Continua su http://www.enordest.it la nuova rubrica dal titolo “Itinerari”. Ogni domenica sarò felice di presentarvi voci e storie tra Nordest e Sardegna, terre straordinarie tra cui vivo e lavoro. Vi accompagnerò lungo itinerari culturali, turistici ed imprenditoriali ricchi di fascino e creatività, che conto sapranno informare ed emozionare chi vorrà farci compagnia. Oggi con “Itinerari” vi porto a conoscere lo scrittore, sceneggiatore e produttore vicentino Nicola Piovesan, che ha vinto di recente gli Hollywood Gold Awards – rinomato festival cinematografico internazionale di Los Angeles – con il suo ultimo lavoro, “L’Ospite” (2025), film interpretato da Francesco Pannofino e Angelo Maggi. A partire dal 2020 intraprende una formazione cinematografica presso Studio Cinema International di Verona, conseguendo il diploma in Sceneggiatura (2022) e successivamente in Regia (2024). Lavora come sceneggiatore e direttore di produzione al fianco del regista Alberto De Grandis, firmando soggetto e sceneggiatura di “Grand Hotel” (2023), “Come una Foglia” (2024), e “L’Ospite” (2025). Per il teatro è autore del testo in prosa di “Questo Amore” (2026), spettacolo con Angelo Maggi. Appassionato di fotografia fin dai primi anni Duemila, elabora stampe su tela sotto lo pseudonimo di Olivo Capannesi e nel 2022 si aggiudica il primo posto assoluto al Premio Vitruvio di Lecce.
Chi è Nicola Piovesan

Nicola Piovesan nasce a Vicenza il 4 agosto 1966. Secondo figlio di un ex dirigente della Marzotto e di una farmacista, fin da ragazzino sogna di seguire le orme del nonno paterno, Primo Piovesan, noto giornalista, scrittore, attore, e autore teatrale tra le due guerre. La passione per la scrittura gli scorre nelle vene. Merito di un legame speciale con un nonno che non ha mai conosciuto, ma che lo ha ispirato più di chiunque altro. Dopo la laurea in Farmacia all’Università di Padova nel 1993, esercita per oltre trent’anni come farmacista direttore presso la Farmacia Carlassare di Vicenza, non rinunciando mai alla sua vocazione per la scrittura e le arti visive. La carriera letteraria prende avvio nel 2014 con il romanzo “L’Ombra del Destino”, cui seguono “Il Dossier Urania” (2015), “Primo” e “La Battaglia degli Anticorpi” (2016), “Il Sesto Passo” (2020) e “Lo Scrittore dei Segreti Sepolti” (2024). I suoi libri – prevalentemente thriller e gialli – raccolgono numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali.
Oggi Nicola Piovesan non esercita più la professione di farmacista

Ha fatto una scelta netta. Ha seguito la sua vocazione creativa. Voleva scrivere, fare lo sceneggiatore a tempo pieno. Detto, fatto. Quando mi racconta la sua storia, lo visualizzo col camice bianco, dietro il bancone della farmacia. Tra scaffali pieni di medicinali e prodotti farmacologici, Nicola Piovesan si muove con sguardo assorto. “Quando lavoravo in farmacia – racconta – qualcosa dentro continuava a chiedermi se fosse davvero la strada giusta, quella che avevo scelto. E non ero solo io a pensarlo: anche chi mi conosceva meglio, chi aveva letto i miei scritti più riservati, mi considerava sprecato dietro il banco”. Nicola Piovesan era presente per i clienti, ma nello stesso tempo sapeva che la sua dimensione era altrove.
Ora immagino una scena, come fosse un film

Dietro gli scaffali della farmacia, alle spalle di Nicola Piovesan, intravedo un’ombra. Una presenza benevola, protettiva, ispiratrice. E’ quella di nonno Primo. Lui ha sempre saputo che quel mestiere scientifico, che poco spazio lascia a divagazioni creative, non faceva per il nipote. Piovesan è stato un direttore di farmacia serio e coscienzioso, ma al richiamo dell’immaginazione non ha voluto rinunciare. Tanto meno ai suoi sogni. Che abbia percepito, in qualche modo, i consigli sussurrati da nonno Primo? Quel nonno sconosciuto, ma così profondamente presente nella sua vita e nel suo DNA? Lui annuisce. “Non ho mai incontrato nonno, ma deve avermi lasciato qualcosa in eredità, saltando una generazione: quella sana follia di chi vive di fantasia e sente il bisogno di trasmetterla agli altri”, racconta con sguardo nostalgico. “Non credo di assomigliargli – sarebbe troppo bello – ma quando la sua vita è entrata a far parte del mio DNA, oltre il legame di sangue, ho sviluppato una sorta di ‘ossessione’ per lui e gli ho dedicato un libro che porta il suo nome, Primo. Forse, da quel giorno, sono diventato davvero scrittore”.
Nicola Piovesan, lei è conosciuto come il “farmacista-scrittore”. Si rispecchia in questa definizione o le sta stretta?

