Non è vero che le leggende muoiono, semplicemente se ne vanno in un altro cielo, come l’arcobaleno. Sandro Mazzola ha spiccato il volo per raggiungere papà Valentino, quello che dopo la guerra era considerato il più grande calciatore europeo e uno dei più grandi di ogni tempo. E che creò l’altra leggenda, quella del Grande Torino, spentosi un sera di nebbia e pioggia nel maggio 1949 nell’aereo contro la collina di Superga, sopra il Po.
Sandro e il papà Valentino

Sandro aveva sei anni quando suo padre entrò nella leggenda, è rimasta una foto di Valentino che allaccia le scarpette da calcio al figlio in maglia granata. Quasi un passaggio di consegne. Il fratello Ferruccio, anch’egli calciatore di talento, aveva tre anni. Sandro era nato a Torino l’8 novembre del 1942. Cresciuto nell’Inter in nerazzurro, portato dal suo secondo padre Benito Lorenzi detto “Veleno”, uno degli attaccanti interisti più forti degli Anni ’50. Allevato calcisticamente da Peppino Meazza il due volte campione del mondo, altra leggenda nerazzurra al quale è intitolato lo stadio che era chiamato di San Siro.
Una vita in nerazzurro

Sandro ha vissuto tutta la carriera in maglia nerazzurra, circa trent’anni, dei quali diciassette in campo dal 1960 al 1977, in tutto 570 partite, segnando 162 reti, vincendo praticamente tutto. Giusto per ricordare: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali. Tutti i titoli ai quali Mazzola ha dato un contributo fondamentale con le sue reti, la sua velocità, la sua fantasia. Era la Grande Inter del Mago Herrera e del presidente Angelo Moretti, la squadra che rese famose anche le figurine e la cui formazione si declamava come una poesia a memoria: Sarti, Burgnich, Facchetti….
Sandro in Nazionale

Naturalmente dal 1963 al 1974 ha indossato anche la maglia azzurra: 70 presenze e 22 gol. Con la maglia dell’Italia ha vinto il titolo di campione d’Europa del 1968 e ha disputato tre mondiali, in quello del 1970 ha conteso il titolo nella spettacolare finale a Città del Messico contro il Brasile di Pelè.
Il Sandro dirigente

Dopo il ritiro è stato dirigente dell’Inter e del Genoa. È stato lui a portare in nerazzurro Ronaldo, il brasiliano considerato allora forse il più forte in circolazione.
Il giallo dei 6 minuti
Ancora oggi rimane inspiegabile il fatto che a Mazzola non sia stato attribuito il Pallone d’Oro, un anno per un punto arrivo secondo alle spalle di Cruijff. Nereo Rocco negli anni ‘60 lo voleva portare al Milan e gli disse: “Io so farti giocare con Rivera”. I due facevano coppia in Nazionale, qualcuno montò una rivalità mai esistita, la pressione di certa stampa e di certi giornalisti sulla Nazionale era a quel tempo notevole e talvolta oppressiva. Si arrivò, per debolezza a tratti dello staff azzurro, all’assurda staffetta tra i due talenti. In un momento in cui ogni nazionale al mondo avrebbe voluto far giocare assieme due come Mazzola e Rivera.
Il rispetto tra Sandro e Gianni


I due si rispettavano, alla faccia dei giornalisti se ne andavano insieme a cena dove non potevano essere visti. E insieme furono tra i fondatori dell’Associazione Calciatori, coordinati da Sergio Campana, che proclamò il primo sciopero della categoria e si battè per infrangere un mondo per il quale i calciatori erano proprietà personale dei presidenti, non potevano opporsi a vendite e trasferimenti, quasi fossero bestie al mercato, non avevano personalità giuridica. Avere in quella squadra Mazzola e Rivera voleva dire avere accanto i nomi più autorevoli del pallone. Non bastava il talento, ci voleva coraggio.
La Juventus ci provò. Ma non si può comprare una bandiera
La Juventus lo cercò due volte, la prima nel 1967 con chiamata diretta del presidente l’avvocato Gianni Agnelli. L’altra nel 1972 da parte del direttore sportivo Italo Allodi. Ma come Gigi Riva, Gianni Rivera, Francesco Totti, Alex Del Piero, il compianto Franco Baresi prevalse l’amore per i colori e non per l’ingaggio che a quel tempo era miliardario.
Puskas omaggia Sandro
Eppure Sandro Mazzola ha faticato il doppio degli altri per convincere il calcio e gli stadi che era un grande e non soltanto per il cognome che portava. Chiamarsi Mazzola era una eredità e anche un peso enorme, doveva sempre dimostrare di esserne all’altezza. Da giovanissimo quando scendeva in campo si avvicinavano campioni come Boniperti e altri che gli dicevano: “Ho giocato con tuo padre. Era fortissimo”. Ma c’è voluto poco perché il piccolo Sandro brillasse di luce propria. Una notte a Madrid in Coppa Campioni contro il Real di Di Stefano e Puskas, dopo una doppietta e una partita giocata in maniera straordinaria il campionissimo ungherese gli si avvicinò con la sua maglietta bianca meringa col numero 10 e gliela donò: “Sei degno di tuo padre”.
Era come l’Oscar per un attore, il Nobel per uno scrittore. Era entrare a sua volta nella leggenda senza avere paura di guardarsi alle spalle, senza temere di non aver meritato quel posto. Di esserne, anzi, “degno”. E se a dirlo era una leggenda come Puskas bisognava crederci.
Il ricordo di Sandro Mazzola attraverso chi ha giocato con lui o lo ha avuto come dirigente
Per ricordare il Mazzola calciatore, chiamato il “Baffo” dai compagni e della stampa, abbiamo sentito alcuni compagni di squadra dei tempi d’oro e altri che lo hanno conosciuto come dirigente sportivo.
Il trevigiano Gianni De Biasi con il campione nerazzurro ha diviso perfino la stanza. E per più di qualche notte dovette obbedire “all’ordine” di dormire con la luce accesa perché diversamente Sandrino non avrebbe potuto scrivere.
De Biasi come era Sandro Mazzola?

