I giornalisti, Franco Bragagna. Il debutto del migliore sul calcio, in studio a Skysport24 per l’addio a Franco Baresi. Semplicemente, il migliore per distacco. Come sarebbe andata se si fosse occupato soprattutto dello sport più popolare. Altro che Bruno Pizzul. Trattato a pesci in faccia, dalla Rai, da Paolo Petrecca, ex direttore di Raisport, il peggiore nella storia. Fanno contratti a pensionati modesti, nella scrittura, come Franc(esc)o Ordine, Il Giornale.
A nessuno viene in mente di contrattualizzare il giornalista italiano più completo, coraggioso e bella voce e idee e personalità, dal 1992 a oggi
Questo articolo, rarissimo, per me, di commento, uscì nell’autunno 2010, su Il Riformista, il quotidiano che ancora è edito. Era diretto da Massimiliano Gallo, oggi editorialista del Corriere dello sport, e al vertice de il Napolista, splendido sito. Lo aggiorniamo, giusto per i tempi e per le novità.
Bragagna merita un elogio
Questo è un elogio di Franco Bragagna, oggi 66 anni e 4 figli, padovano che sino a fine anno ha lavorato a Bolzano, nella sede del Trentino Alto Adige, ma di fatto ha chiuso nel 2024, considerate le ferie. E’ stato il miglior giornalista sportivo della Rai, peccato non si sia occupato di calcio, perciò non sarà mai popolare quanto Martellini e Pizzul o, adesso, Fabio Caressa di Sky.
A Sky intanto è approdato anche Bragagna, come commentatore in studio delle olimpiadi invernali e poi con il vodcast, sul sito
E’ competente, brioso, il suo entusiasmo è rapportato all’impresa, non si mette a strepitare come un ossesso qualsiasi. E’ cultura, ovvero geografia e storia, dizione e pronuncia perfetta, di tutti i cognomi stranieri. Declamati senza incertezze, altrochè dal “nome impronunciabile”. “Troppo comoda cavarsela così”, l’ha detto anche in diretta.
Quando cala il sipario su una grande manifestazione di atletica leggera, Bragagna è stato il mattatore, lo è dalle Olimpiadi di Barcellona ’92, quando si rivelò, ma alla radio, affiancando Ettore Frangipane, stessa base operativa ma agli antipodi come personaggio.
Franco è tecnica e tattica, previsione del tempo o della misura. All’imbocco del rettilineo la voce si impenna, se davvero c’è aria di primato o comunque di impresa sportiva di rilievo.
E’ stakanovista del microfono, parla ore regalando qualche battuta. Quelle mai arrivano prima del racconto, sono un dippiù: cazzeggio circoscritto, prevale la disquisizione. Gli aneddoti sono finalizzati a far capire, arricchiscono l’appassionato e appagano chi segue solo l’evento dell’anno per la regina degli sport olimpici.
Commenterebbe alla grande anche la Nazionale di calcio, nel 2010 sarebbe stato il vicedirettore Bruno Gentili a rilevare il pacato Marco Civoli.
Il taglio di Bragagna è internazionale, racconta le gesta di atleti e paesi che magari all’italiano medio interessano poco, spesso trascura gli azzurri che in gara non sono protagonisti.
E’ mosso da fairplay e non fa sconti. “A nessuno”. A un convegno sul doping anni fa parlò della piaga nel ciclismo, era presente la campionessa olimpica Antonella Bellutti, che non la prese bene.
Al Mondiale di Siviglia del ’99 vinse l’oro nel lungo Niurka Montalvo, cubana naturalizzata spagnola che all’ultimo salto superò Fiona May. Le riprese mostrarono la scarpa della padrona di casa al limite della striscia bianca, i giudici convalidarono perchè la plastica morbida era intatta. “Se non c’è segno non c’è fallo”, commentò il portavoce della Iaaf, Giorgio Reineri.
Giusto, anche secondo Bragagna, il marito-allenatore di Fiona, Gianni Iapichino, non ha mai perdonato al commentatore di non essersi battuto per la revoca dell’oro all’avversaria: “Fiona fa l’atletica per arrivare a vincere, non per prendere fregature”.
Ecco, “sòle” al telespettatore Bragagna non ne rifila mai.
Qui terminava il nostro affrescone emozionale.
Un’altra puntata è uscita su Il Gazzettino, nella pagina di Pordenone, nel 2016, dunque 10 anni fa. Anche in questo caso, aggiorniamo la chiacchierata, per renderla più comprensibile, pienamente fruibile.
L’integralità, la stesura originale dell’intervista a Bragagna uscita sulla pagina di Pordenone de Il Gazzettino.
“Ode smisurata a Franco Bragagna. Il re del “racconto”, pure a Rio”. Così titolava a inizio olimpiade 2016 il quotidiano Libero, a firma di Fabrizio Biasin.
Ma quella voce di Raisport ha un legame con Pordenone e lo rivela proprio alla fine delle settimane più impegnative delle stagione.
Bragagna, cosa la accomuna alla nostra città?

