Wimbledon è il tempio del tennis. Lo dice la storia di questo nobile sport nato un secolo e mezzo fa, nel 1874, proprio in Inghilterra come evoluzione della pallacorda medievale. Per ben 135 edizioni del torneo non c’era mai stato un italiano in finale, ma dal 2021 ci siamo arrivati 3 volte con 3 diversi “artisti della racchetta”: Matteo Berrettini, Jasmine Paolini e – quest’anno – con Jannik Sinner. Tre campioni completamente differenti per tipo di gioco, carattere e “testa” ma che hanno una cosa in comune: sono di scuola tennnistica italiana.
Panatta non ama Wimbledon

E anche se il buon Adriano Panatta, ex campione e opinionista tv, terraiolo puro, ritiene che a Londra l’atmosfera sia troppo ovattata e soft (“Noi italiani preferiamo la terra rossa e tornei come il Roland Garros” ha ripetuto nei giorni scorsi dal circolo di Treviso che porta il suo nome) le partite sui campi in erba dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club sono e resteranno sempre lo scenario più antico e prestigioso al mondo per questa disciplina. E il 2025 ci consegna la definitiva consacrazione di scuola tennistica italiana, con un settore maschile che gode di un autentico stato di grazia su tutte le superfici. Cerchiamo di capire come e perchè l’ItalTennis è diventata la Nazione più forte al mondo ora anche sull’erba.
ItalTennis a Wimbledon

Intanto i numeri: sono stati ben 11 gli azzurri nel tabellone principale: Sinner, Musetti, Cobolli, Sonego, Arnaldi, Berrettini, Bellucci, Darderi, Zeppieri, Nardi e – per la sua ultima recita – un grande Fabio Fognini. Numeri che non si erano mai visti, così come i 5 arrivati al terzo turno, i 3 agli ottavi (ovvero alla seconda settimana) e i 2 ai quarti di finale più Sinner (il n. 1 al mondo) in finale per la quarta volta di fila in 4 diversi Slam a soli 23 anni (record di Nadal uguagliato).
Wimbledon dai colpi di scena
Questa edizione n. 138 del torneo londinese ha poi avuto come “regista” senz’altro un seguace di William Shakespeare – che da queste parti conoscono bene – per i tanti coup de théâtre andati in scena sempre con protagonisti gli azzurri: ha iniziato un fabolous Fabio Fognini portando al quinto set king Carlos (Alcaraz) in un match che ha strappato la standing ovation di tutto il Centrale. C’è poi stata la maratona di Lorenzo Sonego contro Nakashima: altri 5 set al calor bianco (come le divise dei giocatori!) e conclusione dopo 5 ore di emozioni con un super tie break vincente.
Che dire infine dell’incontro Dimitrov-Sinner con il nostro Jannik che cade nel primo gioco “sbucciandosi” il gomito, quindi va come in tranche lasciando campo al bombardiere bulgaro che conduce il gioco salendo 2 set a 0, ma poi – a metà del terzo set – dopo l’ennesimo ace si accascia per una fitta al pettorale destro e si ritira fra le lacrime. Nella scena finale lavversario, il n. 1 del mondo, lo consola, lo sorregge, ne ammette la superiorità e poi crea il giallo: “Non so se potrò proseguire il torneo”. La mattina dopo si sottopone a una risonanza per verificare i danni al gomito, prova a palleggiare e decide di continuare a farci sognare.
Regole & tradizione

Noi italiani dunque protagonisti, ma da sempre poco avvezzi alle regole e ai cerimoniali. Eppure Wimbledon non manca di diventare l’eccezione che conferma (anche in questo caso) la regola: tutti gli atleti devono obbligatoriamente indossare divise e scarpe di colore bianco, sono di un lindo candore perfino i borsoni delle racchette, il tutto per rispettare la tradizione dei primi giocatori inglesi che utilizzavano il bianco in segno di eleganza, per essere poco vistosi e perché era il colore che mascherava meglio la sudorazione provocata dagli sforzi durante il gioco. Troppo spesso in campo negli altri tornei – in onore agli sponsor – si vedono tenute o “mise” più da discoteca che da campi da tennis e in verità qualcuno, ma nessuno degli azzurri, anche in questa occasione si è dimenticato la sobrietà strappandosi le maniche e giocando con canotte da bagnino, però quantomeno bianchissime.
I motivi del boom dell’ItalTennis a Wimbledon

