piacerebbe fare il ritrattista: non mi interessa che sconosciuti vengano a trovarmi e mi commissionino il loro ritratto Per dipingerli servirebbe che li conoscessi bene.»
Una sensibilità prettamente nordica, dunque, che tuttavia ha affascinato, come dimostrano gli accostamenti di altri autori, anche pittori mediterranei.
La mostra si chiude con una sala interamente dedicata al lavoro di un artista, spagnolo, Andrés Gallego (1983), che usa il suo mezzo espressivo, la fotografia, per avvicinarsi alle opere del passato. Nel suo studio ha allestito con elementi architettonici, arredi e oggetti reali le scene domestiche dipinte da Hammershøi, le illumina e le fotografa, alle volte con la presenza di una modella. Si tratta di immagini evocative, che restituiscono le medesime atmosfere, quella carica introspettiva e misteriosa del pittore danese, con minime variazioni, che però ne accrescono l’enigmaticità.
Info:
tel.0425.460093
info@palazzoroverella.com, https://www.palazzoroverella.com/hammershoi/
Orari:
da lunedì a venerdì: 9.30 – 18-30
sabato, domenica e festivi: 9.00 – 17.00












































































