Tra pranzi in famiglia e cenoni collettivi, il rito conviviale 2025 è da ricordare per una novità tutta nostra, un riconoscimento al genio italiano che brilla al di sopra dei noti campanilismi e altre esagerazioni del carattere italico. Si tratta di qualcosa che troviamo anche, come citazione, nel messaggio augurale di Capodanno del presidente Mattarella, quando ha ricordato, fra le eccellenze nazionali, la “cultura del cibo e del vino”. Il fatto è che, quest’anno, nel lungo periodo natalizio ci siamo seduti a tavola sotto lo sguardo curioso del mondo intero: su quelle tavole, infatti, c’erano pietanze e bevande che erano state da poco proclamate “Patrimonio immateriale dell’umanità”. Ne parlo qui per più di un motivo: la cultura gastronomica è un valore della nostra civiltà, la cucina, o meglio l’arte del cucinare, unifica le molte realtà materiali, le quali definiscono una identità.
Parliamo di cucina italiana

Un altro motivo per parlarne è che abbiamo scoperto come e quando è cominciata la scalata all’Unesco. Nel fascicolo di Luglio 2020 de “La cucina italiana”, la direttrice Maddalena Fossati Dondero scriveva:” Abbiamo pensato che sia tempo di candidare la cucina italiana come Patrimonio Immateriale dell’Umanità Unesco”. Non erano solo parole, ma un progetto scandito da sei fascicoli speciali della rivista (il primo firmato da Massimo Bottura), che aveva come protagonista “la tradizione culinaria italiana, e stavolta tutta intera”.
Il viaggio verso il titolo

Così è cominciato il viaggio dell’ambiziosa proposta verso Parigi, dove ha sede l’Unesco, accompagnata da un messaggio in cui la cucina italiana viene definita, “arte millenaria intrecciata alla storia del Belpaese e specchio della sua geografia, degli stili alti e delle consuetudini popolari… e giunta fino a noi, trasmettendoci la straordinaria biodiversità… La nostra è un’eredità preziosa da condividere con l’umanità”. Tutto questo fermento è nato mentre ancora imperversava la pandemia di Covid 19. È stato un atto di coraggio, non a caso partito da un mezzo di comunicazione e divulgazione che ha “la cucina in redazione”: come dire che la cultura si sposa oggi, come nei secoli passati, con la gastronomia.
Cucina e cultura

A queste incisive parole, frutto di competenze specifiche, aggiungo qualche considerazione personale partendo dal fatto che la cucina è espressione della cultura materiale di un popolo: la realtà fisica, elaborata dagli uomini, si trasforma in valore culturale. Detto questo, vale la pena pensare alla quantità di cose, persone e tecniche che collaborano alla creazione di un piatto tipico: il materiale è, infatti, ambiente, agricoltura, industria e sono protagonisti mucche, api, polli, anguille, coltivazioni specializzate che modificano il paesaggio, acque correnti e aria pulita. Penso a una grande orchestra con gli stessi strumenti di mia madre, dei conventi, dei transatlantici, e, ovviamente dei grandi chef.
La cucina è arte

Il mangiare, anzi la nutrizione, come diceva l’Artusi, è “funzione primaria della vita”; ma noi aggiungiamo che, saziata quasi ovunque la fame atavica, il cibo è diventato un’arte, e un esteta potrebbe dire che ”mangiare è bello”. In Italia, il senso della bellezza pervade l’arte del mangiare: oltre al valore nutritivo, dobbiamo aggiungere una spezia chiamata Estetica. La metamorfosi dei materiali è opera di una lunga tradizione artistica.
E la giostra va

Mi ha scritto l’amica problematica: ”Vedi come cambia la nostra vita, sembra una grande giostra che ci fa galoppare in tondo su cavalli di plastica con brevi soste alle stazioni prescritte dove la corsa ci concede il poco tempo per pensare, per ascoltare. Che dire? Fino a ieri era così, oggi la giostra ha perduto il frenatore, meglio i frenatori, e continua la sua corsa senza controllo, e va e va nel vuoto universale senza meta dove tristezza e paura ci aspettano ormai a tempi brevi. L’assurdo è in agguato”.
Meditiamo sulla realtà