“Mia moglie Gabriella Titton, 62 anni, è di lì. E’ impiegata all’ospedale di Bolzano, responsabile amministrativa dei ricoveri internazionali. Abbiamo 4 figli. Davide, 39 anni, lavoravava in Polonia, a Varsavia, come amministrazione e marketing di una multinazionale americana, la Medtronic, elettromedicale, ma tornerebbe se potesse fare il giornalista. Andrea, 32 anni, si laureava in economia, fece un master negli Usa ed è semiprofessionista nel calcio, grazie al fratello dell’ex Chievo Michael Bradley: la famiglia del centrocampista era proprietaria di 17 squadre, in tre leghe. Carlotta, 29 anni, aveva il diploma di liceo classico-linguistico e si sarebbe mossa fra Germania e Inghilterra. Infine Camilla, 21 anni”.
Come ha conosciuto la moglie?
“In un villaggio turistico costiero, a Jesolo, nell’84. Suo padre Mario, oggi 86enne, aveva lì un negozio di genere alimentari con soci, io per 4 mesi feci l’animatore turistico, appena terminata la naja. Dovevo andare in Sardegna, con la Tirrenia, per fare colloqui da giornalista, ma era il tempo in cui i traghetti facevano continuamente sciopero e allora rimasi in Veneto. Avevo fatto l’Isef, a 25 anni potevo insegnare educazione fisica, ma intanto nel villaggio avevo la possibilità di valorizzare il mio tedesco”.
La famiglia Titton è ancora a Pordenone?
“Sì, anche mamma Franca, 83 anni, e il fratello di Gabriella, Mauro, 59enne, factotum in un’azienda di articoli sanitari. Così ogni Natale e Pasqua torniamo in città, in genere 5-6 volte l’anno, dai parenti, nel quartiere Torre. Fra l’altro Davide è nato a Pordenone, all’epoca non eravamo sposati e abitammo anche lì. Dipendeva dai miei spostamenti di lavoro”.
Bragagna, in carriera ha raccontato molti friulani, compreso l’oro olimpico di Daniele Molmenti…

“Già, ne ho commentato le due gare di Londra, altrettante a Pechino e poi un altro paio. E andai a casa sua, per la Rai, per la festa della vittoria, sempre a Torre”.
A Rio, Gianni De Gennaro è finito settimo. Molmenti non meritava di difendere il titolo?
“Nella canoa abbiamo un posto per nazione, nell’ultimo periodo è andato regolarmente meglio di Daniele, era inevitabile la scelta del ct Mauro Baron, pordenonese e suo scopritore”.
E anche alle Olimpiadi invernali ha accompagnato tanti ori friulani…
“Gabriella Paruzzi, di Tarvisio, vinse a Salt Lake City nel 2002, due anni più tardi si ripetè in coppa del mondo, con finale a Pragelato, dove poi si disputò l’olimpiade. E poi le medaglie dei Di Centa, della Carnia: Giorgio è stato oro a Torino nella 50 km, con la premiazione all’interno della cerimonia di chiusura. Raccolsi l’eredità di Giacomo Santini, al microfono del fondo, quando Manuela era in fase calante”.
All’alba di quella domenica, nell’estate di un decennio fa, non arrivò la medaglia sognata, da Alessia Trost e neppure da Desireè Rossit.

“Fu una gara particolare, condizionata dall’avvio assurdo, a misura altissima, di 1,88, e poi la pedana era bagnata e in teoria doveva favorire Alessia, meno veloce di Desirèe. La spagnola Beitia si impose con 1,97, la peggior misura per l’oro dal 1980, dunque il podio era a portata”.
Qual emozione più grande ha provato, in diretta?
“Stefano Baldini vincitore della maratona olimpica ad Atene 2004, ma pure il mondiale di Fabrizio Mori nei 400 ostacoli, nel ’99 a Siviglia. Poi, naturalmente, a Tokyo, il doppio oro, di Jacobs sui 100 e di Tamberi nell’alto. La tristezza maggiore, invece, fu la positività di Schwazer, nel 2012″.
Come si diventa Bragagna?
“Ero malato di sport, fin da bambino, ciascuno vorrebbe fare quel che sogna, io avrei davvero voluto fare il Bragagna. Commento proprio i miei sport preferiti, anche invernali, nonostante non li abbia scelti”.
Che miti ha?
“Mi piaceva Sandro Vidrih, di Capodistria, pure commentatore dell’atletica”.
Usciamo dal testo di allora, debitamente aggiornato, ripetiamo, e ripetiamo che spesso i migliori non sono noti come meritano. Solo la tv, in video, rende davvero riconoscibili i talenti, giornalistici.
Tante volte grandi voci, come Enrico Ameri, non sono state a quel livello come resa globale, di giornalismo, magari negli anni hanno perso attenzione, precisione. Bragagna, mai.














































































Non si capisce veramente niente, ma che razza di articolo e’?