Negli ultimi tempi, costretto sulla sedia a rotelle, Tinto Brass aveva dettato una sorta d’epitaffio: “Il prezzo che pago mi pare equo per quello che ho avuto”. Gli era rimasta sufficiente autoironia nel definirsi: “Sono parzialmente invalido, lo so, ma vivo questo momento con semplicità e pazienza… Gli anziani arrabbiati con la vita mi fano pietà”. Negli ultimi mesi ha vissuto quasi da “prigioniero”, come si definiva, nell’Isola Farnese alle porte di Roma: una frana aveva bloccato il borgo e per il regista era diventato impossibile muoversi, soprattutto superare una barriera di una scalinata con 141 gradini. Aveva anche lanciato un appello al Presidente Mattarella. Brass è morto a Roma a 93 anni. Era nato a Milano nel 1933, era cresciuto a Venezia e per lui la città lagunare era “moglie, madre e amante”.
Brass e la critica

La critica ha cercato di ghettizzarlo come quello che inquadrava solo il posteriore delle attrici e che amava ripetere: “E’ sempre meglio passare ai posteriori che ai posteri”. Come se parlare di lato B ne facesse automaticamente un regista di serie B. Invece, Tinto Brass era un regista di talento, uomo di cinema che aveva studiato con Rossellini, Comencini e De Sica e aveva fatto la gavetta a Parigi con quelli della Nouvelle Vague. Un anarchico che aveva iniziato col cinema politico ed era approdato a quello erotico, senza mai rinunciare alla sua dote principale: la provocazione.
Brass e il Veneto
E’ stata la provocazione la sua molla costante, il filo conduttore di una storia artistica e umana. Capace di satira acuta e controcorrente, come quando nel 1964 in uno dei primi film, nell’episodio “Il disco volante” con Silvana Mangano, mise a nudo il suo Veneto. C’era un gruppo di bambini della campagna veneta che dicevano di aver visto la Madonna e la descrivevano così ai carabinieri: “Con gambali di nylon fin qui, il busto attillato, pieno di perle, un casco in testa e gambaletti colorati”. Era la satira di una provincia che si lanciava nel miracolo economico, ma continuava a credere a tutto. Persino in anticipo su “Signore e signori” di Pietro Germi. Una provocazione che ripeterà negli anni ’90 raccontando un Nordest della sessualità esibita e facendo cambiare il modo di descrivere una regione.
Più che provocatore, lui preferiva essere chiamato “deragliatore”. Un anarchico, ateo ma con dubbi, vicino all’allora Partito Radicale di Pannella, disincantato alla fine

Giovanni Brass detto “Tinto”, era nato nel 1933 da famiglia di origini tedesche, era cresciuto e si era formato a Venezia. Nipote del pittore Italico morto quando Tinto aveva dieci anni, in piena guerra mondiale. Figlio di un avvocato dello studio Carnelutti, uno dei più noti d’Italia. “Mio padre era un gerarca fascista che m’ha cacciato di casa a 17 anni cambiando la serratura della porta. Ma già a 14 anni m’ha fatto rinchiudere nel manicomio di San Clemente di Venezia, non ricordo più per quanto tempo, per via di una personalità che giudicava poco equilibrata. Mia madre invece era una donna succube che non ho mai capito e mi considerava irrealizzato”.
Il ricordo di Cipriani

