Non ero mai stato a Castelvecchio. Per chi viene dall’architettura è quasi una colpa, e domenica scorsa ho rimediato. Quando entri, non entri in un museo. Entri nel museo. Te ne accorgi dopo pochi passi: il linguaggio con cui Scarpa ha disegnato quelle sale parla delle opere e parla dell’ambiente allo stesso modo, con la stessa voce. Il supporto di una scultura, la cornice sospesa di un dipinto, il pavimento che si stacca dalle pareti antiche: niente è neutro, niente è lì per caso. Poi arrivi al Cangrande. La statua equestre del signore di Verona, scolpita nel Trecento, sta in alto, su un balcone di cemento sospeso nel vuoto, e il percorso te la fa incontrare più volte, da punti di vista diversi. Non puoi immaginare la statua senza quel balcone. E non puoi immaginare il balcone senza la statua. È lì che ho capito che cosa significa cura. Non significa sparire, fingere che l’architetto non ci sia per lasciare la voce alle sole opere: sarebbe comunque una finzione, perché qualcuno ha deciso dove mettere ogni cosa. Ma non significa nemmeno il contrario, l’architetto che si mette al centro della scena e dice «io sono qui, ammiratemi», mentre le opere diventano un belletto. Scarpa sta in mezzo, ed è il punto più difficile da tenere.
Il cemento torna di moda
Castelvecchio arriva in un momento curioso. Il brutalismo, l’architettura del calcestruzzo a vista che per decenni è stata sinonimo di periferie grigie e di regimi grigi, sta vivendo una seconda giovinezza. C’è stato un film, The Brutalist, che ha portato Adrien Brody all’Oscar. Ci sono libri, mostre, campagne per salvare edifici destinati alla demolizione. E ci sono decine di profili social che ogni giorno ripropongono le stranezze di quei giganti di cemento: torri a gradoni, biblioteche che sembrano astronavi, chiese come bunker.
Con Scarpa il cemento è strumento d’arte

Mi chiedo che cosa ci sia dietro. Forse il desiderio di uscire da un conformismo levigato, fatto di vetro, rivestimenti e render tutti uguali. Ma c’è un rischio, e lo vedo a ogni scorrimento del dito: il brutalismo trasformato in estetica, in un filtro da applicare alla foto giusta. Un’altra superficie da catalogo. Anche la ribellione al conformismo, quando diventa moda, sa essere conformista. Il punto, credo, è un altro. Il brutalismo non va riscoperto come uno stile, ma come un modo di comunicare. L’architettura è una forma di comunicazione che scavalca le generazioni: un edificio parla a persone che non sono ancora nate, e continua a parlare quando chi l’ha costruito non c’è più. Castelvecchio lo dimostra meglio di qualsiasi manuale. Il castello degli Scaligeri parla da sei secoli, e ogni epoca ci ha aggiunto le sue frasi, bombe comprese. Scarpa non ha cancellato niente per riscrivere da capo. Ha aggiunto la sua voce, dichiarandola, e ha reso leggibili tutte le altre.
Piccolo dizionario del grezzo

Vale la pena fermarsi sulle parole, perché qui le parole sono materiali da costruzione. «Brutalismo» viene dal francese béton brut, il calcestruzzo grezzo, lasciato a vista dopo il disarmo, con le venature delle tavole della cassaforma impresse sulla superficie. «Cemento grezzo», in fondo, è il brutalismo detto in italiano. Eppure la parola si porta dietro un equivoco: nessuno la sente senza pensare a «brutale». In realtà l’equivoco è una parentela. Brut, brutale, bruto e il nostro «brutto» vengono tutti dal latino brutus, che voleva dire pesante, ottuso, privo di ragione. Strada facendo le parole si sono separate: in francese brut è rimasto ciò che non è stato lavorato, in italiano brutale è diventato ciò che è violento, brutto ciò che non piace. Ma qualcosa le tiene ancora insieme.
Le potenzialità del grezzo

Il peso, prima di tutto. Il calcestruzzo è massa, gravità, materia che non finge di essere leggera, in un’epoca di render e immagini generate che non pesano niente. Poi la franchezza: dire le cose «brutalmente» vuol dire dirle senza filtri, ed è qui che brutale e onesto si toccano. E poi l’assenza di zucchero. Uno champagne brut è quello a cui non se ne aggiunge, o quasi, per coprire il sapore del vino. È la differenza tra il ristorante che scalda semilavorati e il cuoco che parte dalla materia prima, come Cesare Battisti, lo chef del Ratanà di Milano, che ha costruito la sua cucina sui prodotti scelti da piccoli produttori. Scarpa progettava così: non partiva da un catalogo, partiva dalla materia.
Il risultato finito

Resta il brutto. Il brutalismo è stato chiamato brutto per mezzo secolo, e la radice è la stessa. Forse è proprio qui il nocciolo duro della bellezza: quella che non coincide con il gradevole, che resta quando togli tutto ciò che serviva a piacere. Il nocciolo è ciò che rimane quando la polpa se ne va. Ed è anche ciò che contiene il seme.
Grezzo non vuol dire abbandonato

C’è però un punto in cui la parentela tra grezzo e brutale diventa pericolosa. A Londra il Barbican, un enorme complesso di cemento a vista nel cuore della City, è passato dalle critiche a essere uno degli indirizzi più ambiti della città. A Napoli le Vele di Scampia, cemento anche loro, sono diventate il simbolo del degrado, e in parte sono state abbattute. Stesso materiale, destini opposti. La differenza non l’ha fatta il cemento. L’hanno fatta il luogo, chi ci abitava e soprattutto chi se ne è preso cura, o chi ha smesso di farlo. L’onestà del materiale, quando manca la cura per le persone che lo abitano, diventa brutalità vera. Alle Vele si è abbattuto l’edificio, il problema è rimasto.
Scarpa invece è grezzo ma non è mai brutale