Fuori di metafora, oggi i prepotenti del nostro tempo ci inducono a meditare sulla realtà in cui viviamo. Quello che vedo io è un mondo lottizzato e il senso della realtà stravolto dalla follia di certi Burattinai, casualmente miliardari. Forse ha le sue buone ragioni il pessimista quando interpreta le vicende quotidiane come una beffarda commedia: ormai, anche i più ottimisti osservatori della realtà ci definiscono semplici spettatori, perché la recita la fanno personaggi potenti e grotteschi e il mondo è la scena su cui si esibiscono. L’irruenza trumpiana, l’aggressività del cosiddetto zar, l’onnipotenza del dio dollaro di Musk (che colonizza perfino lo spazio cosmico), il mondo come mercato riservato della Cina ecc. sono la prova che la realtà accade lontana da qui, ma qui ci siamo noi dove arrivano gli effetti, l’onda sismica di azioni che – ahimè – sono atti di pirateria internazionale.
Un pensiero all’Europa

Il pensiero va all’Europa, nostra casa comune in cui crediamo, (pochi, purtroppo) e la vorremmo più forte, compatta e audace: ma la sua voce è fioca quando, invece, avrebbe il dovere di porsi la domanda rivoluzionaria: “che fare?”. A proposito, è passato del tempo da quando i filosofi, i grandi politici e le guide dell’umanità si facevano le domande capitali: chi siamo? Dove stiamo andando? Esiste uno spazio vivibile fra il Bene e il Male? Ebbene, oggi quelle domande non ci piovono addosso, e quindi non ci provocano più, perché i Grandi Interrogativi se li pone la gente comune, perché nascono dal profondo del nostro cuore turbato. La giostra, di cui parlavamo all’inizio, continua a girare comandata da qualcuno che vive altrove. La nostra forza (il contrario della prepotenza) è la speranza in un Risveglio.
A proposito di Befane

Cambiano i tempi, ma la Befana è sempre rappresentata come una vecchia stravagante, e perfino brutta, quando si sa che la Vecia era in realtà la giovane mamma che, nella notte dell’Epifania portava di nascosto i doni ai suoi bambini. C’è un’altra incongruenza in questi giorni ancora natalizi, e la troviamo nel presepio dove c’è sempre un vecchietto accanto alla culla e a fianco di Maria: lo sappiamo, è Giuseppe, il padre putativo di Gesù, ma ha l’aspetto di un nonno incanutito.
C’è anche il presepe

Chissà quale teologo ha indirizzato i pittori che ci hanno lasciato le prime rappresentazioni della Natività? Chissà chi ha interpretato il personaggio di san Giuseppe nel presepio vivente di Greccio inventato da san Francesco nel 1223. Da quel dì la pittura sacra ha fatto da modello ai creatori delle statuine del presepio. In realtà, da sempre, gli sposi sono dei giovani che si uniscono per costruire una famiglia e quindi procreare.
Un bel San Giuseppe

Eppure c’è stato qualcuno che ha rappresentato Giuseppe come coetaneo di Maria: lo scrittore Pasquale Festa Campanile nel suo bellissimo romanzo Per amore, solo per amore, Bompiani premio Campiello 1984. Il suo Giuseppe è un giovane bello, pieno di energia, ammirato dalle ragazze di Nazareth: il suo innamoramento per Maria era così forte, da fargli accettare la castità e quella ”impossibile” maternità della sua sposa.







































Che dire…in questo mondo dove tanto, e forse tutto, sembra andare al contrario l’unica speranza è, anche secondo me, un Risveglio. Ma non bisognerebbe aspettarselo dagli altri, ognuno farebbe bene a ricominciare, come dice lo scritto, a farsi le fatidiche domande – ” Chi siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando”… cioè cominciare a fare un lavoro su di sé. Cambia così il singolo e, di conseguenza, il tutto intorno a sé… Non si lascerebbe più distrarre da tutto ciò che mostra ad arte il main stream e riuscirebbe a “vedere” di più la realtà per quella che è, non più velata dalle false “comode” credenze …