Ma veniamo al fenomeno ItalTennis: i media stranieri, ultimo in ordine di tempo il New York Times con un lungo articolo su Flavio Cobolli calciatore-tennista, si stanno interessando sempre di più e lo chiamano Italian tennis Reinassance. Al di là delle etichette vanno da tenere ben presenti almeno tre fattori.
La ragione principale della crescita è il graduale ma costante cambio di prospettiva attuato della FIT (Federazione italiana tennis) che ha messo fine al lungo periodo – quasi un ventennio – in cui c’era una netta distinzione tra giocatori “sponsorizzati” e seguiti dalla stessa federazione e quelli dei circoli privati, penalizzando quest’ultimi invece di incentivarli. Anche Sinner ha fatto capire di non essere stato particolarmente aiutato in passato, ovvero nel periodo privatistico, prima di lasciare lo sci e approdare giovanissimo a Bordighera e poi alla scuola di Riccardo Piatti.
Fortunatamente Angelo Binaghi (presidente della federazione dal 2001 ed ex giocatore di livello nazionale) l’ha capito, introducendo dei criteri oggettivi per aderire a un centro tecnico federale, ottenere un rimborso per l’allenatore e per avere una serie di altri benefit o incentivi. I circoli e i team privati sono spesso realtà virtuose a 360 gradi, vere e proprie fucine di talenti dove i ragazzi e le ragazze possono divertirsi e vivere esperienze di vita. In molti di questi club, lo affermo per esperienza diretta, si respira una vera cultura sportiva, con il coinvolgimento delle famiglie che ricoprono un ruolo fondamentale: meno pressione mettono ai figli e più possibilità hanno di vederli emergere.
Un ItalTennis che cresce

C’è senz’altro un altro motivo importante per spiegare il boom: il gran numero e la discreta qualità dei Challenger che si giocano in Italia, ovvero quei tornei internazionali di seconda fascia dove si confrontano giocatori che hanno bisogno di accumulare punti Atp per poter poi accedere ai tabelloni principali dei tornei più importanti. In Italia sono una ventina, un ottimo numero, e questo negli ultimi anni ha consentito a molti ragazzi di giocare e fare pratica senza viaggiare per il mondo, con costi spesso insostenibili.
Terzo motivo, fondamentale, è il livello dei nostri top players: l’Italia tennistica oggi ha 3 giocatori tra i primi 20 del mondo, 10 nei primi cento che sono tutti giovani (i primi addirittura under 23), ragazzi che si conoscono e giocano assieme da quasi un decennio. Sinner ha insomma aperto una strada un po’ come accadde anche in Germania, dopo il successo di Becker, e ancor prima in Svezia con il fenomeno Borg.
Attenti a quei due a Wimbledon

Già Sinner, scrivo queste righe a poche ore dalla finale con il rivale e quasi coetaneo Carlitos Alcaraz (più giovane di soli 8 mesi) che parte favorito non foss’altro per gli ultimi due trionfi sull’erba londinese, entrambi contro l’eterno Djokovic (che negli ultimi 8 anni sarà spettatore per la prima volta). Lo spagnolo ha vinto la maratona di 5 set e 5 ore e mezza di Parigi sulla terra rossa l’8 giugno scorso e appare in splendida forma.

Ma sa benissimo che Jannik è pronto a combattere forse con una motivazione in più: vuole cancellare il ricordo e i rimpianti del Roland Garros. Comunque vada a finire ci sono due certezze: non sarà l’ultimo Slam che vedrà la sfida fra i due fenomeni all’atto conclusivo e, ancora più importante, la scuola italiana – pur coll’uscita da pochi giorni del suo decano Fognini – rimane e si conferma un modello da imitare. Che il gioco abbia inizio. Good luck, Jannik.













































