“È un’etichetta che ormai mi appartiene, anche se mi lascia sensazioni contrastanti: da un lato vorrei essere riconosciuto per quello che faccio oggi, lo scrittore, lo sceneggiatore; dall’altro, ricordare da dove vengo – la farmacia – dà più valore al percorso che ho fatto. Forse lo stupore nasce dal fatto che ho preso una laurea in Farmacia, non in lettere né in giornalismo – professione che ho svolto per tre anni durante l’università – e che per oltre trent’anni ho diretto una farmacia di Vicenza”.
Dietro il banco della farmacia, sentiva il richiamo della scrittura come un canto delle sirene?

“Assolutamente sì. Ho sempre sentito che indossare il camice bianco non fosse ciò che la vita mi chiedeva, anche se l’ho fatto per molti anni. Scrivere, dietro al banco mentre consigliavo farmaci, era uno sfogo, un modo per fuggire da quella realtà. Non a caso, i miei primi romanzi, scritti durante i turni di notte, li ho ambientati in luoghi lontani”.
Lei ha lasciato il lavoro di farmacista per dedicarsi completamente alla scrittura e alla produzione dei suoi film. Una scelta coraggiosa…

“È stata una decisione difficile, presa qualche anno fa dopo averne parlato con Michela, mia moglie, e con i figli. Il lavoro in farmacia si faceva sempre più snervante e il Covid ha dato il colpo di grazia. Nel frattempo, avevo preso il diploma in sceneggiatura cinematografica e vedevo passarmi davanti opportunità che non potevo cogliere, impegnato com’ero in farmacia. Rinunciare a uno stipendio fisso per un’avventura piena di incognite è stato rischioso, ma sapevo che il cambiamento mi avrebbe fatto bene in salute, serenità e vita familiare. Senza contare il dettaglio più importante: ho trasformato la mia passione in un lavoro”.
Nel suo percorso per diventare sceneggiatore ha conosciuto Giancarlo Giannini. Quanto ha influito questo incontro?

“Moltissimo. E’ stato un incontro casuale, a Studio Cinema di Verona. Lavoravo ancora in farmacia e scrivevo romanzi di notte, quando mi è capitata in mano la pubblicità di questa accademia. Era il 2019. Volevo capire qualcosa di più sulla sceneggiatura cinematografica. Telefono a Studio Cinema International, che da Roma ha aperto una sede a Verona, più comoda per me. Mi invitano di persona (mi conoscono? Strano!), e mi ritrovo – senza saperlo – a un’audizione con Giancarlo Giannini. Le prime domande sono tecniche, io non so nulla ma non ho niente da perdere: voglio solo godermi quel momento piovuto dal cielo. Giannini comincia a darmi del tu e mi chiede di fare lo stesso: l’audizione si trasforma in qualcosa di intimo, una delle ore più belle della mia vita. Alla fine mi dice che ho ‘il giusto substrato per fare lo sceneggiatore’, che dovrei intraprendere quella strada. Gli faccio notare che non sono più un giovanotto. Lui risponde che ‘le idee non hanno età’. Da quel giorno è iniziato il cammino che mi ha portato al diploma in sceneggiatura”.
A quali progetti sta lavorando attualmente?

“Ce ne sono diversi: spazio dalla sceneggiatura cinematografica a quella teatrale, fino al completamento del nuovo romanzo che sto scrivendo. Posso solo anticipare che, ancora una volta, non mi scosterò molto dai nostri territori veneti, e che spero di regalare qualche sorpresa ed emozione ai miei lettori. Ho lavorato con Tommaso Avati, Luca Verdone, Giacomo Ciarrapico, Francesco Pannofino, Angelo Maggi… Oggi scrivo sceneggiature per altri e per me, spaziando dal cinema al teatro. Sono diventato anche un piccolo produttore indipendente, di quelli che vanno a cercare fondi per portare sullo schermo cortometraggi che, pian piano, aprono porte più grandi. Tutto questo grazie al gruppo nato dall’esperienza veronese, a partire dal regista Alberto De Grandis: ha 25 anni appena compiuti, ma il talento di mettere in scena i miei scritti meglio di chiunque altro. Insieme siamo la prova vivente che, come diceva Giannini, le idee non hanno età. Le mie continuano ad arrivare, insieme a una fantasia che non mi ha mai abbandonato e a un ottimismo incurabile che mi fa vedere, sempre, il lato più luminoso della vita”.
Lei non ha mai conosciuto nonno Primo, ma sente di averne raccolto l’eredità creativa?

