C’è un ricordo preciso che segna l’inizio della nuova (ahimè nostra) apocalisse: è un fischio acuto, sinistro, un sibilo mortale – per tanti, per troppi di noi. Ma forse il timore di quanto ci stava accadendo è iniziato prima, quando il cielo ha cominciato a caderci addosso sottoforma di bombe di ghiaccio. Sono stati i giornali a diffondere l’allarme. Per esempio, ricordo che subito dopo il terzo fenomeno, il Diario di Roma ha sparato questo titolo: “Lassù qualcuno ci odia”, costringendo, diciamo così, il trincerato Osservatore romano a replicare con un corsivo più preoccupato che infastidito: “Scherza coi fanti…” firmato dal suo direttore.
Bombe di ghiaccio e noi rifugiati in un bunke antiatomico

Ma non c’era affatto da scherzare, perché il bombardamento stava diventando sempre più tragico e si stava espandendo nel nostro mondo quasi a cerchi concentrici il cui focus era sopra di noi, “sulle nostre teste”. Adesso è possibile ricostruire quell’evento straordinario da cui tutto è nato. E lo faccio io da qui, dove vivo con pochi altri rifugiati, ospiti nel bunker antiatomico di un creso padano, il Luisito Rossi dell’omonima catena di supermarket. Sua moglie, amica della mia, ci ha telefonato, offrendoci l’uso del rifugio e così, rischiosamente, siamo usciti da casa in fretta con poche borse e dopo mezz’ora eravamo già chiusi sottoterra. “Un privilegio di cui non mi vergogno” ha detto il nostro ospite, che aveva convocato anche i suoi parenti stretti. Risultato: una mini comunità sepolta volontariamente “come un bulbo” ha detto mia moglie, forse rimuginando a voce alta un suo pensiero, “che aspetta la luce”.
Il rifugio risale agli anni Cinquanta del ‘900, quando la Guerra Fredda in corso produceva paura con la stessa naturalezza con cui una persona produce sudore. Era il terrore atomico in agguato, e spesso lo avevamo addosso come sensazione senza per altro rendercene conto: le paure sono a volte come pidocchi nei capelli, difficile liberarsene. Non so nemmeno per chi o perché sto scrivendo, ma è quello che ho sempre fatto: testimoniare con le parole, le care e vecchie parole di quando la libertà le ossigenava e il futuro non era una trappola mortale. Qualcuno le comprenderà – ma dove?
Quando sono arrivate le bombe di ghiaccio

Tutto comincia meno di un mese fa con l’apparizione sopra la città di una nuvolaglia rumorosa, che scaricava tuoni e lampi insieme a una grandinata micidiale, anzi tre grandinate, subito percepite come fenomeni mai visti. Un inizio, un’alba del fenomeno che oscuramente stava invadendo il nostro presente. Avevamo ben ragione di spaventarci: anzitutto, la forma dei chicchi di ghiaccio che abbiamo raccolto, tutti vagamente regolari e con spigoli: madre Natura stava impazzendo forse? È stata una domanda, una delle tante che ci siamo fatte tra noi. Ma anche alla tv qualcuno ha messo in evidenza questo fatto; e poi la frequenza, tre grandinate in una sola giornata, una di seguito all’altra, distanziate di pochi minuti fra loro non era per niente normale; direi addirittura che non era nemmeno naturale. Eravamo forse diventati stupidi tutti quanti per accettare un fatto così anomalo?
Bombe di ghiaccio su tutta la penisola

C’è di più: il fenomeno, nei primi momenti, è sembrato interessare soltanto la nostra regione, ma presto si è capito che era l’intera penisola a sopportare quelle valanghe di grandine cubica. Il giorno dopo, anzi la notte, si sono clamorosamente ripetuti i “bombardamenti” (definizione giornalistica, ma ahimé profetica) anche nel Centro Europa e con grandine più grossa, “come sassi di torrente”, che hanno avuto le prime, e infauste, conseguenze: sette vittime umane oltre ai danni alle abitazioni e alle greggi, al traffico ferroviario e aereo. C’è stato chi ha cominciato a dubitare dell’origine meteorologica del fenomeno. Un giornale, infatti, ha scritto: “Come può una massa aerea di vapore, una nuvola insomma, partorire simili mostruosità? Dov’è finita la solita, normale grandine dai chicchi sferici?”
L’UE lancia l’allarme generale sulle bombe di ghiaccio

