“Lo sai che potrei insegnarti a palleggiare con il destro?”. Diego rise e rispose: “La concha de tu madre”, più o meno una parolaccia e c’entra la mamma. Ad Eraldo Pecci le battute non mancavano. Centrocampista di regia dotato di un’ottima visione di gioco. Una sorta di architetto del centrocampo, aveva delle caratteristiche affidabili e difficilmente perdeva la palla. Ma andiamo per gradi. La sua carriera è ricca di ricordi, aneddoti.
Chi è Eraldo Pecci

Nato 71 anni fa a San Giovanni in Marignano, inizia a giocare con il Cattolica Superga 63 (il nome in onore del Grande Torino), la maglia assomigliava a quella del River Plate: c’era già il Toro nel suo destino. Neppure diciottenne arriva a Bologna, nella squadra felsinea allenata dal Petisso Pesaola ci sono uomini del calibro di Giacomo Bulgarelli e Beppe Savoldi. Ancora oggi dice: “Ho avuto la fortuna di giocare con i bravi e ciò ti aiuta a molto”. In maglia rossoblù vincerà la Coppa Italia trasformando il rigore decisivo nella finale contro il Palermo.
L’emozione del Torino
Nell’estate del ‘75 il Torino lo acquista assieme a Patrizio Sala e Vittorio Caporale (Kaporalbauer per i tifosi granata che per lo stile in campo lo accomunavano al grande kaiser Franz! Ndr). Il presidente Orfeo Pianelli vuole riportare lo scudetto nella città sabauda che al Toro manca dal 1949, l’ultimo tricolore infatti risale all’anno della tragedia di Superga. I tre pezzi mancanti si riveleranno decisivi. Un decennio, quello che va dal 1970 al 1980, decisamente di novità, il tricolore cambia casa dopo decenni di dominio delle due milanesi e della Juventus. Due anni prima la Lazio vinse il suo primo campionato. Due anni dopo è la volta del Toro.
Pecci e Radice
Ma le novità sono altre in casa granata. Gigi Radice è il tecnico di quella squadra che proporrà un gioco nuovo mettendo all’angolo il classico già trito e ritrito difesa e contropiede. “Molto semplice – spiega Pecci – Radice aveva portato l’Olanda in Italia. E noi lo abbiamo seguito, in questo modo mettevamo in difficoltà i giocatori che non erano abituati ad essere aggrediti. Noi avevamo tanta qualità. La differenza poi la fanno i giocatori”.
L’anno dopo la storia non si ripete per un solo punto

E la spuntò la Juve, 51 a 50. All’epoca la vittoria valeva due punti e c’erano sedici squadre in serie A. Lo stesso Pecci anni dopo nel corso di una trasmissione su Rai Sport in ricordo dello scudetto del ‘76 ebbe a dire con la sua solita ironia: “se in quella stagione noi avessimo conseguito 60 punti la Juve ne avrebbe fatti 61. Lo dice la storia che a parte Milan, Juve e Inter le altre mai hanno conseguito due tricolori di seguito. Nemmeno Maradona e Falcao hanno vinto due campionati di fila”.
Dopo sei anni a Torino è la volta di Firenze

Anche qui c’è un presidente che vuole riportare il tricolore nella città che fu di Lorenzo il Magnifico. Per chi crede alla magia dei numeri potrebbe essere l’anno buono: la Viola infatti ha vinto i suoi due scudetti nel 55-56 e 68-69 entrambi a distanza di tredici anni. Siamo nell’estate del 1981 e il presidente Ranieri Pontello fa le cose in grande. Con Pecci arriva il bomber Ciccio Graziani. Sarà un testa a testa al cardioplama contro chi? Contro la Juve che anche in quest’occasione la spunterà all’ultima giornata ancora per un solo punto. E con uno strascico di polemiche che vide tra i protagonisti Franco Zeffirelli. I tifosi viola gridarono allo scandalo. Alla Fiorentina fu annullato un gol all’ultima giornata a Cagliari.
Pecci e quello scudetto sfiorato
“Eravamo una squadra tosta, difficile da mettere sotto. Prendevamo pochi gol. Le polemiche ci sono sempre, puoi mettere tutti i Var che vuoi. Quello che è stato è stato…allora ebbi il dubbio che se non ci fossero stati i campionati del mondo in Spagna così ravvicinati forse ci avrebbero fatti arrivare allo spareggio”. Secondo scudetto sfiorato.
Se si cerca lo scudetto, allora si cerca Pecci

