Frizzava un’aria, quella mattina presto, che sapeva di bosco risvegliato e di pane appena sfornato, con un vago sentore di legna bruciata che si spandeva nei vicoli. Il paese era ancora nel sonno e raccolto sotto il mantello d’ombra dell’Alpe, il monte a due cime che lo protegge a oriente dai brutti venti portatori di tempeste. In quei momenti di sole nascente, l’ombra della montagna si restringe strisciando sulle ondulazioni del terreno e scopre – a rilento ma non troppo – tutto il piccolo mondo antico che, dolcemente, aveva ricoperto fino allora con il manto della notte. È come se una elegante signora si togliesse il velo che aveva adagiato sui capelli. Ma c’era del nuovo in quel sole nascente dietro il Monte. Perché, se è vero che tutto era come sempre lassù in cielo, quaggiù in terra era tutta un’altra cosa: vi era accaduto un fatto mai visto. Quella notte, infatti, l’incredibile è diventato realtà: il paese aveva subito un’invasione. Strana, stranissima e misteriosa quell’invasione che ha occupato la via principale che attraversa il borgo.
L’invasione stupisce tutti

Eccola lì, la novità partorita dalla notte settembrina: una processione sfilacciata di macchioline colorate, pezzettini, schegge, minuteria come di un arcobaleno che fosse precipitato con il buio sul paese. Chi le ha viste per primo e ne ha colto la forma nell’incerta luce mattutina non ha aperto bocca, paralizzato dalla meraviglia. Sparse lungo le strade e sui marciapiedi, quelle “cose” parevano l’esito di una nevicata prematura, anzi parevano una manna appena caduta dal cielo. Una manna dai vivaci colori, però, come era evidente anche a un miope. Così l’ha pensata il fornaio Albino che, mentre il pane della giornata cuoceva nel forno, si è affacciato sull’uscio per vedere che tempo si preparava. “Ma che diavolo…” ha esclamato. E subito è corso dentro a prendere gli occhiali. Ed ecco quello che i suoi occhi hanno focalizzato: proprio lì davanti alla forneria e su verso la porta della Madonna c’era una folla di piccole statue di gesso, una processione di figure classiche da presepio, ma anche tanti animali domestici e selvatici e alcune grandi figure da salotto. Al signor Albino è parso di essere un Gulliver in mezzo ai lillipuziani e la sorpresa lo ha sfibrato.
Un’invasione che appartiene al paese

Quelle sculture coloratissime appartengono alla storia del paese che giustamente ne va orgoglioso. Infatti, C* è un borgo antico dove le statuine di gesso – altrimenti dette figurine – sono, per così dire, di casa da almeno un secolo, durante il quale dalle sue piccole fabbriche artigianali sono usciti a migliaia i Pastorelli, le Madonne, i Gesù Bambini, gli Angeli e i Santi, con Asini e Buoi e Pecorelle destinati ai presepi. E con tanti bellissimi Gatti e Cani da salotto: un vero popolo di gesso portato a spalle dentro spaziose gerle o povere valigie. Viaggiavano per i mercati dapprima della Lucchesia e poi sempre più lontano, a cerchi concentrici. Gli uomini che le portavano erano chiamati figurinai o figuristi che andavano ovunque ci fosse un mercato, in Europa e anche “più in là”. Le donne lavoravano nelle fabbriche in paese dove l’aria era satura dell’odore di acetone.
Un’invasione che ha uno scopo

Erano mani femminili che coloravano le vesti e i corpi delle statuine appena uscite bianchissime dagli stampi; c’erano anche le specializzate che disegnavano soltanto gli occhi, per esempio. Oggi, però, per dirla con il sindaco, “i figurinai sono una specie in via di estinzione”. Ma c’è chi assicura la memoria storica. Pareva, dunque, in quella mattina straordinaria, che qualcuno avesse svuotato non solo il locale Museo delle Figurine, ma i magazzini dell’unica fabbrica rimasta, perché le statuine erano tantissime, e in fila per una con le facce e i musi – quanti gatti c’erano! – rivolti al centro del paese, come se qualcuno le avesse disposte in quel modo per poi dare l’ordine di avanti marsch! Ce ne saranno state un diecimila, una cifra esorbitante, e quelle figure segnavano per l’appunto un percorso. Era chiaro che l’allineamento delle statuine non era casuale e quegli sguardi indicavano la piazza alta e il municipio nel punto in cui si concentrano gli edifici pubblici più importanti, cioè quelli che sono la memoria storica del paese.
Quella strana invasione mirava a un posto preciso

Ma ben presto si è capito dov’era il vero capolinea: era la bianchissima statua che il paese ha dedicato al Figurinaio. Un autentico monumento in marmo bianco di Carrara destinato a durare per sempre lì fra le case e nella memoria della gente. Le figurine si erano assiepate intorno alla statua d’uomo con giacca e cappello e, in braccio, tre statuine, fra cui il Gatto soriano e sornione diventato il simbolo del Museo delle Figurine. Pareva che il Figurinaio, muto e con lo sguardo fisso su lontani orizzonti, avesse chiamato a sé le creature di gesso, e gli parlasse come un San Francesco.
Anche la televisione si occupa dell’invasione

