Tra un anno, indicativamente ad agosto 2027, lo SPID smetterà di esistere. Non sarà uno stacco della spina improvviso, ma una lenta perdita di funzioni fino alla sostituzione completa: al suo posto, la Carta d’Identità Elettronica (CIE). Lo ha confermato il Governo, e le nuove regole legate all’IT-Wallet hanno messo nero su bianco quella che fino a poco tempo fa era solo un’indiscrezione.
Vale la pena raccontare questa storia dall’inizio, perché riguarda milioni di italiani che ogni giorno, spesso senza pensarci, usano SPID per entrare nel fascicolo sanitario, pagare le tasse, controllare la posizione INPS o iscrivere i figli a scuola.
Cos’era lo SPID e perché è nato

SPID, Sistema Pubblico di Identità Digitale, nasce nel 2016 con un obiettivo semplice: dare a ogni cittadino un’unica identità digitale, riconosciuta da tutta la Pubblica Amministrazione, così da non dover più creare account diversi per ogni ente. Un’idea buona, arrivata al momento giusto: con il Covid, quando tutto si è spostato online, SPID è diventato lo strumento con cui abbiamo fatto praticamente tutto, dalla domanda di cassa integrazione al cashback di Stato.
La particolarità di SPID è che non lo rilascia direttamente lo Stato, ma dei soggetti privati accreditati, chiamati Identity Provider: Poste Italiane, Aruba, InfoCert, TIM, Sielte e altri. Lo Stato definisce le regole, i privati erogano il servizio.
Da gratis a pagamento, quasi ovunque
Ed è qui che qualcosa si è rotto. SPID doveva essere gratuito per il cittadino, e per anni lo è stato davvero. Poi, uno dopo l’altro, quasi tutti i provider hanno iniziato a far pagare il rilascio o il rinnovo per chi non aveva già determinati requisiti (una carta d’identità elettronica, ad esempio, o un dispositivo di firma digitale già in possesso). Anche Poste Italiane, che per molti è stata la porta d’ingresso più semplice allo SPID, ha progressivamente introdotto dei costi. Il risultato è stato che uno strumento pensato come servizio pubblico universale è diventato, di fatto, un servizio a pagamento gestito da privati, con tariffe diverse da provider a provider.
- Non è un caso isolato: nell’ultima audizione parlamentare, anche il governo ha citato le criticità di sicurezza e di sostenibilità del modello SPID come una delle ragioni per accelerare verso un sistema gestito interamente dallo Stato.

C’è poi un problema che chi lavora a contatto con le persone, come me, ha toccato con mano per anni: SPID, per chi non è pratico di tecnologia, non è mai stato semplice. I livelli di sicurezza, le domande di riconoscimento, gli SMS con codici da inserire entro un tempo limitato: provate a immaginare un signore di ottant’anni che deve entrare nel sito dell’INPS. Non è un caso che in questi anni siano state tantissime le persone, soprattutto anziane, che mi hanno chiesto una mano solo per fare login con SPID.
La CIE c’era già, funzionava meglio, e nessuno lo sapeva

Ed è qui che arriva la parte più amara di questa storia, perché io posso raccontarla in prima persona: non ho mai avuto uno SPID. Ho sempre usato la CIE, da sempre, con la sua app ufficiale. Comoda, semplice, funzionale. La si registra sul telefono una volta sola, tramite NFC, e poi non ci si pensa più: ogni accesso successivo è immediato.

Il problema non era tecnico, era di comunicazione. Per anni SPID è stato pubblicizzato quasi come se fosse l’unica strada possibile per accedere ai servizi pubblici online, al punto che moltissime persone non sapevano nemmeno che la CIE, quella che tenevano in tasca magari da anni, servisse anche a questo. Uno strumento pubblico, gratuito, gestito dallo Stato, tenuto praticamente in ombra mentre si spingeva sull’alternativa privata. Chiamatelo come volete, per me è stato uno scandalo silenzioso.
Ora che tutti si sono svegliati, si sono complicati la vita

Quando finalmente la gente ha iniziato a capire che la CIE era la strada giusta, e il governo ha deciso ufficialmente di andarci, è successa una cosa quasi comica: anche l’app della CIE è diventata più complicata di quanto fosse ai miei tempi. Un esempio su tutti, tra i più frequenti che mi capita di sentire: quando si richiede la carta d’identità elettronica, allo sportello viene consegnata solo metà del PIN e metà del PUK; la seconda metà arriva separatamente, al momento della consegna della carta. Peccato che praticamente nessuno spieghi a cosa servano quei codici. Il risultato è che la maggior parte delle persone stacca il foglietto con questi numeri e lo butta via, senza sapere che gli servirà eccome per attivare l’identità digitale.
Almeno un merito va riconosciuto a questo passaggio: la configurazione dell’app CieID, per quanto macchinosa, è un’operazione che si fa una volta sola. Una volta registrata la carta sul telefono, l’accesso ai servizi diventa questione di secondi, molto più comodo di quanto sia mai stato SPID con i suoi livelli di sicurezza a ripetizione.
Cosa conviene fare da qui a un anno
- Se avete ancora solo SPID, non è urgente correre, ma ha senso cominciare a familiarizzare con la CIE fin da ora, con calma, prima che diventi l’unica strada obbligata. Recuperate PIN e PUK della vostra carta d’identità elettronica, invece di buttarli via come fa la maggior parte delle persone (se non li avete conservati, vi basterà andare nel vostro Ufficio Comunale e richiederne di nuovi), procuratevi uno smartphone con NFC, scaricate l’app CieID e provate ad accedere a un servizio che usate spesso, penso al fascicolo sanitario o al sito dell’Agenzia delle Entrate. È un’operazione che si fa una volta sola: meglio farla con calma, con un anno di margine, che ritrovarsi a doverla imparare in fretta quando lo SPID, letteralmente, non risponderà più.










































































