Se c’è una città ideale in Italia, potrebbe essere Bologna. Ha un centro non troppo grande, che si può percorrere tutto a piedi in poco più di mezz’ora e offre una vasta varietà di stimoli culturali e d’intrattenimento che possono incontrare praticamente tutti i gusti. Lasciamo stare la gastronomia, sarebbe fin troppo banale sottolineare quanto la cucina bolognese sia una delle più apprezzate, nonostante non sia propriamente dietetica e leggera.
L’offerta culturale di Bologna

Concentriamoci invece sulla proposta culturale che si avvale non solo di musei che spaziano dall’archeologia (Museo Civico Archeologico https://www.museibologna.it/archeologico/) all’arte moderna e contemporanea (MAMbo https://www.museibologna.it/mambo/) e di un sistema bibliotecario d’eccellenza che ha al suo apice la Sala Borsa (https://www.bibliotecasalaborsa.it/) realtà vivacissima sempre affollata di cittadini (dai bambini di pochi mesi alle persone anziane), ma anche di mostre temporanee imperdibili. E di queste vi parleremo, invitandovi, perché no, a fare una gita da queste parti.
Leiter a Bologna

Chi non ha ancora visto la mostra del fotografo Saul Leiter “Una finestra punteggiata di pioggia”, a cura di Anne Morin, che è stata allestita in diverse città italiane tra cui ultimamente Padova, dovrebbe approfittare di quest’ultima occasione nelle sale di Palazzo Pallavicini (aperta fino al 19 luglio). Una scelta di 126 fotografie in bianco e nero (tra stampe vintage e moderne), 40 fotografie a colori, 42 dipinti, 5 riviste originali dell’epoca, un documentario/intervista all’autore e un video della curatrice.
A Bologna rivive la New York del secondo ‘900

Questa mostra permette al visitatore di immergersi nell’opera di un artista antidivo e refrattario alla fama che stampò in vita solo alcuni dei tanti scatti che ha realizzato, restituendo con il suo sguardo lirico e intimista, a volte onirico, la New York del secondo ‘900. Scene urbane e ritratti in un mosaico di attimi che si possono considerare come frammenti da assemblare perché ogni scatto costituisce un tassello di una realtà che trova il suo senso nell’insieme. Dettagli, prospettive geometriche dove spesso le persone sono ombre scure viste in controluce o piccoli dettagli sullo sfondo mentre in primo piano le forme sono sfuocate, abbaglianti. L’allestimento è concepito anche come un’esperienza immersiva e partecipativa: una gigantografia, ad esempio, ricrea l’immagine di una foto scattata da Leiter dietro a una finestra bagnata dalla pioggia attraverso una lastra di vetro dove scorrono veramente gocce d’acqua.


Leiter pittore

Leiter era anche pittore e i dipinti inseriti nel percorso espositivo testimoniano il suo sguardo sognante e rivoluzionario che lo portava a dipingere non solo sulla tela o sulla carta ma anche sulle sue stesse fotografie. Mentre i fotografi suoi contemporanei volevano rappresentare la grandezza e la modernità di New York, Leiter volle trasformare la quotidianità in poesia visiva, dove il reale diventa lirico: il vapore che sale dai tombini, i riflessi sulle vetrine, gli ombrelli nella pioggia, alludendo senza descrivere. Scegliendo l’imperfezione, Leiter fotografa attraverso vetri appannati, tende, pioggia o neve, elementi che diventano parte integrante della composizione, senza cercare l’immagine nitida, sempre a fuoco.
Chi era Leiter

«Non ho una filosofia. Ho una macchina fotografica» diceva l’artista «guardo attraverso l’obiettivo e scatto. Le mie fotografie sono solo una piccola parte di ciò che vedo e che potrebbe essere fotografato. Sono frammenti di possibilità infinite.».
«Leiter si divertiva con ciò che vedeva.» afferma la curatrice Anne Morin «Inventava giochi ottici, intrecci e forme e piani che nascondono e rivelano ciò che si cela negli intervalli, nelle vicinanze, nei margini invisibili.».

Figlio di un rabbino, Saul Leiter abbondonò gli studi religiosi per dedicarsi all’atte, Nel 1946 si trasferì a New York per dipingere, entrando in contatto con artisti come Richard Pousette-Dart e W. Eugene Smith, che incoraggiarono la sua attività fotografica. Fin dagli anni giovanili sperimentò con pellicole Kodachrome 35 mm, ritraendo amici, passanti e scorsi di strada nei dintorni della sua casa dell’East Vilage. Dopo un periodo di successo nella fotografia di moda, visse due decenni lontano dai riflettori.
A Bologna c’è anche Orkin

Sempre a Palazzo Pallavicini, fino al 19 luglio prossimo, è possibile visitare un’altra mostra fotografica, dedicata a Ruth Orkin “The Illusion of Time”: 187 fotografie, due macchine fotografiche storiche e documenti significativi, tutti elementi che evidenziano l’importanza centrale dell’opera di questa artista nella storia della fotografia (https://www.palazzopallavicini.com/en/events/ruth-orkin-en/).

