Una vita divisa tra ironia e tragedia. Spalla sarcastica e provocatoria in un popolare programma tv per smascherare truffe e imbroglioni di ogni genere. Poi custode meticoloso di un passato di fatica e di lutti perché nessuno dimentichi: le storie dei minatori veneti in Belgio nel opoguerra, morti a decine in fondo a pozzi allagati, incendiati, franati. Morti a centinaia di silicosi. “La mia famiglia ha pagato due vite al patto del carbone”. Il tutto accompagnato da una lunga amicizia con Dino Durante che gli ha lasciato la passione per la lingua veneta e per le parole che non si usano più. Walter Basso, 75 anni, figlio di un minatore del distretto di Marcinelle, nato a Camposampiero perché volevano che i figli nascessero in Italia.
Ha 72 anni e ha scritto una trentina di libri, tra vocabolari di veneto, compreso un dizionario etimologico, e storie dell’emigrazione. Prima di scrivere lavorava in un negozio di abbigliamento all’ingrosso a Castelminio che una volta si chiamava Brusaporco.
Walter Basso, perché oggi è ancora importante parlare dell’emigrazione veneta e italiana degli anni Cinquanta?

“Perché questa emigrazione temporanea è stata quella che ha provocato più vittime (circa 9 o 10 Marcinelle) e perché pur avendo contribuito alla ripresa dell’Italia neghi anni ’60 con le sue rimesse, oggi è volutamente quasi dimenticata sia nei libri di storia che dalle istituzioni italiane”.
Lei ha dedicato molti libri e molta parte del suo lavoro proprio a quella memoria. Che cosa significa per lei ricordare?




“I miei 4 libri sono nati perché per me ricordare questo tratto di storia recente significa onorare e portare alla conoscenza delle nuove generazioni il coraggio e i sacrifici dei nostri genitori e nonni. Per non dimenticare”.
E poi c’è Marcinelle. Che cosa rappresenta quella tragedia nella storia italiana?

“Marcinelle con 136 italiani deceduti è la terza strage di minatori italiani nel mondo: la prima è stata a Monongah in Virginia Occidentale nel 1907 con oltre 300 italiani deceduti, la seconda ad Arsia nel ’42 con 185. Dovrebbe rappresentare l’esempio di cosa comporti la mancanza di sicurezza nel lavoro, cosa che purtroppo non è stato!”.
Walter Basso, quando lei torna con la memoria a quegli anni, che cosa vede?

“La fame, la disperazione, il senso di famiglia, il coraggio di sfidare anche la morte e il tradimento di una patria che ha carpito la fiducia e l’ingenuità consigliando quell’emigrazione con false promesse, vedi il famoso “Manifesto rosa”. Ma di quell’esperienza non è rimasto nulla: solo il ricordo e il dolore di migliaia di famiglie che con Marcinelle e altre stragi hanno perso i loro uomini per incidenti nella pancia della terra e per la silicosi. Tutti questi uomini sono diventati “italiani invisibili”, come li ho chiamati io nel mio libro “Carne da Miniera”. È purtroppo la realtà. Io c’ero, so bene cosa succede quando una vicenda collettiva diventa una memoria personale: si trasforma in tristezza e rabbia, perché ci si rende conto che uomini come mio padre morto di silicosi e mio zio morto sepolto vivo hanno vissuto da inconsapevoli eroi e la patria li ha cancellati”.
Se dovesse lasciare una sola immagine per raccontare Marcinelle e l’emigrazione italiana, quale sceglierebbe?

“Ne userei due: quella del Manifesto Rosa il più importante mezzo pubblicitario usato dalla propaganda che è stato la causa di tutto, e quella di una vedova giovanissima che non ha bisogno di parole”.
Oggi l’Italia è diventata anche un Paese di immigrazione. Come guarda alla cosiddetta “reemigrazione”, cioè al ritorno o al movimento delle persone fra Paesi diversi?

“Non è una risposta facile, Servono nuove regole e nuove leggi. Non si devono rifiutare coloro che fuggono dalla fame e dalla guerra, Ci vuole più collaborazione tra i paesi dell’UE. E bisogna filtrare con coscienza che arriva al di fuori dalla legge”.
Walter Basso, cosa pensa delle correnti razziste e xenofobe che sembrano crescere in molti Paesi?

“Odio il razzismo e la xenofobia, anche perché so che la mia famiglia e anche io da bimbo, anche se non in modo grave, l’abbiamo subita. Lo so che può sembrare retorica ma io le considera frutto dell’ignoranza di un popolo che si considera cristiano”.
C’è una domanda che vorrebbe fare lei alle nuove generazioni?

“Cosa sapete delle vite dei vostri avi?” perché non hanno sofferto solo i minatori in Belgio, ma tutti gli emigranti trapiantati nel mondo: e le comodità del mondo d’oggi sono frutto dei loro sacrifici mai riconosciuti, ma pochi lo sanno. Troppo pochi”.
La vignetta è opera di Luciano Marini detto ElMe














































