L’adolescenza tutta in quelle parole, poi il giovane Giovanni studia giurisprudenza prima a Padova e poi a Ferrara, dove si laurea con una tesi sul mondo della produzione cinematografica. Come compagno di esami ha il coetaneo Arrigo Cipriani, il patron dell’Harry’s Bar. “Ci conosciamo dai primi anni ’50, abbiamo preparato qualche esame insieme. Era già innamorato di mia sorella Carla. Lui era ribelle, sempre, non voleva fare l’avvocato e amava già il cinema. Ancora non si faceva chiamare Tinto, credo che il nome lo avesse scelto per piacere alla nonna che amava Tintoretto, ma forse glielo aveva messo il nonno perché pasticciava con i colori. Era un provocatore già da allora, un contestatore in tutto: dalla cultura alla politica, al sesso”.
Lui racconta della corte a Carla: “L’andavo a prendere in barca all’Harry’s Bar e poi vogavo fino alle secche di San Giorgio”. Lei lo ha assecondato fino alla morte nel 2006 , era la sua aiutoregista, sceneggiatrice, la colonna portante, erano tutt’uno e lo sono rimasti per mezzo secolo.
L’esordio di Brass
Va a Parigi, si avvicina all’ambiente della Nouvelle Vague, impara l’arte: fa l’aiuto regista di Alberto Cavalcanti che era sempre vicino alle avanguardie, l’assistente di Roberto Rossellini e poi di Joris Ivens che sta girando un documentario sull’Italia del boom e su cambiamenti provocati dalla metanizzazione ad opera dell’Eni di Mattei. Infine esordisce nel 1963 con “In capo al mondo” apologo sul disagio giovanile, del quale cura anche sceneggiatura e montaggio. La critica parla di “anarchismo umoristico” a proposito del protagonista, un giovane che stenta a integrarsi nella società, ma ai censori non piace e gli chiedono di rigirare la pellicola da capo. Lui fa finta di adeguarsi, in realtà cambia solo il nome e il film diventa “Chi si ferma è perduto”, sottolineando così ancora di più il messaggio politico.
Un salto negli spaghetti-western
Nel giro di pochi anni passa dalla fiaba fantascientifica (“Il disco volante”) al film a episodi “La mia signora” con Sordi e la Mangano, affiancato a Comencini e Bolognini per il quale gira anche un film come attore, “La donna è una cosa meravigliosa”. Non disdegna gli spaghetti-western e nel 1966 firma “Yankee” con Philippe Leroy e Adolfo Celi, un soggetto insolito che la produzione manipola troppo, tanto che il regista lo disconosce. Ormai è un autore riconosciuto anche al botteghino, la produzione gli mette a disposizione attori affermati: Jean Louis Trintignant per il thriller “Col cuore in gola”, Tina Aumont e Gigi Proietti per “L’urlo”, Vanessa Redgrave e Franco Nero per “La vacanza” e in coppia anche per “Droput”.
Ma è “Salon Kity” del 1975 il film che apre le polemiche vere sul suo cinema
Tratta il sesso e il potere ambientandolo nella Germania nazista e nella guerra, esaspera la morbosità già emersa in due film di successo firmati da Visconti e dalla Cavani, “La caduta degli dei” e il più recente “Portiere di notte”. Brass ne raccoglie tutte le atmosfere, chiama come interpreti principali Ingrid Thulin e Helmut Berger, i due attori del film di Visconti. La satira è irriverente, la prostituzione diventa l’arma della vendetta, il riflesso espressionista passa per immagini che richiamano i quadri di Grosz e Dix.
Brass, la censura e poi il premio alla Mostra del Cinema di Venezia

