Con la sua nuova prova narrativa, uscita da poco per i tipi di Guanda, Emanuela Canepa sembra voler imprimere alla sua produzione una svolta forse decisiva. Amalia, l’obliqua si presenta come un libro dalla forma ibrida, che alterna romanzo, biografia e saggistica, capitoli in terza e in prima persona. Un libro in cui l’autrice per sei volte si ferma a riflettere su cosa stia facendo, sulla natura dell’ossessione che la figura della protagonista ha scatenato in lei, che l’ha posseduta anche suo malgrado. («La forma dell’ossessione» 1-6). «[…] se sono qui è solo grazie alla sua caparbietà. Come spesso accade in questi casi, ho scritto di Amalia perché lei mi ha perseguitata.» (p. 46).
Chi era Amalia

Si appassiona talmente tanto ad Amalia Guglielminetti (Torino 4 aprile 1881 – 4 dicembre 1941) – poetessa, scrittrice, presenza costante dei salotti torinesi fin dai primi anni del ’900, icona di stile ed eleganza per raffinatezza ma anche per eccentricità – da immergersi nella lettura di tutto quanto la potesse riguardare: lettere, opere, testimonianze, saggi ad essa dedicati. Nonostante non sia un personaggio accattivante, anzi, ma si tratti di una donna difficile, spesso sgradevole, irritante e contraddittoria. Una donna con cui Canepa ha convissuto per mesi, senza sapere bene cosa avrebbe potuto fare di questo suo studio “matto e disperatissimo”.
Il ritratto di Amalia

Ne è uscito, alla fine, un ritratto dalle molte sfaccettature che comprende un mondo intero, quello del panorama letterario dei primi decenni del secolo scorso, riletto e narrato attrraverso figure altrettanto potenti con le quali Amalia intreccia il suo percorso di vita: Guido Gozzano e Dino Segre (in arte Pitigrilli) con cui intesserà relazioni sentimentali tempestose e amaramente fallimentari, anche se molto diverse tra loro. Ma anche poetesse e scrittrici come Ada Negri e Matilde Serao, che ha incrociato nei salotti e con le quali ha avuto scambi intellettuali.
Come appare

Amalia appare come una donna anticonformista che per tutta la vita ha voluto rivendicare la sua libertà e che tuttavia con le donne, soprattutto quelle che rivendicavano l’emancipazione di genere, ha sempre avuto rapporti difficili e conflittuali. Terribilmente tranchant il suo giudizio sulle femministe, giunte da ogni parte d’Italia al Primo Congresso delle Donne Italiane, che si svolse a Roma dal 23 al 30 aprile 1908 e al quale partecipò: «tutte così poco accoglienti, così poco fraterne, così intimamente sconosciute ed ostili quasi lʼuna allʼaltra», come scrive a Gozzano in una lettera.
Una donna individualista, che di sé diceva con estrema lucidità «Io sono un oggetto di lusso» (p. 97) e che Canepa descrive così:
«Spalle larghe, bocca ben disegnata incline al disprezzo, occhi scuri, grandi, minacciosi, mascella delineata, corporatuira efebica e quasi maschile.» (p. 86).
Amalia e Gozzano

Una donna volitiva che sembra molto sicura di sé e che nasconde profonde fragilità, che si manifesteranno prima durante il tormentato amore con Gozzano che non decollerà mai e finirà in un dissing pubblico a suon di versi e poi nella burrascosa rottura con Pitigrilli che la porterà in tribunale con accuse infamanti ma putroppo reali, processo che determinerà il crollo della sua immagine pubblica e la sua uscita di scena definitiva.
Una donna che alla fine della sua vita ha avuto piena consapevolezza del percorso che ha determinato per sé: «Sono Amalia Guglielminetti. Ho desiderato moltissimo, ho avuto quasi tutto, e quasi tutto mi è stato tolto.» (p. 243).
Nel ricostruire la vita obliqua di Amalia, Emanuela Canepa restituisce con forza questa figura di donna che ha attraversato la prima metà del secolo breve rivendicando il diritto e la libertà di essere se stessa, nel bene e nel male, la potenza della sua scrittura, le scelte spesso discutibili e indifendibili, il coraggio (un coraggio che spesso si colora di incoscienza) di affrontare il giudizio degli altri che non è stato sempre compiacente.
Le fonti usate per ricostruire la figura di Amalia

Nel farlo si basa su varie fonti, ma anche sull’immaginazione, come quando inventa un incontro «con Ada Negri, con cui comunque sappiamo avesse un rapporto di amicizia. O quello con Matilde Serao, immaginato sulla base del suo articolo avvelenato contro la conferenza che Amalia fece a Napoli su Napoleone.» (si veda l’intervista di Liana Messina https://www.iodonna.it/spettacoli/libri/2026/08/30/amalia-obliqua-emanuela-canepa-libro-intervista/).
Molto belle sono le descrizioni delle fotografie che la ritraggono in vari momenti della sua esistenza e che si possono recuperare in rete, dove emerge il carattere della protagonista (ad es.: p. 239, p. 241, con Gozzano e Lyda Borelli).
Il rapporto dell’autrice con il suo personaggio si rivela fino alla fine come un corpo a corpo che non consente sconti, che non concede nulla all’agiografia e che richiede una costante riflessione sulle ragioni profonde della scrittura, sulle sue radici più nascoste che non sempre si riescono a decifrare e a riconoscere. Un rapporto che desiderava, anche, rispondere alla domanda che per tre lunghi anni Canepa non ha smesso di porsi: «Perchè Amalia? Cosa mi ha imposto di raccontare questa storia scegliendo una donna così poco fatta per piacermi?» (p. 248). Una domanda che al momento non ha trovato risposta, ma che ha dato vita a una prova narrativa convincente e appassionata.
L’autrice

Emanuela Canepa (Roma, 1967) vive a Padova. Il suo esordio L’animale femmina (Einaudi 2018 e 2019), vincitore all’unanimità del Premio Calvino 2017, ha avuto un’ottima accoglienza di critica e di pubblico e ha vinto il Premio Letterario Fondazione Megamark, il Premio Anima della Confindustria e il Premio per la Cultura Mediterranea – Fondazione Carical nella sezione Narrativa Giovani. Sempre per Einaudi ha pubblicato Insegnami la tempesta (2020) e Resta con me, sorella (2023). Per Tetra è uscito Quel che resta delle case (2022). Da Guanda ha pubblicato, nel 2026, Amalia, l’obliqua.











































































