Don Gabriele Cortese “sintetizzava” la messa domenicale perché doveva andare a vedere i suoi ragazzini in campo. All’epoca nei paesi della campagna veneta e in tutta Italia le partite dei giovanissimi iniziavano alle 11. Alla U.S. Casonense, siamo in provincia di Vicenza ai confini con la Marca Trevigiana, giocava mezzala destra, col numero 8, un ragazzo che si ispirava a Gianni Rivera, ma il numero 10 non glielo concedevano. L’allenatore Adriano De Angeli e il dirigente Gilberto Sambucari credevano molto in lui. Marino Magrin à nato a Borso del Grappa nel 1959. La sua carriera inizierà a Bassano e terminerà sempre nella città “capitale mondiale degli alpini”.
Magrin al Bassano

Ha sedici anni quando la Bassano Virtus è alla ricerca di un calciatore formato più due mingherlini, Magrin e Aldo Lolato. Si giocava negli allievi regionali, nelle ultime sette partite in serie D: lo fecero esordire assieme a Bittante e in sette partite realizzò tre gol ancora minorenne. La squadra bassanese retrocesse per un solo punto. Poi Magrin passa in prima squadra e gli danno anche la fascia di capitano. “Negli allievi regionali c’era un grande allenatore Giuseppe Bepi Bonotto che dopo quattro partite da mezz’ala destra mi mette il numero 10. Però mi dice di giocare mezzala sinistra per farmi migliorare col piede sinistro”.
Montebelluna non è solo la patria della calzatura sportiva, ma una “fabbrica” di calciatori
Il presidente Tiziano Tessariol e Adriano Motta osservatore di livello lo prendono come ruota di scorta di Maurizio Sandri. Gioca quasi tutte le partite con in mezzo il servizio militare, con mister Gianni Rossi. Era il rigorista della squadra in serie D. Finite queste due stagioni, dai giornali si apprende che Renzo Gobbo andrà dal Montebelluna al Como e che Magrin sarà ceduto al Mantova, anno 1980/81 in C1. “Un anno bellissimo, prima di Natale incontriamo il Treviso di Gianni Rossi e lo battiamo. Ero a Mantova in comproprietà. Una bella piazza mi chiamavano il “Riverino Virgiliano”.
Si resta in terra lombarda, destinazione Bergamo, Atalanta appena retrocessa in C. In nerazzurro resterà sei anni: come sono stati?


“Abbiamo vinto subito il campionato con mister Ottavio Bianchi, un grande e uomo intelligente, un po’ schivo. Poi arrivò Nedo Sonetti un altro grande che ci ha svezzato con Lino Mutti e Marco Pacione in attacco 1983/84. Il ritorno nella massima serie, ai quali coincisero le mie cinque presenze nella nazionale azzurra con allenatore Dino Zoff che poi ritroverò a Torino e secondo Francesco Rocca”.
Magrin, quindi il grande salto. Alla Juventus cercano un sostituto di Roi Michel Platini che, dopo la delusione ai Mondiali 1986, ha deciso di dare l’addio al calcio.
“Mi volevano Inter e Milan. Non c’era ancora lo svincolo, tra l’altro volevo rimanere a Bergamo, ero anche capitano. La famiglia Bortolotti mi mandò a Torino, da anni l’Atalanta era una sorta di serbatoio della Juve. Se ne andava Platini. All’epoca in Italia c’erano Maradona, Falcao, Zico, Van Basten e Gullit, Dissi ai giornali: “sono solo un buon giocatore”. Non ho mai perso il senso della realtà”.
Ma in bianconero non le assegnarono il numero 10…

“Il presidente Giampiero Boniperti per non caricarmi troppo mi diede l’8 e il 10 a Gigi De Agostini. Ho passato tutte le categorie dall’U.S. Casoni alla Juve. Il numero 8 era stato di un altro mio idolo Marco Tardelli, lo ammiravo tanto. Ma volevo conquistarmi il 10. Era una Juve in ricostruzione dopo anni di vittorie in Italia, in Europa e nel mondo. Il primo anno partii bene ero il rigorista e segnai alla prima giornata su rigore contro il Como. Poi un infortunio al quadricipite destro mi fermò quattro mesi e persi tutto il girone di ritorno, avevo già realizzato cinque gol”.
Che Juve era quella del post Platini, post Tardelli e post Gentile?
“L’allenatore era Rino Marchesi un signore del calcio. Un taciturno. C’erano campioni del calibro di Gaetano Scirea, Antonio Cabrini che non hanno bisogno di presentazioni. In attacco il gallese Ian Rush e il danese Michael Laudrup. Entrambi forti, solo che l’ex Liverpool non si ambientò. Ero il rigorista avevo un feeling con la famiglia Scirea. L’anno dopo in panchina arrivò Zoff un uomo carismatico, mai ci ha fatto notare che era campione del mondo, poche parole ma determinato ed essenziale. Scirea allenatore in seconda erano come fratelli. L’ex capitano campione del mondo mi lasciava spazio, dopo due anni in bianconero me ne andai. Ma di quella maglia conservo un bellissimo ricordo”.
C’è qualcosa che riguarda i suoi rapporti con il Pibe de Oro. Ce lo può raccontare?
“C’era un rapporto di stima tra noi due. Da fonti più che attendibili avevo saputo che Diego Maradona aveva fatto il mio nome per rinforzare il centrocampo del Napoli. Arrivò da Trieste Ciccio Romano…”
Magrin, ritorno in Veneto: il Verona che quattro anni prima aveva vinto lo scudetto. In panchina c’è ancora lo “Schopenhauer” della Bovisa, Osvaldo Bagnoli. Che anni sono stati?
“Bagnoli, un uomo che veniva dalla gavetta che parlava in milanese, era bello come si relazionava con noi. “Tiriamoci su le maniche e dimostriamo cosa siamo “Se semo boni o no de sugà …”. Poi arrivò Eugenio Fascetti toscanaccio meno impulsivo di Sonetti. C’ero anche quando i gialloblu sono retrocessi: nelle ultime giornate arrivarono Liedholm e allenatore in seconda Mariolino Corso. Nils furbo e intelligente, Corso al venerdì si allenava e con me batteva le punizioni lui col sinistro, su 10 tiri 9 volte beccava la traversa. Io battevo forte di destro: in porta c’era un Toldo giovanissimo che veniva dal Milan. Un ragazzo che si applicava tanto e mai ha mollato”.
Magrin, ritorno e conclusione da dove era partito, Bassano Vitus. Una volta appese le scarpe al chiodo ha subito intrapreso la carriera da allenatore a Mantova, ai Pulcini del Milan e alle Giovanili dell’Atalanta. Alla Dea ancora oggi lei è operativo.
“Sto giusto preparando una relazione per la società atalantina, sono scouting per il settore giovanile dai 2015 ai 2019. Vado a vedere le partite nei dintorni di Bergamo, negli oratori e soprattutto nei paesi della provincia di Bergamo. Anche gli allievi a livello professionistico. E’ entrato a capo del vivaio nerazzurro Roberto Samaden proveniente dall’Inter. Ci sono inoltre altre figure molto importanti come Andrea Pandolfi e Stefano Bonaccorso che si occupa dell’attività di base. I ragazzi ci sono, basta dare loro la possibilità di giocare. I talenti anche in prospettiva della nazionale non mancano: guardate in casa della Roma?”.











































