“Era un altro modo di vivere e di rapportarsi. Durante la notte stava scrivendo credo la sua biografia e mi chiedeva: “ti dà fastidio la luce accesa?”. E io rispondevo di no, un po’ mi faceva girare, ma dormivo lo stesso. Non se oggi ciò si potrebbe fare…ma dubito. Ma calcisticamente non serve vi spieghi chi era Mazzola. Era una persona disponibile non se la tirava, generoso. Con me era gentile, mi disse l’anno prossimo andrai in A con il Pescara. Giocava ancora ma in pratica era già dirigente. Per dare un’idea completa dell’uomo posso dire che il lunedì, giornata libera, andavo a Monza al Collegio San Fruttuoso da suo figlio e lo allenavo su richiesta di Sandro. All’epoca il lunedì era sacro per noi, mi chiese di dargli una mano, mi spostavo con i mezzi pubblici perché non avevo un’auto”.
Carlo Muraro, padovano di Gazzo, per lei Mazzola è stato sia compagno di squadra che dirigente?

“Sono stato il suo ultimo compagno di camera prima che finisse di giocare. Era un fenomeno, basta guardare un filmato. Persona di poche parole e tanti fatti. Interista dentro e lo dimostrava tutte le volte. Professionista di quelli veri e pronto a darti una mano anche quando sbagliavi. Io esordii con Helenio Herrera. Giocare vicino a lui era relativamente più facile. Come usciva dal dribbling lui ti dava la palla. Come lui con il passo corto e la frequenza dei passettini forse oggi vedo solo Messi. Ecco: era Messi prima di Messi”.
Quella telefonata intercontinentale alle 8 del mattino a casa dello zio Gianni. E’ quello che accadde al padovano, mediano e ala destra, Giancarlo Pasinato mentre era in viaggio di nozze all’isola di Vancouver sull’Oceano Pacifico.
Cosa ricorda “Gondrand”, come lo chiamava Gianni Brera, di quella telefonata di Sandro Mazzola?

“ Una mattina a casa degli zii dove ero ospite in Canada, mio zio Gianni mi svegliò e mi disse che al telefono c’era il signor Mazzola che mi voleva parlare. Mi annunciava il contratto coll’Inter. Mazzola lo ricordo come una persona seria, all’epoca il contratto non lo facevi con il procuratore o l’avvocato, mi recai con mio padre che parlava meno di me. Brava persona. Andare a giocare nella Scala del calcio per me era un sogno. Anni prima lavoravo in ferriera dalla famiglia Gabrielli a Cittadella”.
Mimmo Caso, l’uomo che in carriera ha giocato in sei ruoli, affrontò Mazzola da avversario e tempo dopo potè apprezzarne le doti come dirigente.
Caso chi è stato per lei Mazzola?

“È stato un simbolo del calcio italiano. Ha dimostrato sul campo quello che valeva ma anche fuori. Vedi quel gruppo meraviglioso costruito con Eugenio Bersellini e Giancarlo Beltrami che ci portò allo scudetto del 1979-80 con solo giocatori italiani in campo. Una icona per la maglia nerazzurra. Faccia un buon viaggio e riposi in pace. Ci onoriamo di aver fatto parte di quella squadra tutta italiana da lui costruita. Mi chiamò e mi disse “Il tuo ingaggio è alto se te lo abbassi …ti porto all’Inter”. Non mi feci scappare l’occasione”….Lo affrontai anche da avversario durante un allenamento con la nazionale azzurra dopo la disfatta in Germania del 1974. Avevo solo 18 anni, c’erano calciatori del calibro di Gianni Rivera, Roberto Boninsegna e Luciano Chiarugi. Ti guardava, dava consigli, ti accoglieva. Era Mazzola ma lo sentivamo come uno di noi”.












































