Cresciuta in un ambiente profondamente legato al mondo dello spettacolo — era figlia dell’attrice del cinema muto Mary Ruby e quindi testimone diretta del dietro le quinte della Hollywood degli anni ruggenti — Ruth Orkin avrebbe voluto diventare regista, ma a quell’epoca alle donne era spesso precluso l’accesso alla macchina da presa, perciò fu costretta a cercare altrove il proprio spazio espressivo. Grazie anche alla sua prima macchina fotografica — una Univex da 39 centesimi ricevuta in dono quando aveva solo dieci anni — Orkin trasformò quel sogno in un nuovo percorso, dando vita a un linguaggio fotografico originale e profondamente innovativo, capace di celebrare la vita nelle sue molteplici sfaccettature. Nelle sue opere emerge con forza il dialogo tra immagine fissa e movimento, una duplice dimensione temporale che richiama il linguaggio cinematografico.
Una vita in uno scatto

Il suo scatto più celebre, American Girl in Italy, che ritrae la ventitreenne Nina Lee Craig mentre attraversa una strada di Firenze sotto lo sguardo ammiccante di un gruppo di giovani uomini italiani, è emblematico di questo approccio: un’immagine capace di racchiudere in un solo fotogramma la forza narrativa del cinema, attivando l’immaginazione dello spettatore.
Per l’artista statunitense, la narrazione visiva si costruisce attraverso una successione dinamica di immagini, caratteristica che si riscontra nell’affascinante serie Road Movie, realizzata nel 1939 durante il viaggio in bicicletta da Los Angeles a New York.

L’influenza del cinema è altrettanto evidente nella serie Dall’alto, nella quale Ruth Orkin cattura la vita quotidiana dalla finestra, trasformando la strada in un palcoscenico. I soggetti, inconsapevoli del proprio ruolo, diventano protagonisti di una narrazione scandita da alternanze di movimento e immobilità, conferendo al racconto una fluidità magnetica.
Altrettanto interessanti i ritratti di personalità celebri come Albert Einstein, Marlon Brando, Robert Capa, Alfred Hitchcock, Orson Welles: immagini che mostrano in modo emblematico la sua capacità di narrare persone e ambienti con grande immediatezza ed efficacia espressiva. Oggi il lavoro di Ruth Orkin, riconosciuta come una delle più importanti fotoreporter del Novecento, viene riscoperto e riletto alla luce di una nuova prospettiva critica, restituendo piena attualità e valore a una produzione che ha segnato la storia della fotografia.
A Bologna ancora una donna: Frida Kahlo

Un’altra donna, questa volta pittrice, è protagonista di una mostra fotografica proposta da Palazzo Pepoli “Frida Kahlo. Lo sguardo come identità” (https://palazzopepoli.it/calendario-eventi/frida-kahlo-mostra-palazzo-pepoli/), aperta fino al 27 settembre prossimo.
L’esposizione si prefigge di indagare la grande artista messicana attraverso la rappresentazione della sua immagine e presenta 70 fotografie originali realizzate da importanti autori e autrici della fotografia, tra cui Edward Weston, Lucienne Bloch, Lola Álvarez Bravo, Julien Levy, Nickolas Muray, Gisèle Freund, Imogen Cunningham, Leo Matiz, Bernard Silberstein e Graciela Iturbide.

Frida Kahlo, artista, attivista, donna, icona, è diventata negli ultimi anni un simbolo, spesso svuotato di contenuto o dentro il quale sono stati riversati, di volta in volta, i significati più diversi. Sebbene durante la sua breve vita Kahlo non abbia mai raggiunto il pieno successo artistico – e la sua arte sia stata riscoperta solo a partire dalla metà degli anni ’80 del Novecento – oggi è l’artista donna più quotata al mondo. Ancora più significativo è però il fatto che sia proprio Kahlo come persona ad aver assunto il ruolo di celebrità post mortem: su di lei sono state scritte numerose biografie, sono stati realizzati film e la sua immagine – spesso stilizzata – è riprodotta su innumerevoli prodotti di merchandising, fino a trasformarsi in una vera e propria icona, nel senso letterale del termine. In Messico, inoltre, le è dedicata addirittura una venerazione che talvolta ricorda quella riservata ai santi.
Bisogna ricoscere che Frida Kahlo stessa, nel corso della sua vita, è sempre stata molto consapevole e attenta alla propria immagine