“Mio nonno era un grande uomo. Quando ero giovane, mio padre ha provato a raccontarmi la sua vita, ma io lo snobbavo: un nonno morto nel 1945, cosa può interessare a un ragazzino? Alcuni anziani che lo avevano conosciuto vedevano in me somiglianze incredibili con lui – il naso, gli occhi, il palato stretto, il sorriso: ‘Sono quelli di tuo nonno’, mi dicevano – ma per tanti anni ho snobbato anche loro. Fino a quando, in soffitta, ho trovato scatoloni con i suoi scritti, le sue lettere, le fotografie. È stato emozionante scoprire alcune somiglianze con lui, non solo fisiche, ma di visione artistica”.
Quanto conta nella sua vita quella “sana follia di chi vive di fantasia”, che le ha trasmesso nonno?

“Se sono migliorato negli anni come persona, lo devo in gran parte a questo atteggiamento, ereditato forse dai geni di nonno Primo. Sul piatto della bilancia, da una parte ci sono i rapporti umani, le amicizie, la tranquillità; dall’altra il successo a tutti i costi, il denaro, lo stress. Per lunghi tratti della mia vita mi sono lasciato trasportare dal secondo piatto, fino a capire che sono altre le cose importanti. Non sono uno che vuole vivere sotto un ponte o che metterebbe a rischio il benessere della famiglia per un’egoistica follia, ma ho capito che ci si può sentire realizzati con meno beni materiali e più beni umani, sfruttando quello che si ha – la fantasia, nel mio caso – per costruire sogni e regalare emozioni agli altri. Non sono bravo come mio nonno, ma ci sto mettendo impegno”.
Lei racconta di aver sviluppato, da adulto, una sorta di “ossessione” per nonno Primo. Gli ha anche dedicato un libro. Ci racconti.

“È come se avessi conosciuto mio nonno a quarant’anni. Quando ho saputo davvero chi era e cosa aveva fatto in un periodo drammatico come quello fascista, mi sono reso conto di aver perso una parte della mia esistenza per tutti quegli anni, e dovevo recuperare. Ho studiato i suoi documenti, le lettere, la sua straordinaria carriera teatrale, le cadute e le risalite, il giornalismo ai tempi del regime e la voglia di non subire ma di agire, rischiando la pelle per portare avanti i suoi ideali. La sua vita doveva essere raccontata, e così ho fatto: un libro che porta il suo nome, Primo, e che ha cambiato in parte il mio modo di propormi e di sentirmi finalmente uno scrittore vero. Non è stato un successo di vendite – è stato apprezzato praticamente solo a Vicenza – ma uscendo dalla mia comfort zone (i gialli) ho raccontato qualcosa che, evidentemente, mancava alla mia città. Dopo la pubblicazione, il Comune ha dedicato a nonno Primo una strada di 500 metri, e molti anziani sono venuti a cercarmi in farmacia per abbracciarmi commossi e ringraziarmi di aver riportato in vita qualcosa di prezioso”.
Se suo nonno potesse leggere oggi uno dei suoi libri, quale gli farebbe trovare sul comodino?

“Non ho alcun dubbio: quello che gli ho dedicato. In quel libro vesto i panni di un giornalista che avvicina Primo in un’epoca non sua, quella attuale, per fargli raccontare la sua storia. Un testo carico di emozione, che ho vissuto con particolare trasporto perché lo stavo dedicando a suo figlio, mio padre. Mi piace immaginarlo seduto su quella strada di 500 metri che porta il suo nome, mentre legge finalmente la conversazione che non abbiamo mai potuto avere: e scoprire, forse, che le idee, come mi è stato detto una volta, non hanno davvero età: nemmeno la sua, nemmeno i quarant’anni che ho aspettato prima di andarlo a cercare”.
Ricorda il momento in cui ha deciso di pubblicare il suo primo libro?

“Sono passati alcuni anni, ma non potrò mai dimenticarlo. Prima di tutto perché in quel periodo avevo poca autostima e scrivere era solo un gioco. Poi perché la pubblicazione del mio primo romanzo, ‘L’ombra del destino’, è merito di Simone, il mio figlio più grande: un appassionato lettore, che un giorno mi ha chiesto di leggere quella bozza destinata a restare chiusa in un cassetto. Dopo qualche giorno me lo sono visto piombare in camera con il testo in mano: ‘Mi è sembrato di aver letto un libro di Dan Brown’. Lì per lì non l’ho preso sul serio, poi ho riflettuto sul fatto che era forse la prima volta, da quando era adolescente, che mio figlio mi faceva un complimento. Ho cominciato a crederci e ho inviato il manoscritto a diverse case editrici, con poca speranza. Invece, dopo circa sei mesi, è arrivata a casa una prima proposta di contratto editoriale. Da lì è iniziato tutto”.
Lei scrive prevalentemente libri thriller e gialli. Perché?