A Castelvecchio il cemento convive con l’ottone, il legno, lo stucco, l’acqua, e ogni giunzione è pensata, disegnata, a volte ridisegnata in cantiere con gli artigiani. Grezzo, quindi, non vuol dire trascurato. Vuol dire onesto: un materiale che mostra come è fatto, e una mano che se ne prende cura. La differenza tra grezzo e brutale si chiama cura.
La crosta

Uscendo dal museo ho pensato che grezzo, brutale nel senso di franco, onesto, non siano solo categorie dell’architettura. Sono un modo di guardare la realtà che dovremmo riscoprire. Oggi la realtà ci arriva coperta da una crosta di sovrastrutture. Ci sono le etichette che chiudono il discorso prima che cominci: basta una parola per squalificare chi la pensa diversamente, invece di rispondergli. C’è il vocabolario che addolcisce: la guerra che diventa «operazione», i tagli che diventano «razionalizzazioni», i problemi che diventano «criticità». Ci sono gli algoritmi dei social, che ci mostrano la parte di mondo che conferma ciò che pensiamo già. E c’è l’emergenza permanente, una dopo l’altra, che non lascia mai il tempo di ragionare. È un intonaco steso sopra le cose, come il rivestimento da catalogo steso sopra un cemento che nessuno deve vedere. Imbelletta la realtà e la piega alle ideologie, di qualunque colore siano.
Riscoprire il cemento grezzo, allora, vuol dire togliere l’intonaco

Tornare a una franchezza che non teme di dire le cose come stanno, a un dialogo onesto in cui le parole significano quello che dicono. Ma, come insegna Castelvecchio, senza diventare brutali: la franchezza senza cura è soltanto un altro modo di ferire.
Una scuola che parli come Scarpa

E qui torno nelle nostre aule, perché la scuola è il primo posto in cui si impara a parlare, e quindi anche a stendere l’intonaco. Anche la scuola ha la sua crosta. È fatta di formule rituali nei documenti, di giudizi che potrebbero valere per chiunque, di un gergo che spesso serve più a proteggere chi scrive che a farsi capire da chi legge. E la scuola rischia di insegnarla, quella crosta. Chiediamo ai ragazzi un risultato misurabile, la consegna conforme, la risposta prevista dalla griglia, e scoraggiamo il pensiero di cui non si sa dove andrà a parare. Eppure la parola «progetto» viene dal latino pro-iacere, gettare avanti: un rischio, non una garanzia. Castelvecchio è stato questo, un cantiere durato quasi vent’anni di cui nessuno poteva misurare in anticipo il risultato. Una scuola che parli come Scarpa dovrebbe fare tre cose. Primo: dire la verità, anche quando è scomoda, ai ragazzi e alle famiglie, senza nasconderla dietro le formule. Secondo: dirla con cura, perché franchezza non vuol dire durezza, e ogni parola che arriva a un ragazzo è una giunzione tra due materiali diversi, da pensare e a volte da ridisegnare. Terzo: lasciare il posto d’onore alle opere, cioè ai ragazzi.
Non è retorica: lo vedo con i miei occhi

Da insegnante di sostegno passo molte ore in compresenza, accanto a colleghi diversi, in classi diverse, e in tanti anni il confronto è diventato quotidiano. Chi parla ai ragazzi senza filtri, ma con un affetto che si sente in ogni parola, gode quasi sempre di un’autorevolezza e di un rispetto che fanno invidia. Chi invece cerca sempre le parole giuste, misurate, impeccabili, spesso non ottiene il risultato sperato. E in ogni consiglio di classe, quando qualcuno si lamenta dei ragazzi indisciplinati, c’è sempre qualcuno che risponde: «Con me non hanno mai problemi». Non è vanità, è la prova di quello che sto dicendo. I ragazzi riconoscono l’intonaco al primo sguardo, e smettono di ascoltare. La franchezza, quando sentono che dietro c’è cura, la ascoltano tutta.
L’esempio più alto di cemento grezzo, nella scuola italiana, porta un nome: don Lorenzo Milani

La scuola di Barbiana era austera fino alla durezza: niente ricreazione, niente vacanze, e parole che non risparmiavano nessuno. Eppure su una parete di quell’aula, scritto in grande, c’era «I care»: mi importa, mi sta a cuore. Il contrario esatto del «me ne frego». Più grezzo di così non si può. E nemmeno più pieno di cura. Il terzo punto è quello che mi riguarda più da vicino. Quando entro in classe posso salire in cattedra e fare della mia ora un palcoscenico, con i ragazzi come pubblico e i loro lavori come decorazione. Oppure posso fingere di sparire, come se la lezione andasse avanti da sola: un’altra finzione. La strada che cerco è quella di Scarpa: lascio il palcoscenico ai ragazzi, ma loro sanno che ci sono. Come un balcone sotto una statua. Come un’impalcatura, che non si vede quasi mai e senza la quale non si costruisce niente.
Il Cangrande, a Castelvecchio, non si capisce senza il suo balcone di cemento

Mi piacerebbe che un giorno, ripensando alla scuola, i nostri ragazzi potessero dire la stessa cosa di noi: che c’eravamo, senza metterci davanti. Che cosa succederebbe se cominciassimo a togliere un po’ d’intonaco anche dalle nostre parole?











































