L’ampio uso dell’autoritratto nella sua produzione pittorica – iniziato dopo l’incidente che, appena diciottenne, la immobilizzò a letto per oltre tre mesi e la segnò per tutta la vita – testimonia un costante lavoro sulla rappresentazione del sé. Anche l’uso esclusivo di abiti della tradizione messicana, in contrasto con la moda dell’epoca, diventa parte integrante della sua identità e, in seguito, del suo mito. Mito che alimentò ella stessa arrivando persino a modificare il proprio nome e a cambiare l’anno di nascita, facendolo coincidere con quello della rivoluzione messicana.
Frida Kahlo aveva una grande familiarità con la fotografia. Dopo la sua morte in casa sua furono ritrovate oltre 6000 stampe fotografiche, a partire da quelle realizzate dal padre, il fotografo Guillermo Kahlo, che per primo la ritrasse, introducendola alle potenzialità del mezzo come forma di espressione. È infatti nei suoi scatti che la giovane Frida comincia a sperimentare con l’abbigliamento, arrivando talvolta a vestirsi anche con abiti maschili.

Crescendo, Kahlo non rifiutò mai l’opportunità di farsi fotografare, che si trattasse di amici, parenti o degli artisti con cui entrava in contatto. È difficile individuare, nella storia dell’arte, qualcuno ritratto così frequentemente quanto Frida Kahlo. Soprattutto considerando che in quegli anni la fotografia stava appena iniziando a diffondersi come linguaggio autonomo.
Così Bologna omaggia Frida
Il grande numero di ritratti fotografici dedicati a Frida Kahlo restituisce un’immagine cangiante e molteplice. C’è la Frida colta dallo sguardo dell’amante, del gallerista, delle amiche più intime, dei fotografi e delle fotografe più noti. Ma anche quella osservata dai reporter e dai suoi conterranei ispano-americani. La mostra pone la domanda: quanto Frida stessa ha influenzato questi sguardi?

L’esposizione non vuole essere una biografia per immagini, ma un’occasione per riflettere sull’immagine di Frida Kahlo e sul modo in cui l’artista stessa contribuì alla costruzione del proprio mito. Con largo anticipo su quella che Guy Debord avrebbe definito la società dello spettacolo.
Si potrebbe dire che le mostre di Bologna attualmente in corso sono praticamente tutte al femminile

La Galleria Modernissimo (ex Sottopasso di Piazza Re Enzo), fino al 10 gennaio prossimo (ma attenzione chiuderà dal 3 al 25 agosto) dedica infatti una mostra alla prima regista donna insignita dell’Oscar alla carriera e vincitrice a Cannes, Venezia, Berlino e Locarno: Agnès Varda.
“VIVA VARDA! Il cinema è donna”, a cura di Florence Tissot, con la direzione artistica di Rosalie Varda, propone un coro di voci, quelle di cineaste di generazioni diverse che raccontano, tra finzione e documentario, la vita, il lavoro, la lotta delle donne fuori e dentro il cinema. Film, foto, installazioni, cimeli e costumi: il percorso espositivo si propone di testimoniare un’opera personale, creativa, poliedrica che abbraccia la pittura, la Nouvelle Vague, Jacques Demy, il teatro e , Fidel Castro, Jim Morrison, Jane Birkin, Catherine Deneuve, Marcello Mastroianni, Madonna, Jean-Luc Godard.
Artista giramondo, Varda ha sviluppato una carriera che le è valsa la fama internazionale. Un’opera segnata dall’impegno femminista che la mostra presenta in tutta la sua attualità.
La mostra è suddivisa in diverse sezioni, dedicate al rapporto tra Agnès e le immagini (l’autoritratto, la fotografia, la pittura, ma anche il gusto per gli accostamenti inaspettati), alla scrittura per il cinema (in particolare alla creazione di personaggi femminili profondi e sorprendenti), la dimensione sociale e nomade dei suoi film (il gusto di documentare il mondo, gli sconvolgimenti politici e i suoi mutamenti culturali) e si arricchirà di una sezione interamente dedicata al rapporto tra Agnès Varda e l’Italia.
A Bologna il Cinema Ritrovato

In conclusione non si può non ricordare che il cinema sarà protagonista in città dal 20 al 28 giugno con la rassegna “Il Cinema Ritrovato” promosso dalla Cineteca di Bologna, quest’anno giunta alla sua 40a edizione che, per la vastità del programma, è stata definita Extra Large. Un vero paradiso per i cinefili, con i suoi 540 film e 9 giorni di proiezioni in otto sale della città e con gli omaggi a Barbara Stanwyck, Luchino Visconti e Joséphine Baker.

Ma Il Cinema Ritrovato Extended è cominciato già il 16 giugno e durerà fino al 5 luglio con l’emozione dei grandi restauri al Modernissimo e in Piazza Maggiore. Programma qui:
https://cinetecadibologna.it/programmazione/festival/il-cinema-ritrovato-2026













































