“Per il semplice fatto che è il genere che prediligo anche da lettore. Mi sforzo di leggere un po’ di tutto, ma i brividi e le soddisfazioni di un bel giallo non li ritrovo in altri generi. Amo l’imprevisto, la sorpresa, e mi piace sforzarmi di capire il finale prima che mi venga detto. Il top, per un giallo, è quando alla fine lo scrittore mi ha fregato: provo a fare lo stesso con i miei lettori”.
Quali temi ricorrono maggiormente nelle sue opere?

“Mi piace variare, non voglio essere sempre uguale. Sono passato dagli intrighi internazionali ai coinvolgimenti di politica e mafia di casa nostra, fino ad arrivare, con l’ultimo (‘Lo scrittore dei segreti sepolti’), a una vicenda che si svolge quasi intimamente all’interno di una piccola comunità sull’Altopiano di Asiago”.
Esistono punti di contatto tra il farmacista e lo scrittore, che convivono in lei?

“No, anzi: a volte credo di soffrire di sdoppiamento della personalità. Ho sempre cercato di dividere i ruoli, considerando come un ‘dovere’ il lavoro di farmacista e come un ‘piacere’ quello di scrittore e sceneggiatore. Quando lavoravo ancora in farmacia, alle presentazioni dei libri capitava che qualche cliente stentasse a riconoscermi, tanto cambiavano il mio aspetto e il mio atteggiamento”.
Come nasce una sua storia: da un personaggio, da un’idea, da un’esperienza reale?

“Sono curioso e ascolto molto: quasi sempre i miei libri nascono da qualcosa che ho sentito o che mi è stato raccontato. Quello diventa il ‘seme’ della storia, che poi circondo con un contorno di fantasia, talvolta un po’ folle come quella di cui parlavamo prima. Per la sceneggiatura vale più o meno lo stesso discorso: il primo cortometraggio che abbiamo girato, per esempio, è una storia tanto assurda quanto vera, estrapolata da un racconto di mio padre. Altre volte, invece, mi è capitato di scrivere copioni di pura fantasia, nati quasi per caso”.
Quali autori hanno influenzato maggiormente il suo percorso letterario?
“Come giallista, non posso che iniziare da chi scrive con il mio stesso linguaggio: Dan Brown, Glenn Cooper, Michael Connelly, Joel Dicker. Ma forse l’autore che più ha segnato la mia vita da lettore e scrittore è Carlos Ruiz Zafón. Non disdegno certo gli autori italiani, tra i quali attualmente prediligo Donato Carrisi e Ilaria Tuti”.
Cosa cerca di trasmettere ai lettori attraverso i suoi libri?

“Non mi reputo abbastanza intelligente e saggio per insegnare qualcosa quando scrivo. Mi accontenterei di regalare emozioni, un po’ di svago, una piccola fuga dalla vita quotidiana a chi entra nelle mie storie. Non nego però la soddisfazione di scoprire che ho stuzzicato la curiosità sui luoghi che racconto: con ‘Lo scrittore dei segreti sepolti’, so di aver regalato un po’ di popolarità al paese di Roana, sui monti vicentini, e quando ho scoperto che molti sono andati a visitare i luoghi descritti nel libro, ho provato un brivido di orgoglio”.
Cosa significa per lei la recente vittoria agli Hollywood Gold Awards negli USA?

“L’Ospite è l’ultimo lavoro fatto con il bravissimo regista Alberto De Grandis: una storia sulla memoria della Prima Guerra Mondiale che ci ha richiesto impegno, tempo, energie fisiche e risorse finanziarie. Ci tengo a precisare che i meriti del film vanno condivisi con tutta la troupe, il cast e gli sponsor che hanno creduto in noi: senza un gruppo così unito, al quale si sono aggiunti due nomi di spicco come Angelo Maggi e Francesco Pannofino, non saremmo andati da nessuna parte. Il cortometraggio è stato apprezzato, con una ventina di nomination in giro per il mondo, e l’ultimo successo, quello dell’Hollywood Gold Awards, rappresenta forse la ciliegina sulla torta di un percorso iniziato quasi due anni fa: un premio che ci inorgoglisce e che fa crescere le nostre quotazioni in vista di progetti ancora più ambiziosi”.














































































