Dopo mesi di attesa arrivano nelle nostre sale cinematografiche diversi film in concorso nell’ultima mostra del cinema di Venezia, tra questi “No other choice” del coreano Park Chan-wook (l’1 gennaio), il nostro “La grazia” di Paolo Sorrentino (probabile “anteprima” il 25 gennaio e a seguire il 14 gennaio), e da oggi in sala si può vedere il film che ha vinto il Leone d’Oro ovvero “Father Mother Sister Brother” del regista statunitense Jim Jarmush. Facendo subito una premessa che non si tratta del suo miglior film e che con molta probabilità il Leone d’Oro l’avrebbe meritato il film “The voice of Hind Rajab” della regista tunisina Kauother Ben Hania, va detto però che resta pur sempre un lungometraggio degno di nota e va visto con un occhio di riguardo.
Father Mother Sister Brother e la vita di genitori e figli divisi

Jarmush ha firmato opere come “Ghost Dog – Il codice del samurai dove mescolava una certa filosofia con i codici dei famosi samurai in stile neo-noir, oppure “Paterson” dove narrava della vita di un autista di autobus con velleità poetiche. In questo caso sposta “l’obiettivo” su dei quadri familiari che vedono alternarsi genitori e figli e ovviamente fratelli, divisi tra gli Stati Uniti, Dublino e Parigi. Vediamo entrare in scena nel Nord Est degli Stati Uniti un fratello e una sorella che si recano a far visita al loro padre molto anziano rimasto solo dopo la morte della moglie.
Father Mother Sister Brother si sposta a Dublino e Parigi

Nella capitale irlandese due sorelle invece vanno a trovare la madre per un classico tè delle cinque di sera. E si troveranno improvvisamente immerse in una discussione che assumerà i toni di una resa dei conti quasi un finale di partita. A Parigi un fratello e una sorella s’incontreranno nella casa dove un tempo vivevano assieme ai genitori morti di recente a causa di un incidente. Il regista Jarmush alla consegna del Leone d’Oro salì sul palco della premiazione esordendo con “Oh shit!”. Non pensava assolutamente di poter vincere in quanto anche lui pensava che il Leone d’Oro lo meritasse “The voice of Hind Rajab”. Però per una volta, forse, il risvolto politico non è stato preso in considerazione e la giuria ha inteso premiarlo.
Father Mother Sister Brother intimista

In fondo ci può stare, è un film molto intimista dove le vicende di queste tre famiglie “disfunzionali” sono narrate con molta maestria. Fratelli che non si vedono da anni per diversi motivi. “Costretti” ad incontrarsi per ricostruire un rapporto familiare anche con i genitori (nel caso di PARIGI Già MORTI) da tempo distanti. Ci sono momenti di grande malinconia dove non sfugge allo spettatore attento l’aspetto poetico, sia della scenografia che della sceneggiatura. I primi due episodi per un certo aspetto sono simili, laddove i fratelli hanno a che fare con il loro rispettivo genitore molto presente e molto determinato. Mentre nel terzo i gemelli si troveranno di fronte ad una situazione quasi paradossale.
Father Mother Sister Brother alla fine riunisce


In fondo nonostante l’apparente “distacco” ci parla di nuclei familiari che alla fine tornano a far quadrare una certa memoria che non è mai venuta meno. Gli attori sono perfetti nei loro rispettivi ruoli. A cominciare dall’immenso Tom Waits (già presente nei film di Jarmush “Daubailò” dove c’era anche Roberto Benigni, “Coffee and Cigarettes” e “I morti non muiono”) e Charlotte Rampling.
Regia: Jim Jarmush. Cast: Tom Waits, Charlotte Rampling, Adam Driver, Cate Blanchett, Vicky Krieps, Sarah Greene, Indya Moore, Luka Sabbat. Produzione. USA/Irlanda/Francia. Anno: 2025. Genere: commedia/drammatico. Durata: 1h50 minuti.
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