A mezzogiorno, una televisione locale, cioè TeleGarf, annuncia con rumore di grancassa e di tromba che è in grado di spiegare il mirabolante fenomeno di C*, ovvero l’invasione delle statuine. Dopo qualche minuto di pubblicità e una panoramica del corteo immobile ripreso dall’alto, lo schermo viene occupato da una grossa persona che una voce fuori campo presenta con questa frase: “Il mistero sarà svelato dalla Maga Stella d’Aura, che oggi compie cento anni ma conserva un volto di bambina”. Beh, era proprio così: la faccia chiara di ragazzina stava come avvitata su un corpo voluminoso e fiacco ricoperto da un largo abito bluastro con venature d’argento. La bocca vezzosa era piegata tristemente. La maga faccia-da-bambina ha alzato una mano inanellata, grinzosa come la pelle di un elefante ma di color bronzo. Pareva che volesse chiedere silenzio. È rimasta in quella posa per qualche secondo e finalmente ha parlato guardando fisso davanti a sé, così che i telespettatori si sentivano scrutati da quello sguardo infantile vecchio però di un secolo. Fra loro, c’erano anche tanti villeggianti.
La confessione

“Sì,” ha confessato la vecchia signora della magia, “ho convocato io le mie amiche statuine”. La voce che usciva dalle giovani labbra acerbe della maga era tabaccosa e asprigna: “Io sono antica, e sono bambina! Guardatemi e cercate di capire: sono stata vittima di un incantesimo all’età di quindici anni. Nessuno di voi mi ricorda più, ma io sono nata e vissuta qui, tanto tempo fa. Allora mi chiamavo Fiorelisa, ero bellissima e pura come un fiore in boccio. All’età di quattordici anni sono stata scelta come modella dal grande figurinaio Astolfo, che ha realizzato centinaia di Madonne con il mio ritratto”. Ha fatto un mesto sorriso: poi ha ripreso: “Ero una bambina felice, abitavo al Piantaio. Ma un giorno una strega di passaggio, chiamata Eco Urlante, si è ingelosita della mia bellezza e mi ha colpito con un potente incantesimo: quel mio volto di ragazzina sarebbe rimasto inalterato nel tempo mentre il resto di me invecchiava! Ho subìto quella crudele condanna e sono fuggita da C*. Qui non potevo più stare, così sono andata in una città lontana dove ho studiato da maga. Volevo imparare un sortilegio che mi liberasse da quel maleficio insopportabile. E forse ci sono riuscita”. Di nuovo sullo schermo della tv sono apparse le figurine schierate sulle strade e un opportuno zoom ha mostrato alcune Madonne che, effettivamente, avevano nel bel viso dipinto a mano i tratti somatici della Maga.
L’invasione per richiamare l’attenzione

“Oggi compio cento anni e chiudo la partita. Ahimè, la vita si è compiuta. Ma non voglio finire del tutto e per questo vi ho lasciato un segno, che è la liberazione delle statuine. Una bella magia, dovete ammetterlo, e non è nemmeno l’ultima. Ho voluto celebrare il mio secolo di vita insieme a quelle creature di gesso davanti a voi che le avete dimenticate. Sì, dimenticate: le ho viste, sapete, lì nel museo, e sono tristi, anche le Madonne con il mio viso, poco manca di vederle piangere. Nessuno di voi, eredi dei loro creatori sente il bisogno di fargli una visita? Avete delegato tutto ai ragazzi delle scuole e ai forestieri. Mi sbaglio?”. Si è schiarita la voce a questo punto, perché l’emozione le legava la lingua. Però ha ripreso subito. E, del resto, quando mai si è vista una maga che piange? “Sono qui, adesso, per ricordarvi che da questo paese sono partiti i vostri antenati, pellegrini nel mondo, portando sulle spalle un carico di dolcezza e mistero che ha animato migliaia di case sconosciute. Vi prego, ”ha gridato a questo punto, con quella voce cavernosa, “non dimenticate la bellezza della fragilità di quelle statuine che io stanotte ho liberato.” E ancora: “Non siate ingrati, non cancellate la poesia della devozione popolare, la forza e l’emozione del Bambino che sparge divinità sulla Terra”.
L’invasione finisce ma lascia un messaggio importante che resta nei cuori

Stop! Di colpo le è mancata la voce e a quel punto sono stati i telespettatori a parlare. “Oh, guardate, guardate”. “Il viso…”. “Sì, sta cambiando”. “O Dio, non posso guardare…”. Era tutto quello che vedevano: la maga Stella si stava trasformando, il suo bel volto raggrinziva e diventava grigio. “È tardi” l’hanno sentita mormorare mentre si trasfigurava. “Ho trovato l’antidoto alla malvagità! Ho trovato la formula che rovescia la carica negativa che mi (fruscìo…) Amore, amore (fruscìo…)”. Dissolvenza. Sul video è apparsa dopo qualche istante una presentatrice, molto agitata se non sconvolta. “La signora, la signora” ha farfugliato, “è sparita!”. Proprio allora, la telecamera mobile ha inquadrato il monumento al Figurinaio: era lì, tutto bianco come neve, solo con la sua ombra. Tutte le statuine erano sparite, nemmeno una era rimasta. Le vie erano perfettamente sgombre nella luce del pomeriggio. Tutto, dunque, era tornato alla normalità nel paese delle figurine. Ma nei cuori della gente c’era qualcosa di nuovo.
Il racconto è ispirato a un luogo reale, Coreglia Antelminelli, in provincia di Lucca
Pioggia nella sera

(poesia)
Controluce cadono sul mondo
le gocce trafitte da raggi
orizzontali del tramonto
e fra poco qui sarà sera.
È la pioggia che porta il buio
e trascina lontane voci
dalle case piene di luce
e di calore umano: senti
parole alla finestra
che fanno eco in ogni cuore.
È un’ora di attese, di sogni
cullati all’ora di cena.
Domani, a quest’ora, torneremo
a riveder le famose stelle.
(Anonimo)














































































Una bella favola – raccontata da un poeta !