Il film ha successo, lancia una moda e un filone che deborda nella perversione. Gli vale anche la chiamata nel 1979 a dirigere “Caligola” prodotto dall’editore di Penthouse con Malcom Mc Dowell e Peter O’Toole e sir John Ginguld, produzione travagliata, massacrata dalle censure di tutto il mondo, vietata ancora in molti paesi per le scene esplicite di sesso, arrivata in Italia in ritardo, stravolta, e subito sparita. Brass viene estromesso nella fase di montaggio e non parlerà più del film. Dirà: “Ho passato più tempo nei tribunali che dietro la macchina da presa. 27 film su 27 censurati, tutti tranne “la Vacanza” che nel 1971 è stato premiato dalla giuria alla Mostra del Cinema di Venezia”.
“Salon Kitty” fa da spartiacque nel cinema di Brass che da quel momento non sarà più lo stesso
E’ stato tra i contestatori anche alla Mostra di Venezia, è tra i firmatari di una lettera in difesa dell’anarchico Pinelli morto precipitando da una finestra della Questura di Milano durante le indagini per la strade di Piazza Fontana. Ora abbandona il versante “serioso” per gettarsi sull’erotismo e lo fa con stile e fortuna quando nel 1983 esce “La chiave” con Stefania Sandrelli, ambientato a Venezia come tante altre pellicole successive. Rompe molti tabù dell’erotismo, fa della Sandrelli la prima di molte attrici rilanciate mettendo in evidenza un insospettabile aspetto sensuale, erotico e morboso insieme. Il film registra incassi alti, Brass irrompe col genere scatenando le reazioni femministe che lo accusano di usare la “donna-oggetto”.
Come altre volte lancia una filone che avrà molti imitatori
Continua aggiungendo ogni volta un nuovo alone di scandalo: “Miranda” nell’85 con Serena Grandi, rivisitazione della “Locandiera” di Goldoni; “Capriccio” con Francesca Dellera; “Paprika” con Debora Caprioglio; “Così fan tutte” con Claudia Koll. Le attrici guadagnano tutte notorietà, ma tante di loro nel tempo rinnegheranno l’esperienza, lamentando di essere state relegate dal successo a ruoli soltanto sexy. La Koll, nome d’arte di Claudia Colacione, uscirà dall’ambiente abbracciando la fede cattolica e facendo la missionaria laica in Africa.
I grandi meriti di Tinto Brass
Gli va dato atto di aver rotto un muro d’ipocrisia, di aver imposto un erotismo dichiarato in un cinema spesso brutalmente pornografico oppure impastato di sesso casareccio affollato di liceali, infermiere, pizzaiole, studentesse, spesso perfino con assurde pretese di commedia all’italiana. Attraversa gli Anni ’90 con film sullo stesso filone: “L’uomo che guarda”, “Fermo posta Tinto Brass” in cui è anche attore, “Monella” con Anna Ammirati, “”Senso ‘45” con Anna Galliena, variazione di “Senso” di Visconti trasportata nella Venezia nazifascista al tempo della Repubblica Sociale. Chiude a settant’anni con un film boccaccesco, “Fallo”, e poco tempo dopo con un libretto di trenta pagine dal titolo esplicito: “Elogio del culo”. Gira il film “Monamour” distribuito direttamente in Dvd. Qualche anno dopo i francesi gli dedicano una retrospettiva col titolo “Elogio della carne”.
La sua vita privata

Ormai è l’icona di se stesso, nel 2006 perde la moglie Carla detta “Tinta”, e il suo genio anarchico smarrisce la musa e la protettrice che riusciva a arginarne gli eccessi. Poi deve far fronte alla malattia, un’emorragia cerebrale lo costringe al ricovero d’urgenza a Bassano del Grappa, si risveglia su un letto d’ospedale.
Si riprende e si risposa nel 2017 con Caterina Varzi, avvocato e appassionata di psicoanalisi, di una trentina d’anni più giovane, protagonista di uno degli ultimi lavori del regista, quello sul pittore impressionista Courbet. Dice: “Mi ha riportato alla vita quando pensavo di buttarmi giù dalla finestra dell’ospedale”. Ha qualche problema con i figli Beatrice e Bonifacio per la gestione del patrimonio.
L’ultimo omaggio a Tinto Brass alla Mostra del Cinema di Venezia
L’ultima Mostra del Cinema di Venezia gli ha dedicato la preapertura del Festival con la proiezione del film “Col cuore in gola” e i giornalisti cinematografici italiani gli hanno attribuito il premio Pietro Bianchi.
Come Tinto Brass è entrato nella storia

Al di là delle provocazioni spinte, dei continui eccessi verbali e filmati, degli atteggiamenti ostentati, rimane il suo linguaggio cinematografico diretto e perfino spudorato. Resta la sua capacità di aver fatto arrabbiare donne, moralisti, perbenisti, cattolici, censori, rappresentanti delle istituzioni. Rimane la sua violenza di deragliatore ideologico. Non ha accettato che la donna italiana avesse un rapporto tragico col sesso, sempre sull’orlo di una crisi di nervi. Se prima c’era stato il filone sexy e quello dell’erotismo casareccio, poi ci sono stati i film di Tinto Brass. Abbastanza per entrare nella storia del cinema italiano dalla porta principale e non da quella di servizio.









































































