Questa domanda è stata definita, in un giorno lontano, rivoluzionaria. Era un tempo diverso, ma credo che valga sempre e che riguardi anche noi: dipende dalle risposte.
Per esempio, si può rispondere con la distruzione di qualcosa accettandone le conseguenze o anche alla cieca (il tanto peggio, tanto meglio).
Una domanda è: Che ce ne facciamo di certe idee, di certi regimi, delle varie Bastiglie in giro per il mondo? “Si abbattano, si cancellino”.
Un’altra domanda: Che ci stanno a fare quelli? “Eliminiamoli” (c’è sempre un altro che ci ostacola…).
E ancora: Perché subire un’oppressione, una schiavitù? “Qui ci vuole un riscatto, anche se pagato col sangue”.
Oppure? “Meglio oppure”, dice il saggio

Detto con parole semplici: “Esiste il contrario del fare che è il non fare. Pensiamo, ad esempio, a “non eseguire ordini sbagliati, non rispondere come certi politici con arroganza e maleducazione. Ma, soprattutto, si può non obbedire a un dittatore, non andare in guerra, non sparare a chi ti ha colpito a parole… Non iscriverti a una P2, non entrare in un club mafioso…. Insomma, si può, ma anche si deve a volte, evitare azioni che possano nuocere ad altri.
Comunque, per restare al Che fare?, suggerisco di ascoltare una grande scrittrice, Dacia Maraini, quando condivide “la scelta gandhiana, ma anche cristiana di opporsi ai nemici con la rosa in mano”. O, per dirla in altro modo, “a mani nude”. E ricordo le donne e gli uomini che, anche in Italia, nelle settimane scorse hanno disseminato fiori nelle strade in memoria di Aleksei Navalny, il libertario russo vittima sacrificale dell’Orso di Mosca, che ha tanti fan anche qui.

Si possono dire con i fiori tante cose, avendo cura, sempre, di “fare un salto nella realtà”.
Ritagli di memoria

Scivolate fuori da uno strato di vecchie carte, un ritaglio di tre pagine provenienti da una pubblicazione di cui ho perduto il nome: un articolo intitolato a firma di Livio Trevisiol. Era il 29 novembre 1997, e al teatro Astra di San Donà di Piave si celebrava la dodicesima edizione del Premio Costantino Pavan: che non era il solito premio letterario ma il frutto di un dolore trasformato in tributo d’amore che Gianni e Maria Rosa Pavan hanno voluto dedicare ai giovani e alle culture locali per conservare la memoria del loro figlio Costantino strappato alla vita non ancora ventenne: una iniziativa commovente a cui ho collaborato e che il Comune sandonatese ha sponsorizzato fino alla sua prematura conclusione, che allora ci sorprese amaramente.

Di quella giornata ricordo i tre libri finalisti, perché dopo tanti anni sono di viva attualità: “Nemmeno il destino” di Gianfranco Bettin, primo premio. Il romanzo parla di disagio sociale, di “vite in fuga”, di un groviglio di storie drammatiche che il nostro presente conosce bene. Il secondo libro “Ero pazzo, scusa, ero pazzo davvero” di Antonio Canera Cerveda e Stefania Collina: vi sono narrate storie dal vivo, cioè dal manicomio di Collegno. Terzo libro “attuale” si intitolava “Even”, ed era il risultato di una ricerca esemplare sulla vicenda degli Ebrei nel cuneese.
La sintesi del presidente della giuria tecnica, Ulderico Bernardi: la giuria dei giovani aveva scelto esempi di “divulgazione di valori che non conoscono tramonto”.
A proposito di “matti” e di manicomi, suggerisco la lettura del recente romanzo “Grande Meraviglia” di Viola Ardone (Einaudi).
In una foto di gruppo, insieme al fondatore del Premio G. Pavan e a G. Bettin, si distinguono una giovanissima Francesca Zaccariotto assessore comunale e il politico Cesare Campa allora assessore regionale.
I cavalieri del Presidente

Ci sono occasioni in cui la parte migliore della nazione “viene messa alla finestra”. Finestra fisica, come è avvenuto nel cuore tenebroso della pandemia, e finestra mediatica quando la stampa ci porta un evento, come è stato con l’annuncio che il 20 marzo il Presidente Mattarella farà trenta cavalieri e commendatori dell’Ordine al merito della Repubblica. Si tratta di un’onorificenza legata alla solidarietà, al fare (non all’avere), quando il fare vuol dire condividere la propria carica di umanità, e si tratta in parole povere di “fare il bene”, di scambiare un gesto soccorritore con un sorriso o un grazie.
Al Quirinale andranno trenta italiani scelti dal Presidente fra i molti che hanno fatto, e continuano nell’anonimato, qualcosa di meritevole come cittadini, qualcosa di civile insomma: “eroi quotidiani” li hanno chiamati, portatori di “valori repubblicani”.

Qualche esempio: ci sarà la signora Giuseppina Casarin di Mestre che da anni guida un coro multietnico intitolato perciò Voci dal mondo, ovvero i canti uniscono, il cantare insieme – anche con ritmi etnici – “favorisce l’inclusione sociale”; ci sarà il ragazzo che ha salvato un infartuato incrociato per caso, lungo la strada; e, insieme, vedremo il pasticciere che aiuta disabili e altre fragilità, e dice “la dolcezza è terapeutica”.
Sono nostri connazionali, addirittura concittadini vicini e sconosciuti, attivi senza grancasse mediatiche: agiscono per amore, solo per amore direbbe lo scrittore.
Divulgare questi episodi è importante, perché “la conoscenza è l’unico strumento che abbiamo per abbattere le barriere delle diversità”. Parola di un neo cavaliere.
Nebbie padane

(poesia)
1.
Si sta in una bolla di nebbia
come nel grigio dei ricordi,
si va nell’indeterminato
come bambini sulla sabbia
nel monotono sussurro
del mare che recita l’eternità.
2.
Ci sono diverse nebbie
dove stralunati guidatori
cercano di ri-trovare la via
che li conduca più lontano
da quel tedioso assedio.
3.
Fra i detriti della memoria
nella luce di perla tu cerchi
la pagliuzza d’oro, la parola
che ti salva dal crepacuore.
4.
C’è chi cerca e trova e chi no,
c’è chi esce dall’accecamento
e vede, in fondo, uno specchio.
Anonimo ‘24













































































È sempre un’ emozione profonda la lettura del nostro Anonimo poeta ! ….. C’è chi cerca e trova, e chi no . La ricerca costa fatica , introspezione ed autocritica , anche a me che certamente non vado in cerca della ” pagliuzza d’oro” . Chiedo , però , per quale motivo certi cognomi ritornano come un’ eco lontana , quasi per acquisito diritto a pubblici incarichi . Ho letto il commento di Padre Epicoco al Vangelo di oggi ( GV 2,13-25) ed ho trovato chiaro il concetto della gratuità dell’ Amore di Dio ,che non si compra e non si vende ! Perché l’ amore che si compra si chiama prostituzione . Quindi non enfatizziamo e neppure parliamo più di pubblici , seppur lodevoli , servizi . I quali servizi dovrebbero essere svolti per Amore , con la gratuita’ tipica del cittadino che ama il prossimo Suo
Grazie.