L’allarme generale in tutto il continente europeo a quel punto è diventato inevitabile: vietato uscire, circolazione azzerata, mentre la grandine si era accumulata ovunque, dalle terrazze alle strade, dai porti agli aeroporti e non si scioglieva facilmente. Emergenza è diventata la parola d’ordine. La terza ondata è stata la più terrificante: le nuvole scaricavano cubi sempre più grossi in un crescendo spaventevole. Al lugubre fischio della caduta, seguivano i boati dell’impatto sul terreno: l’urto li faceva letteralmente scoppiare, come fossero bombe, e gli effetti di quelle scariche di schegge di ghiaccio erano devastanti. In alto loco, nel frattempo, si diceva che “il processo di formazione dei cristalli di ghiaccio di quelle dimensioni ci è ignoto. Ma vinceremo noi, questo è certo!”. Ma quel “noi” presupponeva un “altri”. E chi erano? Anzi, chi sono?
Bombe di ghiaccio da un nemico invisibile

Purtroppo, aveva intuito giusto quel giornalista: i blocchi che si formano “lassù”, sono vere e proprie armi usate da un nemico invisibile e silenzioso che ci sta attaccando senza arrivare allo scontro fisico, “senza sporcarsi le mani di sangue”: tutto tecnologicamente efficiente (e deterrente, aggiungo io). Poi, com’era scritto in qualche libro del destino, l’annuncio ufficiale: “Siamo in guerra: un aggressore sconosciuto ci sta attaccando ovunque, l’umanità stessa è il suo bersaglio… Riusciamo a comunicare a stento. Ogni governo che ancora resiste fa appello agli uomini e alle donne di buona volontà perché, ovunque siano, conservino la loro vitalità e si dispongano a lottare quando…” [Black out].
Bombe di ghiaccio; inizia l’invasione

Il nostro piccolo rifugio è profondo, ma non cieco. Il nostro ospite – o il suo architetto – aveva pensato a installare un occhio elettronico in superficie, una specie di periscopio terrestre mimetizzato che consente di osservare una vasta zona intorno alla villa del signor Rossi senza essere individuati. A turno, noi maschi del gruppetto guardiamo “fuori” come sentinelle in allerta, mentre nello spazio sigillato viviamo un’esperienza nuova, con nuove relazioni, con il futuro che ci attende non come porta finalmente aperta ma, purtroppo, come minaccia. Guardiamo “lassù” e vediamo la desolazione spazzata dal vento: quel turbinare di polvere, e ancora il fischio di quale meteora è tutto ciò che, finora, abbiamo potuto registrare: ma continuiamo a svolgere i nostri compiti, anche perché questo impegno ci distoglie dall’abbandonarci all’angoscia dell’attesa. Qui sottoterra, sepolti anche dal peso della nostra stessa paura, aspettiamo. I nuovi padroni del mondo stanno per piantare le loro bandiere sulle nostre macerie. O forse lo hanno già fatto?
SOTTOVOCE

(poesia)
C’è sete nel mondo,
ma non di acqua fresca.
C’è tensione nell’aria, stasera,
ma non è per il temporale nero.
C’è crudeltà in mezzo a noi,
ma non la sentiamo addosso.
C’è tanta furbizia senz’anima
e qualcuno la scambia per diritto.
C’è un’aria infetta quaggiù,
ma l’inquinatore è lontano.
Ci sono diavoli scatenati dagli dei
che possiedono metà del mondo
Ci sono tante troppe guerre
ma la nostra è il vivere stesso.
Un dio straniero ci vuol comprare
ma noi gli ridiamo sul faccione.
C’è tanta disarmonia nel mondo
eppure noi resistiamo con azioni
e pensieri incarnati nella speranza.
Anonimo ’26














































































Ricordo, era forse il 1985, all’aeroporto di Francoforte notammo (io e Floriana)che tutti i taxi, naturalmente Mercedes di colore giallo, presentavano la carrozzeria piani di “bozzi”, sbalorditi e ignavi, a un nostro commento, un tassista indicò il cielo