Ma torniamo da dove eravamo partiti. Da Napoli. E anche in questa città c’è un presidente, Corrado Ferlaino, che vuole portare il tricolore. Qui a differenza di Torino e Firenze a parte qualche Coppa Italia, lo scudetto mai è arrivato. Estate 1985: arrivano Bruno Giordano bomber di razza, il portiere Claudio Garella fresco vincitore dello scudetto con il Verona, Alessandro Renica e l’esperto Ruben Buriani che con il Milan aveva vinto sei anni prima lo scudetto della prima stella. Tra questi nuovi arrivi anche Eraldo Pecci. A centrocampo ci sono già un mastino che corre come un dannato e sa anche impostare il gioco che si chiama Salvatore Bagni ed un campione del mondo che con Pecci ha già giocato a Firenze, Daniel Bertoni.
Ma il bello avviene domenica 3 novembre 1985
Allo stadio San Paolo (oggi Maradona) gremitissimo all’inverosimile ospite di tutto riguardo, la Juve prima in classifica. Eraldo la conosce bene. Maradona da quando è in Italia ancora non l’ha battuta. La squadra di casa spinge sull’acceleratore, ma trova di fronte una difesa impenetrabile, il Trap in merito è un esperto. Maradona viene ripetutamente colpito duro ma non cede. Nel secondo tempo l’arbitro assegna un calcio di punizione all’interno dell’area di rigore in posizione completamente defilata. La Juve predispone più che una barriera un muro. Difficile trovare un varco per infilare il portiere Tacconi. Sulla palla vanno Pecci e chi se non Maradona? Eraldo lo guarda e sussurra: “Non ci passa Diego”. Replica del fuoriclasse argentino: “Tochila un pochito…”. Pecci a distanza di più di quarant’anni non ha dubbi: “ Quando questi geni vedono certe cose che noi non vediamo loro hanno pronta la soluzione”. E fu il gol vittoria. Diego era un ragazzo meraviglioso che si metteva sempre a disposizione di tutti.
L’avventura in terra partenopea dura solo un anno

Quando Pecci lascia Napoli per questioni personali, dopo un anno soltanto, Maradona lo prende da parte nello spogliatoio: “Grazie, mi hai insegnato tanto”, gli dice. Probabilmente una delle più grandi conquiste in carriera. Ironia della sorte: l’anno dopo sotto il Vesuvio arriva finalmente il primo tricolore.
Il commento di Pecci sul calcio di oggi
Nel commentare il calcio di oggi Pecci dice: “una volta da noi arrivavano i meglio e stavano in piedi. Mentre ora arrivano stranieri che cadono a terra, alcuni alquanto mediocri. Eravamo i primi oggi siamo gli ultimi. Oggi se vuoi guardare calcio meglio seguire il campionato inglese. Qui venivano Zico a Udine e Junior al Toro. Siamo diventati gli ultimi e infatti guardiamo i mondiali da casa”. La chiusura della carriera è invece al Vicenza. Poi, nel corso degli anni, arriverà l’intuizione di convocarlo come opinionista in Rai. Ma anche su Mediaset dove assieme al Mago Herrera condusse “L’appello del martedì”. “Mi sono divertito tanto, una bellissima esperienza. Non posso dire che ho lavorato, direi una bestialità”.










































































